Come nei romanzi che piacciono a me
Non è casuale che sia innamorato di questo film che sembra un romanzo. Perché in effetti Train Dreams romanzo lo è. Venne scritto da Denis Johnson nel 2002 e pubblicato undici anni dopo in Italia da Mondadori. E non è nemmeno il primo film tratto da uno dei suoi libri, perché prima del meraviglioso Train Dreams il cinema aveva già sfruttato il talento di questo artista, poeta e scrittore assieme, allievo di Raymond Carver, portando sullo schermo nel 2022 Stars at Noon, film di Claire Denis, e, nel 1999, la raccolta di racconti Jesus’ Son per opera di Alison McClean. È stato scandaloso che la distribuzione di Train Dreams si sia limitata a un tempo piccolo in alcune sale per poi finire sullo schermo televisivo via Netflix. Il motivo del mio cruccio? È il film migliore tra quelli che quest’anno sono candidati all’Oscar, meglio persino dell’adorato Sentimental Value(lSentimental Value, è un grande, meraviglioso film). Una di quelle opere che ti riconciliano con la gioia di porti domande che non troveranno mai risposte, che è poi l’autentico segreto della vita. Da questo grande, immenso, punto interrogativo il talentuoso regista Clint Bentley, alla terza fatica professionale, costruisce un’eccellente metafora attraverso appunto il romanzo di Johnson e del suo protagonista Robert Grainier, il sempre più bravo Joel Edgerton. Il tutto con uno stile che riecheggia il Terence Malick dei giorni migliori, quello di Tree of Life per esempio (https://guidoschittone.com/eruzioni-visive-nel-viaggio-tra-spaziotempo-e-uomo/).
L’uomo che guardava il mondo accadere
Grainier è un uomo semplice, un boscaiolo che di fatto non ha mai avuto una famiglia; uno a cui l’American Dream è negato già in partenza e che gira per costruire rotaie e abbattere alberi. Troverà l’amore e lo perderà tragicamente. La sua storia s’intreccia con quella degli Usa dai primi del ‘900 fino alla vigilia degli Anni’70. Lui ne è spettatore. È individuo che osserva, quasi impotente, il mondo che accade. È un Palomar immerso nella natura, nei verdi brillanti delle foreste, silenzioso e solo, di una solitudine che sa di perdite, di incompiutezza, di domande, appunto, a cui nessuno può fornire risposte adeguate. Né i suoi colleghi, né la natura stessa. Il suo percorso esistenziale è scandito da una voce fuori campo che ne racconta la storia. Al resto ci pensa Edgerton-se potete rintracciate quel noir strepitoso interpretato e coprodotto da lui che è The Stranger( una breve recensione la trovate qui https://guidoschittone.com/ftm-film-fuori-tempo-massimo/)- mai così bravo nel rendere i propri tormenti interiori sotto una maschera all’apparenza imperturbabile. Tutto in Train Dreams è drammaticamente umano pur nell’assoluta semplicità della propria scansione filmica. Come se il mondo a cospetto del personaggio di Grainier sia già avvenuto, persino il presente, persino il futuro. Ed ecco quindi il fortissimo contrasto tra la pace ariosa, mai incombente, mai spettrale, di una natura verdissima, e la non comprensione da parte dell’uomo dei suoi misteri. Sarà solo il finale a fornire ciò che il protagonista per tutta la vita ha cercato e scoprire l’amara universalità che accomuna ogni individuo.
Una regia da premio Oscar
Clint Bentley affronta il soggetto con acume. Si affida alla voce fuori campo per non tradire il senso del testo originario, a degli esterni, tra i più belli degli ultimi tempi, fotografati con gusto pittorico da Alphonso Veloso(anche lui candidato all’Oscar)e a offrire allo spettatore una fusione tra tempi differenti, in modo del tutto armonico. Il suo Grainier(Edgerton) vive anche nel proprio passato, i suoi sonni si intersecano con ricordi e improvvise visioni ma nel regista non c’è mai la perdita del bandolo della matassa. È una regia calibrata, che focalizza il dolore e lo scorrere del tempo del suo protagonista senza mai un sussulto o una deviazione dalla rotta. Train Dreams è film di poche parole; ognuna di essa pesa come un macigno. Il cast, detto di Edgerton, non lo tradisce mai. Felicity Jones (The Brutalist: come Corbet attraverso l’arte distrugge il mito americano) è Gladys la moglie capace di portare gioia, entusiasmo nell’ordinarietà esistenziale di Grainier. William Macy, come sempre grande caratterista, è il boscaiolo Arn, colui al quale Grainier affida le proprie domande, mentre Kerry Condon (Gli Spiriti dell’Isola: la radice teatrale a volte smorza il ritmo del film di Martin McDonagh. Ma gli interpreti sono al top e F1: quando l’immagine non riesce a celare la pochezza delle idee) fa una fugace ma fondamentale apparizione nella fase centrale dell’opera. Train Dreams è film che affascina senza essere ruffiano, senza cercare il plauso ad ogni costo. Sussurra, non urla. L’ho visto in ritardo e per di più, in modo del tutto casuale, su Netflix. Perderlo sarebbe stato un delitto.