Kingmaker in salsa russa
Olivier Assayas con Il Mago del Cremlino rilegge e si appropria dell’omonimo romanzo inchiesta dell’italofrancese Giuliano Da Empoli facendosi aiutare da Emmanuel Carrére che con lui ha scritto il soggetto e la sceneggiatura. Una collaborazione che da un lato fissa dei paletti storici sulla vicenda della scalata di Putin al comando della Russia e dall’altro permette al regista francese(tra le sue numerose opere l’incantevole Aprés Mai https://guidoschittone.com/il-ritratto-perfetto-della-mia-generazione/e il mio amatissimo Personal Shopper) di riflettere sull’invenzione come strumento per indirizzare la gestione del potere. Inventare la realtà come dice il protagonista Vadim Baranov è il miglior mezzo per controllare, manipolare, creare consenso. Non solo quello politico ma sociale, globale. Il Mago del Cremlino più che una riflessione storica sulla contradditoria figura putiniana è una sorta di rovescio della medaglia di Kingmaker del sudcoreano Byun Sung-Hyun (Kingmaker: la menzogna della politica attraverso l’uomo ombra), altra opera che si concentrava sulla figura dello spin doctor. Solo che in questo caso la (re)invenzione viene elevata quasi a costruzione artistica e come tale vanificata nel momento in cui il burattino, Putin, si trasforma in burattinaio.
Come ti costruisco il consenso
Il Mago del Cremlino, del tutto inutile e fuorviante il sottotitolo acchiappa spettatori Le origini di Putin, non è un film sul presidente russo ma su come sia arrivato al posto di comando attraverso l’imposizione degli oligarchi e, appunto, del signor Baranov(ispirato al personaggio di Vladislav Surkov), ovvero l’artista, l’inventore non tanto del leader quanto delle condizioni ideali per creare consenso popolare. Penetrare quindi nelle contraddizioni della Russia post comunista e post Gorbacëv, soprattutto nel felice caos moscovita della seconda metà degli Anni’80, in cui fantasmi della libertà erano alla portata di tutti. Una nazione che sembrava sognare, immergersi negli eccessi, abbandonando le regole. Baranov è un ex regista teatrale e produttore televisivo che grazie a quelle esperienze inizia a cambiare il paradigma: con il linguaggio e con una precisa analisi delle vacuità russe. La verticalità del potere è lo scopo, l’obiettivo che viene messo nelle mani di Putin, un perfetto interprete del proprio autore, fino al momento in cui tutto cambierà.
Una narrazione molto piatta
Lo stile di Assayas non esalta lo spettacolo. È distaccato, quasi a prendere le distanze dai propri personaggi. Manca infatti nel Il Mago del Cremlino quell’analisi approfondita, chiamiamola pure psicanalitica, capace di creare empatia con gli spettatori. Di sicuro la monoespressività di Paul Dano non aiuta; molto meglio Jude Law che sta alla larga dal rischio macchietta nell’interpretare Putin anche se i più efficaci sono Will Keen, l’oligarca Berezovskji, e Alicia Vikander mentre misurata è la partecipazione di Jeffrey Wright(American Fiction: un Oscar senza coraggio a metà strada tra commedia e dissacrazione), lo studioso di geopolitica al quale Baranov affida i propri segreti. La regia controllata si esprime al massimo nella prima parte, che è anche la più vivace, in cui Assayas si muove in perfetta armonia nella descrizione del caos moscovita. D’altronde fotografare i mutamenti sociali è una delle sue specialità. Dopo, il film si adagia, senza annoiare, capitolo dopo capitolo su una sorta di cronistoria russa dall’avvento di Putin fino alle rivolte ucraine. Interessante e utile anche per comprendere certe sfumature culturali che il mondo occidentale spesso fraintende o che stenta a capire. Bello il finale, in cui la realtà certifica il fallimento di una visione e la restaurazione definitiva di ciò che sembrava far parte del passato.