Nimic: undici minuti di Lanthimos in un corto che non è soltanto un esercizio di stile

Beffardo e cupo, essenza della poetica del regista

Nimic è il cortometraggio che Yorgos Lanthimos ha girato nel 2019, qualche mese dopo La FavoritaLa Favorita: quando il film in costume è un mezzo per esaltare il grottesco dell’illusione del potere e sei anni prima di Povere Creature. Proprio il successo di quest’ultimo-Povere Creature: il percorso di Bella verso la consapevolezza nell’ennesimo ottimo film di Lanthimos– ha permesso la distribuzione di un gioiellino della durata di 11 minuti che per gli amanti dell’autore greco è imperdibile. Distante dalla leggerezza del vincitore degli Oscar 2024, Nimic racchiude in un battito di ciglia tutta la stravagante poetica di Lanthimos, imparentando il corto più con i suoi lavori precedenti, Il Sacrificio del Cervo Sacro e Lobster che la produzione recente. Perché come la Sarabanda Sentimentale di Britten, terzo movimento della Sentimental Simphony che ne costituisce il sottofondo musicale-e non solo- Nimic è una sarcastica quanto amara riflessione sull’uomo moderno. Lanthimos utilizza il doppio come vero e proprio principio di sostituzione e di conseguente annullamento. Un violoncellista, Matt Dillon, chiede in metropolitana a una giovane donna, Daphne Patakia, << che ora è >>. E quella gli risponde con la stessa domanda. L’una diventerà l’altro e viceversa, in un continuo scambio scandito da un tempo circolare, inutile. Nimic, il nihil latino in romeno, è di fatto lo spazio vuoto, il niente, l’unico rimasto agli individui per specchiarsi, per cercare l’altro sé stesso. È una riflessione beffarda che Lanthimos inscena con colori freddi, continue punte di finissima ironia. Resta, alla base del corto, la drammatica perdita di identità dell’uomo contemporaneo e la supina accettazione di questo status. Tutto ciò in pochissimi minuti capaci di condensare la cinematografia precedente del regista, non solo un semplice esercizio di stile.

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