Argentina 1985: la storia del processo alla dittatura trattata seguendo la lezione del cinema spettacolo

Un buon film che a volte risulta troppo leggero

Juicio a las Juntas, giudizio alla giunta. È l’oggetto di Argentina 1985, il racconto del processo in cui i maggiori esponenti dell’ex regime militare sudamericano, Videla compreso, vennero chiamati in giudizio per rispondere del vero e proprio genocidio di decine di migliaia di persone, molte delle quali fatte scomparire, mai più ritrovate: i desaparecidos. Un film di impegno civile in cui il regista Santiago Mitre guarda più a prodotti ibridi, come Il Processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin– la recensione in https://guidoschittone.com/aaron-sorkin-si-immerge-con-leggerezza-nella-malagiustizia-ma-la-sua-e-una-riflessione-amara/– che ad altri di maggior impatto drammatico. È una scelta premiata dalla critica della Mostra del Cinema di Venezia che a Argentina 1985 ha assegnato il premio della stampa internazionale ma che rischia di alleggerire fin troppo la portata tragica del periodo più oscuro della storia di quella nazione.

I desaparecidos, una ferita mai rimarginata

Ancora oggi in Argentina l’argomento legato ai desaparecidos resta centrale. Basta passeggiare nei quartieri di Buenos Aires per ascoltare le storie di chi è sopravvissuto, di chi racconta di persone gettate nel vuoto dagli aerei, di fosse comuni, di disumane torture, di violenze gratuite che il regime mise in atto negli anni in cui fu al potere con la scusa di combattere i gruppi di opposizione. In Argentina 1985 la pesantezza di questo passato viene mitigata perché nel seguire le vicende umane e processuali del procuratore capo Julio César Strassera e della sua squadra, Mitre usa l’arma dell’ironia. È un’operazione che riesce a metà: va bene nella prima parte, in cui grazie ad essa si assiste alla progressiva presa di coscienza del proprio ruolo da parte di un uomo che sembra essere frenato. Sulle prime il personaggio interpretato da Ricardo Darin sembra uomo senza qualità, funzionario adagiato in un quotidiano privo di scossoni, preoccupato dell’incolumità della famiglia e proprio per questo riottoso nel prendere qualsiasi decisione. Questo escamotage riesce molto bene al regista e permette allo spettatore di immergersi con facilità nelle scorie psicologiche lasciate dal clima di terrore che a distanza di un anno dalla caduta del regime, avvenuto nel 1983, continuavano a scandire la vita della società argentina.

Più didascalia che analisi di una tragedia

Ciò che manca in Argentina 1985 è però la tensione drammatica, soprattutto riguardante l’affannosa ricerca delle testimonianze e la raccolta delle prove. Venne definita nella realtà come una autentica impresa perché in pochissimi mesi, dall’ottobre 1984 al febbraio 1985 la giovane squadra dei magistrati della procura corse sia contro il tempo sia contro il colpevole silenzio di molte istituzioni, l’omertà di interi ambienti e di non pochi potenziali testimoni di quel genocidio, preoccupati per le conseguenze che avrebbero potuto subire. Qui Mitre esagera, fa diventare tutto troppo elementare e troppo facile. Accenna, resta in superficie senza approfondire. È un modello di sceneggiatura che poi prosegue per tutto il film, dibattimento compreso, che ne tarpa le ali, rischiando di trasformare Argentina 1985 più in riuscita didascalia che in analisi. Si tratta in ogni caso di una decisione consapevole da parte di regista, sceneggiatori e produzione. Apprezzata dai giurati veneziani di Fipresci-la federazione internazionale della stampa cinematografica-meno da altri. Una questione di ottica.

L’importanza di rileggere il passato

Ricardo Darin è il mattatore di Argentina 1985. D’altronde stiamo parlando di un fuoriclasse in fatto di recitazione. Il suo Strassera è intenso, riesce a sopperire alle indecisioni dello script di cui si trattava prima, mettendo in mostra tutti i tormenti e le debolezze di uomo disilluso tornato a fare la storia– nella realtà il magistrato era stato protagonista anche nel passato della nazione, cosa che nel film si intuisce appena- e a cercare di proteggere la propria famiglia da potenziali ripercussioni. In generale è tutto il cast che funziona in un’opera che segue la moda del momento della cinematografia sudamericana. La rilettura di ciò che è stato, dei punti oscuri, è un refrain quasi obbligato per le nazioni che hanno vissuto tremende dittature. Dai meravigliosi film cileni che scandiscono la prima fase di carriera di Pablo Larraín, -un esempio è https://guidoschittone.com/autopsia-di-una-nazione/– all’ottima analisi sul golpe uruguaiano da parte di Alvaro Brechner-https://guidoschittone.com/una-notte-di-12-anni-lintensita-che-non-si-nutre-del-didascalico/– fino ai prodotti seriali e televisivi argentini-https://guidoschittone.com/iosi-una-serie-prime-che-vale-quanto-un-film-per-rileggere-un-punto-oscuro-della-storia-argentina/– o messicani come i due Un Extrano Enemigo-la recensione della prima serie che va aggiornata con quella della seconda la trovate all’interno di questa sezione https://guidoschittone.com/ftm-film-fuori-tempo-massimo/-è tutto un fiorire di sacrosante riflessioni. Argentina 1985 ne è l’ultimo esempio; non è detto che sia il migliore.

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