Da l’Amore della Tua Vita ad altre brevi considerazioni sulle mode del momento

Un film leggero che mi fa pensare ad altro

L’Amore della Tua Vita di Rachel Morrison è un filmettino del genere para sentimentale che a volte si perde nelle tradizionali banalità ma che allo stesso tempo si differenzia dal resto dei suoi omologhi per il tentativo di una introspezione psicologica della sua protagonista, una efficiente e come sempre bravissima Margareth Qualley. Storia d’amore sì, di quelle che fin dall’inizio sai già dove arriveranno secondo un plot ultracollaudato: l’incontro casuale tra due anime solitarie, il fuoco della passione amorosa, il matrimonio e la tragedia che si abbatte sul più bello, qui sotto forma di Covid. Non è uno spoiler, è solo una piccola parte della trama che riempie lo schermo e non è il finale. Anzi il film si potrebbe dire che inizi realmente da quel momento drammatico. Perché L’Amore della Tua Vita è soprattutto un’opera, leggerissima e quindi fruibile, sull’ elaborazione del lutto, sulla perdita totale del proprio baricentro, sulle chiusure verso il mondo esterno di chi vive una perdita. In questo il soggetto scritto da Julia Cox diventa interessante, mettendo in luce tutta una serie di cupe fragilità che vanno a colpire Qalley, quasi rassegnata alla sopravvivenza e alla fuga nel mondo-nel film si passa dalle radici degli Usa a Lisbona e all’Algarve, da Londra al Giappone fino al Lussemburgo- gettandosi nella pura casualità dei momenti senza avanzare di un millimetro nel risolvere l’ossessione del distacco definitivo dal proprio amato. Il film è questo, non c’è molto altro da dire se non che la regia e il soggetto procedono a volte fin troppo seguendo un percorso scontato, il che va bene per un prodotto distribuito in streaming su Prime Video. Il resto lo fa Margareth Qualley, diventata ormai una trasformista , capace di transitare dai film di Lanthimos(Povere Creature: il percorso di Bella verso la consapevolezza nell’ennesimo ottimo film di Lanthimos e Kinds of Kindness, quando le immagini non riescono a riempire il vuoto) all’interessante quanto non originale The Substance di Coralie Fargeat(una breve recensione inAltri film in poche righe) fino questo mix sentimentalpsicologico. Ed è su questo che voglio soffermarmi, andando oltre la semplice analisi cinematografica.

Un mondo al femminile

Alla conclusione dell’estate, entrando nella mia libreria preferita, una delle poche in cui esiste la figura classica del libraio, ovvero colui che sa di cosa parla perché legge ciò che propone, ho domandato come erano andate le vendite. Il mio interlocutore ha risposto che mai come in quei mesi caldi aveva venduto e mi ha mostrato cosa il mercato, diciamolo di massa, richiede: libri scritti da donne. Non a caso mi ha mostrato la sfilza di titoli più o meno importanti e di qualità(quella libreria sta alla larga dalle opere di larghissimo consumo) con cui le case editrici pubblicano o distribuiscono opere tutte al femminile. È una tendenza nuova rispetto al passato, dove spesso il ruolo della scrittrice era confinato o a opere di estrema qualità, penso a Munro, Lessing, Austen, Duras, Jelinek, MacDonald e via dicendo, o entrava nell’alveo numeroso della narrativa rosa per inguaribili romantiche. Ora il vento è cambiato:forse intercettando le indagini di marketing che vogliono le donne come le lettrici più accanite, la produzione spinge su una narrativa. femminile << mista>>, dove esperienze individuali si intrecciano a trame spesso sentimentali di modo da accontentare sia chi pretende profondità sia chi è maggiormente interessato al plot nudo e puro. Una semplice annotazione che mi è venuta in mente guardando L’Amore della Tua Vita, un film decoroso ma nulla più eppure al passo coi tempi.

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