The Tender Bar:troppo lineare l’ultima opera di Clooney

Un film che non graffia

Non basta una splendida colonna sonora a salvare The Tender Bar, l’ultima fatica di George Clooney tratta dall’omonimo romanzo autobiografico del premio Pulitzer JR Moehringer. L’attore-autore delude perché sembra essersi calato in una sorta di comfort zone, svolgendo il compito con diligenza ma senza alcun colpo di genio. Era già accaduto in Suburbicon ma in quel caso l’avere preso a prestito un’idea scartata dai fratelli Cohen in parte giustificava una regia molto lineare che in breve si incamminava sul già visto. In The Tender Bar la storia purtroppo si ripete. Prendere a mano un libro e trasportarlo sullo schermo è impresa molto difficile. In pochi ci sono riusciti. Il mio riferimento è quel capolavoro di Crash, in cui David Cronenberg pur modificando a piacimento gli eventi interpretò alla perfezione lo spirito dell’immenso romanzo di James Graham Ballard-https://guidoschittone.com/crash-tra-film-e-romanzo-viaggio-contemporaneo/. Quello che Clooney non fa.

Cronaca di una trama annunciata

Il problema di The Tender Bar è che Clooney si limita alla cronaca, tenendosi bellamente alla larga da qualsiasi approfondimento dei suoi personaggi e se ci prova fallisce. Non gli riesce l’opera con JR, il ragazzo senza nome figlio di un genitore di cui conosce soltano la voce da deejay , né con il personaggio di suo zio, Ben Affleck né tantomeno con la figura del padre alcolizzato. Come se il regista si accontenti di apparecchiare la tavola con belle posate e l’argenteria di famiglia portandoci però come cibo soltanto un tiepido brodino. Ed è un peccato, perché almeno all’inizio The Tender Bar incuriosisce e diverte, grazie all’espressività di Daniel Ranieri, JR da bimbo, alla simpatia di Ben Affleck, di Lily Rabe e soprattutto di Christopher Lloyd. Ma è un lampo: nel momento in cui bisognerebbe evolvere le tematiche, la regia diventa un’impalcatura tremante. Non viene evidenziata con la potenza che meriterebbe la complessa struttura psicologica del protagonista né tantomeno il rapporto tra vita e esigenza letteraria. Lo stesso personaggio di Ben Affleck alla fine diventa scontato mentre non entusiasma Tye Sheridan.

Ci salvano gli Steely Dan e Jackson Browne

The Tender Bar è quindi un’occasione sprecata. George Clooney sembra avere smarrito per strada quella ispirazione-felice aggiungiamo-che lo aveva condotto al pregevole Good Night,and Good Luck e all’importante Le Idi di Marzo, ad oggi la sua opera migliore. Ha acquisito un gusto tutto suo della messa in scena e dell’utilizzo del colore eppure non riesce a completare la trasformazione in autore. In The Tender Bar gli manca il coraggio di andare oltre i semplici fatti, di creare empatia con i propri personaggi finendo per sciorinare tutta una serie di luoghi comuni che avvicinano soprattutto la seconda parte del film a una storiella buona più per ispirare un sonnellino pomeridiano che per riflettere e/o divertirsi. L’unica àncora di salvezza diventa quindi la colonna sonora, questa si azzeccata, che parte da Radar Love dei Golden Earring per arrivare a Do It Again degli Steely Dan passando da Thought I Was a Child di Jakson Browne e tanti altri ancora. Troppo poco per ottenere la promozione.

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