Abang Adik: i fratelli apolidi di Kuala Lumpur in un film commovente, solido. In altre parole bellissimo.

Da applausi l’esordio alla regia di Jin Ong

IL produttore malesiano Jin Ong alla prima prova da regista dimostra di conoscere bene la professione. Ha modelli di riferimento ben precisi, sa usarli all’occorrenza e amalgamarli. Il suo Abang Adik è cinema ad alto livello e non è un caso che abbia già fatto incetta di premi in giro per il mondo. Presentato in concorso al Feff25 di Udine, visibile anche sulla piattaforma di mymoviesone, non deluderà. La forza del film non sta tanto nell’originalità del soggetto quanto nel suo sviluppo, nella fluidità, nella coerenza narrativa. È per questo che va accettata anche una lenta quanto progressiva discesa nel melodramma verso la sua conclusione. Non ne diventa corpo estraneo bensì omogeneo.

Il legame dettato dalla sopravvivenza

IL LEGAME tra Abang e Adik è fraterno, anche se forse fratelli non sono dalla nascita. La Babele di emarginazione di Kuala Lumpur è il filo rosso che li ha uniti fin da piccoli; Abang non sente e non parla:è un sordomuto che tenta di raggiungere una vita ordinaria lavorando, risparmiando, accudendo il più giovane Adik che al contrario cammina sul filo della criminalità, vendendo documenti falsi, prostituendosi, frequentando i piccoli boss della zona. Ha soprattutto improvvisi scatti rabbiosi e istintivi come se una carenza, una perdita originaria lo portassero a essere diverso da quello che è. Perché nella realtà anche lui cerca il sogno di una vita normale. Abang è il suo unico punto di riferimento, la sua famiglia, il ragazzo che si fa carico dei suoi problemi, che lo protegge, che cerca di rimediare ai suoi errori. È un sentimento forte che li lega reciprocamente. Il loro è amore assoluto, inscalfibile nemmeno quando la situazione precipiterà prima di una catarsi finale.

Quel mondo a parte dove ci si aiuta

IL film è bellissimo. Jin Ong entra nel mondo che sta ai margini dei grattacieli di Kuala Lumpur mischiando generi e appunto riferimenti. Lo fa sempre con un occhio comprensivo ma mai lacrimoso, donando dignità, decoro, fierezza a questa metropoli nella metropoli, dove più che essere tutti contro tutti, si è consci che solo l’aiuto reciproco sarà in grado di donare la gioia di essere vivi. Perché Kuala Lumpur diventa il simbolo di tutte le contraddizioni del far east: la difficile convivenza delle varie etnie, l’impossibilità di poter avere un conto in banca se non si possiede una carta d’identità. Abang Adik è una storia di apolidi, di senza passato, di radici strappate. Nel caos in cui convivono malesiani, birmani, cinesi, il sorreggersi l’uno con l’altro diventa il motivo conduttore per cui vale la pena vivere. È un’umanità dolcissima capace di non essere mai disperata.

Da Slingshot ad altri riferimenti

Jin Ong dimostra, come è stato accennato, di conoscere il cinema. La prima scena, una retata della polizia malese, sembra essere uscita direttamente da quel capolavoro che è Slingshot del filippino Brillante Mendoza– ne ho scritto nella sezione https://guidoschittone.com/ftm-film-fuori-tempo-massimo/– guarda caso riproposto al Feff del 2022. Stessa dinamica di ripresa, stessa concezione dello spazio-tempo. Poi Jin Ong insinua l’occhio della camera, sapientemente gestita da Kartik Vijay, all’interno dei mercati, delle case fatiscenti, la punta sui volti dei suoi protagonisti come se volesse elaborare un nocumentary, in cui a parlare sono solo le immagini. Trasforma il film in un prodotto quasi ibrido, a metà strada tra le opere del filippino Lav Diaz, senza la sua lentezza, e il realismo magico del boliviano Kiro Russo-se non lo aveta mai visto guardatevi lo splendido El Gran Movimiento– per poi arrivare alla storia vera propria, in cui vengono applicate tutte le conoscenze del mélo e infine del dramma carcerario. Non sono imitazioni ma riferimenti. Rielaborati, resi coerenti con la sceneggiatura.

Attori che parlano con lo sguardo

Kang Ren Wu e Jack Tan sono i protagonisti nelle parti di Abang e Adik. Il primo, modello taiwanese, e il secondo, una superstar in Malaysia, duettano in bravura. Kang Ren Wu lo fa senza parlare, con i gesti, le mani, lo sguardo, l’espressività. Il secondo con grinta e l’occhio della belva in trappola, smarrita. Sono eccellenti così come è bravissimo Tan Kim Wang a interpretare il transgender Money, concentrato di umanità e saggezza nel mondo nascosto di Kuala Lumpur. Dopo aver vinto il premio ecumenico e dell’audience al festival di Friburgo, Abang Adik spero sia acquistato da qualche distributore italiano e inserito nel circuito delle sale. Perché è bellissimo e soprattutto universale. Impossibile non possa piacere.

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