Io Capitano: l’inferno sotto forma di favola raccontato da un evoluto Matteo Garrone

Un autore capace di cambiare registro

Matteo Garrone ha una capacità non comune tra gli autori di casa nostra e non solo quelli: sa evolvere la propria professione, cercando sempre di intraprendere strade differenti dalle precedenti. Io Capitano, che alla rassegna veneziana ha vinto il premio per la miglior regia, è infatti un film che a livello di struttura esce dai canoni precedenti di Garrone. Sia chiaro non ne tradisce la profondità di contenuto, semmai ne modifica l’approccio, il fluire del racconto. È segno tangibile della ormai acquisita maturità di colui che, tra le mie-opinabili- preferenze, ho eletto da tempo come il miglior regista italiano.

Quella sottile linea tra documento e film

In Io Capitano Garrone si è avventurato in un territorio scivoloso su cui avrebbe potuto inciampare senza possibilità di rialzarsi. Perché trattare di emigranti, di Africa, di neo schiavisti, di viaggi della speranza fa parte da un lato di una cruda realtà, dall’altro di inutili birignao buoni solo per determinare i propri convincimenti politici e di partito. Sarebbe stato molto comodo per l’autore scegliere una tesi, percorrerla fino in fondo e infine compiacere. Garrone invece crea un film, professa il proprio mestiere immagine dopo immagine, riflessione dopo riflessione. Se ne sta in una posizione terza come a voler dire << io non giudico, io mostro>>. Ed ecco che ci propone un’opera diversa. È film e documento assieme come se l’autore prima di accingersi a creare il copione avesse studiato registi in apparenza molto distanti da lui stesso. Quelli troppo spesso confinati nella definizione di autori di docufilm, che non è bestemmia. In questo modo Io Capitano abbandona qualsiasi velleità di fare l’occhiolino allo spettatore, di sfruttarne una facile emotività. È film composto non romanzetto d’appendice, è film di finzione rigoroso nello svolgimento e nel contenuto. E non ha derive.

Seydou e Moussa, sedicenni nel ventre della balena

Seydou e Moussa sono due cugini sedicenni di Dakar. Vogliono fuggire dal Senegal perché convinti che in Europa potrebbero diventare musicisti importanti e aiutare le rispettive famiglie. Io Capitano è la storia-dal di dentro– di una traversata verso la terra promessa. Dal Senegal al Mali, dal Niger alla Libia, fino a lambire le coste della Sicilia. Ed è allo stesso tempo la metafora di un percorso di formazione, dell’abbandono dell’adolescenza, della presa di realtà, anche estrema, di ciò che è il mondo. Il loro viaggio sembra essere di nuovo quella che per Garrone è un’autentica ossesione: la balena di Pinocchio-l’unico film del regista che fino ad ora non mi ha convinto https://guidoschittone.com/e-di-legno-ma-senzanima-il-pinocchio-di-garrone/– allegoria di un passaggio esistenziale dentro cui i due si ritrovano sotto forma di un viaggio che appare senza speranza. E il finale, forte e coinvolgente, si trasforma in un urlo liberatorio: non si sa ciò che potrà accadere ma Seydou avrà la convinzione di essere diventato uomo e in grado di poter affrontare la realtà, ovvero la vita.

Tra sogno e realtà un viaggio dal di dentro

Io Capitano ha la potenza di immergere lo spettatore all’interno dell’Africa. Lo costringe a cambiare l’ottica. L’uso stesso della lingua senegalese, del francese, dell’inglese, dei sottotitoli-un po’come accadeva in Gomorrahttps://guidoschittone.com/garrone-e-il-senso-degli-alieni-noi/-è strumento essenziale del film. L’eventuale doppiaggio ne avrebbe minato la forza, la nostra relazione con le immagini. E come in quell’opera Garrone si muove in equilibrio. Per raccontare il viaggio si addentra nei sobborghi della capitale senegalese, nei ritmi di vita della gente, nei loro riti. Tratteggia il cammino verso un’ipotesi di realizzazione individuale e collettiva attraverso la potenza di immagini, in cui non disdegna a volte di inserire l’elemento onirico teso a rafforzare l’atmosfera del sogno. In fin dei conti anche questo è patrimonio del realismo magico che contraddistingue alcuni autori che vogliono raccontare i mondi meno conosciuti-si veda per esempio quell’opera importante che è El Gran Movimiento di Kiro Russo(la breve nota qui https://guidoschittone.com/ftm-film-fuori-tempo-massimo/). Io Capitano è film essenziale: parla di ciò di cui discutiamo e forse immaginiamo ma non conosciamo. Con umiltà e senza la pretesa di offrirci lezioni morali. È merito di un regista che sale in cattedra per capacità e non per sterili bla bla o narcisismi.

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