Odissea:l’Ulisse stanco di guerra di Nolan tra kolossal e riflessione

Un compromesso tra varie esigenze

Ulisse è come Teresa(Batista) stanco di guerre. È un uomo tormentato , imprigionato nel proprio rimorso, devastato dalla sua furbizia. La sua non è esistenza, piuttosto una fuga. Ulisse è il rovescio della medaglia del colonnello Kurtz di Apocalypse Now; veleggia con tragitti alternativi verso Itaca con il suo sparuto esercito di sopravviventi per cancellare l’orrore, quello voluto da Agamennone, qui sapientemente trattato da Christopher Nolan come un cavaliere oscuro come la pece, la cui maschera di ferro cela l’anima buia delle cose terrene, le guerre necessarie, le stragi conseguenti. L’Odissea di Nolan è quindi un viaggio che a volte appare interminabile nel nostro oggi perché in definitiva Omero resta un maestro del contemporaneo e l’autore inglese questo lo ha capito. Come ha compreso che per rendere fruibile l’Odissea era necessario travestirla da kolossal messo al passo dei tempi, con dispendio di mezzi, interpreti, effetti e i tradizionali colpi di genio. Così il suo film si posiziona in una terra di mezzo tra riflessione e divertissement. Seguendo la filosofia di John Milius la cui ambizione è sempre stata quella di raccontare una storia ai bambini attorno al fuoco.

L’orrore che genera orrore

Odissea di Nolan è un grande gioco che penetra in un orrore figlio esso stesso dell’orrore originale. Il lungo viaggio dei naufraghi verso Itaca, gli incontri di Ulisse con i mostri, i figli di dei, i sacrifici dei suoi uomini, insomma tutto il poema omerico riletto dal regista e dai suoi sceneggiatori sembra essere un incubo ad occhi aperti vissuto nella psiche del protagonista, Per cancellare il proprio peccato Ulisse non può far altro che sacrificare sé stesso e piegarsi alla volontà di quegli dei che ha tradito per necessità, per sopravvivenza. È per questo che l’Odissea omerica è una grande storia allegorica, Nolan lo sa: il suo cavallo di Troia appare ferito, reclinato, sofferente mentre nella propria stiva il suo ideatore e i più valorosi dei greci vivono nella claustrofobia dell’attesa. Tutto è inganno da punire con una discesa agli inferi per confrontarsi con i propri demoni siano essi Polifemo, Circe, i Lestrigoni-forse l’episodio meno riuscito del film- o il sacrificato Sinone. E poi c’è il freddo pragmatismo di Penelope, tutt’altro che una moglie arrendevole ma una regina autentica, capace di trasformare la corte di Itaca da un luogo metaforico e agognato, un sogno appunto o l’isola che non c’è, nell’unico posto reale, fatto di caos e di individui, i Proci, infingardi, approfittatori, volgari: è un quadro di Hieronymus Bosch, un inferno dantesco dove giganteggia Robert Pattinson, Antinoo, il migliore per distacco del super cast messo assieme dalla produzione.

Un finale alla Marquez

Il film non è il migliore di Nolan. È più interessante che riuscito nella propria completezza. Il problema sta sempre in quella scelta di procedere per una terra di mezzo tra kolossal e riflessione su un antieroe. A volte appare troppo scontato nel proprio svolgimento, prevedibile( ma non è che si possa stravolgere Omero) altre geniale. È bellissimo nella forma, affascinante, ben recitato con intuizioni che a volte restano bloccate al punto di partenza e altre che sorprendono. Come il finale una versione riveduta e corretta di quello de L’Amore ai Tempi del Colera di Marquez con quella nave che salpa verso l’ignoto: gli incubi sono sconfitti. È tempo di tornare alla vita e al suo ignoto. A chi resta, l’impegno di raccontare una storia.

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