Il viaggio di Thomas Mann in un mondo di alieni
Fatherland di Pawel Pawlikowski è un film breve e forse per questo lontano da qualsiasi accenno di spettacolarizzazione. Una brevità in cui in poco più di 80′ l’autore polacco, che con questa sua ultima opera ha vinto il premio alla regia al festival di Cannes, dice molte più cose di quanto la gente possa immaginare. Lo spunto è il viaggio che l’esule negli Usa Thomas Mann compì nel 1949, sedici anni dopo la sua fuga in Svizzera e successivamente in California, nella Germania appena divisa in due repubbliche per ricevere il premio Goethe. Manipolando il dato storico, Pawlikowski lo fa accompagnare dalla figlia Erika invece, come accaduto, che dalla moglie. È un dettaglio importante, perché in questo modo il regista approfondisce non tanto il dato esegetico sullo scrittore quanto la dimensione di un dolore che potrebbe definirsi universale: quello del tentativo di riappropriarsi delle radici, più sociali che culturali, e di riuscire ad esternare la disperazione per il suicidio del figlio Klaus, il cui personaggio apre il film con una prima scena potente e indicativa. Mann dunque si trova al cospetto di un mondo diviso e divisivo in nome della pace che non riconosce più e che solo attraverso il collante dell’arte, Goethe ed anche Bach, può trovare una dimensione razionale e una giustificazione.
Tra le rovine civili e quelle dell’anima
In questo modo Fatherland si trasforma ben presto più che in un viaggio tra le assurdità e la violenza della storia in un percorso in cui nessuno riesce a ritrovare il senso di appartenenza in una nazione che di fatto non esiste più. La Germania che accoglie lo scrittore è ferita, essa stessa vive sospesa tra il tentativo di cancellare il recentissimo passato, sono trascorsi appena tre anni dal processo di Norimberga, e le relative scorie. È un’umanità che a fatica, all’ovest, tenta di dimenticare, con gli agenti della Cia ad accompagnare e vigilare i personaggi mentre quella dell’est, che Pawlikowski inserisce in ambienti desolati, non rinunciando a una beffarda ironia sul comunismo che può ricordare in alcune scene il bellissimo romanzo Sonnenallee di Thomas Brussig, è già irregimentata. Entrambe però si trasformano l’una nello specchio dell’altra nel tentativo di appropriarsi non tanto dell’arte quanto della figura dell’artista da utilizzare per le rispettive propagande. Il Mann di Pawlikowski che riceve due premi Goethe, uno a Francoforte e un altro a Weimar, è un uomo imperturbabile , incapace di cedere ai ricatti della politica, terzo nei confronti di chi lo circonda. Il suo mondo è un altro; è la parola, è lo studio, è lo scrivere, non il fastidioso tran tran dell’apparire in pubblico cercando di riempire di contenuti i discorsi di ringraziamento. È artista che concede solo la propria esteriorità, chiudendosi a riccio, quasi senza comunicare, persino con l’amata figlia.
L’arte che unisce i sentimenti
È quindi Thomas Mann lo stereotipo classico di chi ha trascorso l’esistenza in una gabbia per nulla dorata, traendo dall’incomunicabilità la propria forza? Per nulla: se in Ida(Ida: splendido romanzo per immagini sulla catarsi di una nazione) Pawlikowski fa dire alla zia della protagonista che non si può immaginare una vita religiosa senza essere passati dall’esperienza concreta dell’esistenza, in Fatherland, in quella terra in cui il ben tornato a casa si trasforma <<in quale casa?>> il regista porta il suo Thomas Mann a penetrare nel dolore macerante della perdita della pecorella smarrita Klaus e sarà solo nell’ultima scena, splendida, emblematica, significativa proprio come accadde nel 2018 con Cold War (Cold War: è splendido ma freddo il melò di Pawlikowski) sotto le note di Jesus bleibet meine Freude di Johann Sebastian Bach, che chiusure, incomprensioni, silenzi si dipaneranno in un pianto liberatorio e una stretta di mano tra padre e figlia. Questo è Fatherland che di Cold War replica la freddezza algida di chi osserva i propri personaggi, bravissimi Sandra Hüller e Hans Zischler, senza alcuna pretesa di giudicarli e che non rinuncia mai, nel proprio sottotesto, a interpretare il contemporaneo, quell’Europa, di cui la Germania del 1949, spezzata in due, sembra trasformarsi in una ben poco ottimistica allegoria dei giorni nostri.