American Fiction: un Oscar senza coraggio a metà strada tra commedia e dissacrazione

Una buona idea di partenza ma poco più

Oscar 2024 per la migliore sceneggiatura non originale, American Fiction, in questi giorni sulla piattaforma Prime Video, è un film carino e godibile ma tra tutti quelli che hanno ricevuto il premio cinematografico per eccellenza è anche il più debole. Il regista e sceneggiatore Cord Jefferson parte da un ottimo spunto: cercare di mettere in burla gli stereotipi del business culturale e dello spettacolo che riguardano i neri americani. Sono le storie di droga, dei ghetti, della violenza; è quella narrazione che tra narrativa e cinematografia ormai si è fatta strada. Il sottointeso di Jefferson è di mandare a quel paese la nefasta cultura woke che serve soprattutto ai bianchi per pulirsi la coscienza. Per riuscire nel suo scopo il regista decide di affidare al personaggio di uno scrittore di colore, di elevata cultura e famiglia borghese, la creazione di una beffa al sistema, ovvero scrivere un libro sotto pseudonimo intriso di tutti quegli elementi che lui stesso odia. E il libro, come da prammatica, avrà successo. Insomma un’idea non nuova-autocitazione il mio pessimo e illetterato I Guardoni partiva più o meno dalle stesse considerazioni sullo stato dell’editoria italiana- che avrebbe potuto essere deflagrante per Hollywood e per i birignao di critici e editori. Purtroppo Cord Jefferson questa cattiveria la perde strada facendo. Nonostante l’Oscar attribuitogli non riesce a graffiare più di tanto. E priva il film di una perfidia necessaria.

Più melassa che artigli

Il problema di American Fiction è che la sceneggiatura fin dai primi istanti agisce su un doppio binario:da un lato la creazione della beffa editoriale, dall’altro i problemi privati dello scrittore, diviso tra l’invidia per i colleghi che hanno successo attraverso storie omologate, lo stereotipo del nero appunto, e una famiglia dove bisogna ricreare un’armonia tra fratelli alle prese con l’Alzheimer della madre.. A questo si aggiungono l’immancabile storiellina sentimentale con una vicina di casa e il rapporto, molto ben descritto, appunto con il fratello che guarda caso dopo avere divorziato ha fatto coming out. Tutto questo impedisce a American Fiction di giungere in modo diretto e pungente al proprio scopo iniziale. È commedia ben realizzata, piacevole, a volte scontata, che lascia più rimpianti che entusiasmi.

Ottima la prova di Jeffrey Wright e Sterling K Brown

Il punto di forza del film riguarda i suoi protagonisti. Jeffrey Wright, candidato all’Oscar, è perfetto nella parte dello scrittore. La sua è un’ interpretazione molto equilibrata di uomo disilluso che cerca di raccogliere i cocci di una famiglia segnata dal suicidio del padre, della morte della sorella e della malattia della madre. Wright convince in tutte le situazioni. Si giostra tra le questioni letterarie e quelle private tenendo sempre la barra dritta, non calcando mai la recitazione. Sterling K Brown, candidato pure lui all’Oscar tra i non protagonisti, è altrettanto convincente. La figura del fratello gay non scade mai nella macchietta, è credibile ed è di fatto il positivo e profondo alter ego del protagonista. In generale American Fiction funziona molto bene sul fronte degli attori. Avremmo preferito fosse un film più cattivo, da deciso sberleffo. Invece resta nella memoria solo qualche battuta. La migliore detta dall’agente dello scrittore: <<Johnnie Walker etichetta rossa 24 dollari, Johnnie Walker etichetta nera 50 dollari, Johnnie Walker etichetta blu centocinquanta dollari. Per la maggior parte della tua carriera sei stato un Johnnie Walker blu. Buono, complesso ma non popolare. La gente vuole qualcosa di semplice. Ora, per la prima volta hai l’opportunità di essere un Johnnie Walker rosso, di scrivere un libro di successo, di portarlo anche a Hollywood.>>. Su questa battuta, purtroppo, il film si è adagiato:è diventato Johnnie Walker rosso. Un Oscar senza infamia e senza lode.

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