L’Isola di Andrea, tra adolescenza negata e colpi di genio

Capuano si conferma maestro

In Giappone c’è Kore’eda, in Italia Antonio Capuano. Pochi o nessuno come l’autore napoletano sanno infatti raccontare la famiglia, la sua disgregazione con l’occhio vigile sulle tematiche adolescenziali. Accadde nell’ormai lontanissimo 2005 con il pregevole La Guerra di Mario (di cui avevo scritto nel blog precedente a questo) o ancora prima in Vito e gli altri del 1991. La sua ottica è lucida. Capuano osserva, analizza; i bambini vittime collaterali, convitati di pietra che sembrano stare dietro le quinte ma che poi sono gli unici in grado di captare l’essenza, ciò che avviene attorno a loro. L’Isola di Andrea parla proprio di questo, di una separazione in fase giudiziale- trattata alla stregua del capolavoro di Farhadi(E’iraniano il grande film)-, dove il ragazzino e il suo affidamento vengono posti al centro del discorso. Il tutto con lo stile di questo geniale autore, senza pesantezza descrittiva, con ritmo e lampi di assoluta specificità.

Storie di rifugi

L’Isola di Andrea è storia di rifugi e di rifiuti. Di genitori che sembrano non essere mai cresciuti. Bamboccioni in cui le responsabilità si assumono ma si dissolvono sotto il sole del fallimento nella non comprensione del travaglio del figlio. Sono straordinari Vinicio Marchioni e Teresa Saponangelo nel tratteggiare i personaggi che Capuano mette a specchio dello spettatore, seguendoli nei colloqui con il giudice. Di loro scopriamo tutto a poco a poco, il carattere, le carenze, i limiti, i problemi. Il regista li massacra nel pieno del proprio stile, per dirla in modo pomposo con amorevole severità, ironia che spesso sfocia in simpatia. Perché sono fragili, contradditori, insicuri e individualmente irrisolti. Sono vittime di loro stessi, consci di avere di fronte un problema ancora più grande, il figlio, ma incapaci di abbandonare i propri tic. Allo sbando, senza una bussola in grado di indirizzarli. Così si rifugiano, chi nel teatro –Gl’innamorati di Carlo Goldoni– lei o il nevrotico frequentare altri uomini, chi sognando una realizzazione individuale mai giunta, lui. E Andrea, la vittima? C’è solo spazio per immaginare, per cercare il colloquio con gli uccelli, siano colombi o pappagalli, e frappore un muro che non si scardina con chi cerca di analizzarlo, giudici e psicologi. L’Isola di Andrea è film di improvvise aperture, di fascinazioni, di scansioni temporali, di immagini che si raddoppiano e si dissolvono dietro una vetrata. Perché tutto in questo lavoro assume una forma liquida e l’unica salvezza è l’immaginazione, non a caso il finale è scandito dal ragazzino che canta L’Isola che non c’è di Bennato, allegoria esistenziale. Non è una resa; è piuttosto il senso della vita.

Tutto è colore

Antonio Capuano ha da poco compiuto 86 anni ma è uno degli artisti più giovani del cinema italiano. L’Isola di Andrea, presentato fuori concorso a Venezia nel 2025 e da poco riproposto in streaming sulla piattaforma di my movies one, è film giovane anche nella forma, nei suoi colori che cambiano, nella scelta dei vestiti e delle collane di Saponangelo, negli arredamenti, nei disegni con pennarelli fluorescenti usati da Andrea e mamma di fronte all’inquisizione giudiziale, nella musica che qui è qualcosa di più di una semplice colonna sonora. È appunto quel rifugio allegorico a cui ognuno dei tre personaggi- bravissimo Andrea Migliucci nella parte di Andrea- si affida quando il re si sente nudo e mai scelto a caso. Marchioni canticchia Mediterraneo di Mango, Saponangelo danza solitaria e frenetica sulle note di La Valse di Maurice Ravel e il ragazzino resta ipnotizzato dall’esibizione di un rapper da strada. E così il regista mentore di Paolo Sorrentino, il maestro anche di vita citato in È Stata la Mano di Dio(È Stata La Mano di dio: l’arcadia ritrovata di Paolo Sorrentino) non ha sbagliato film per l’ennesima volta. Donando freschezza a quel qualcosa da dire che lo spinge a realizzarne pochi ma buoni. Portandoci su un’isola in cui stiamo bene.

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