Il senso della non appartenenza

mercoledì, Settembre 21, 2011 0 No tags Permalink 0

lultimo-terrestre.jpegL’ultimo terrestre è stato il film italiano tra quelli presentati alla Mostra del Cinema di Venezia che ha raccolto i maggiori consensi di critica e di pubblico. Non è un capolavoro indimenticabile ma un’ottima opera che dimostra, se mai ci fosse bisogno di ripeterlo, che il cinema si presta ancora a diversi modi di linguaggi visivi e di scrittura. Basta possedere il coraggio di andare oltre il seminato, di essere sé stessi, di non scimmiottare le mode imperanti. In una parola sola essere coerenti con chi si è. Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, non ha pagato alcun prezzo <<artistico>> nel passaggio dal tavolo di disegno, dove viene considerato un maestro indiscusso con i suoi fumetti, alla macchina da presa proprio per questo. Ha proposto alla Fandango una sceneggiatura tratta dalla novella grafica di Giacomo Monti <<Nessuno mi farà del male>>: una scommessa per il cinema italiano ancorato spesso a pregiudizi, immobilizzato dagli input che produttori e distributori impongono anche in sede di stesura di storie. Alla Fandango di Domenico Procacci va riconosciuto il merito di avere creduto nel progetto e a Gipi di essere riuscito a portarlo a compimento, proponendo un film singolare, dove si sorride e si riflette. Autentica allegoria dei nostri tempi, dei vizi e delle virtù dell’italica specie, L’ultimo terrestre ha uno svolgimento piacevole, molto secco e ben poco compiaciuto, dinamico, illuminato da belle intuizioni di riprese e fotografia, di colori che cambiano, di tagli d’immagine che a volte sono tipici dei fumetti e altre rimandano a lezioni di pura cinematografia, queste ultime non originalissime ma prese a nolo da nobili esempi- gira e rigira i giovani autori sembrano avere ben in mente il cinema di Lynch e della fantascienza di <<serie B>> degli Anni ’50 e ’60-, e di una sceneggiatura scoppiettante che non annoia né si dilunga troppo. La specificità è quindi la forza dalla quale L’ultimo terrestre trae linfa.

Gli occhi di Luca, un trasognato Gabriele Spinelli,  osservano un mondo privo di ideali, dove la solitudine è il comune denominatore delle esistenze, dove non c’è molto da immaginare, non esiste progetto. La sua vita è mediocre quanto quella dei colleghi della sala bingo dove presta servizio. Il suo orizzonte è limitato come quel muro che separa la sua abitazione <<abusiva>> da quello della dirimpettaia della casa di fronte. E’una strada stretta simile a un labirinto il cammino esistenziale di Luca. I suoi sentimenti non sono esprimibili, è incapace di confrontarsi con le donne, si accontenta di osservare l’oggetto del desiderio, di struggersi, di sentirsi perdente per il lutto che lo ha colpito quando era bimbo, la morte della madre.  Gipi è abilissimo a inserire il suo protagonista silenzioso, imbranato, osservatore delle piccole cose che accadono di fronte, in uno spazio fisico claustrofobico, appunto un quartiere degradato, in decadenza e finto borghese di un luogo senza nome ma contemporaneo. E’un film senza punti di appartenenza quello di Gipi. Un’anziana prostituta lavora in un supermarket del mobile, il miglior amico di Luca è un travestito e l’unico con il quale riesce a stabilire una relazione verbale e intellettuale, la sua donna del desiderio è un altro personaggio sradicato dai sogni con il lavoro all’autogrill, la disgraziata illusione amorosa con un truffatore di cuori e di menti; i suoi colleghi camerieri sono una banda di disonesti intellettuali, tre individui  schematizzati nel carattere dalla sceneggiatura e fin troppo riconoscibili di primo acchito, qualità del fumetto meno del cinema. C’è anche un genitore, all’apparenza giunto alla disillusione radicale: anch’egli – un magistrale Roberto Herlitzka- vive solo e isolato in un casolare di campagna, dove tutto è in rovina, fatiscente, impolverato a sancire l’attesa di una fine incombente. Nulla, se non l’interesse per la dirimpettaia e l’amicizia con il travestito, scuote Luca da un torpore meccanico, automatico.  Questo è ciò che appare, forse non ciò che è. Ci penseranno gli extraterrestri che calano sulla terra a ribaltare il senso, a fornire delle risposte, a mostrarci la nostra mostruosità in un crescendo che a volte sfiora il noir senza perdere mai di vista l’aspetto ironico.

E’MOLTO bravo Gipi a non cedere alla tentazione del grand guignol: anche nelle – poche- scene cruente della sua storia si ricorda di essere un fumettista e attraverso l’esagerazione dei gesti, delle espressioni, della crudeltà, ci porta in un territorio grottesco e poco credibile visivamente ma molto profondo a livello etico. Su questi due piani il regista danza bene anche se a volte evita di prendere la strada definitiva, restando un poco in mezzo al cammino. E’ il limite del film che avrebbe potuto essere più incisivo e cattivo nei confronti degli <<umani>> e che invece si arresta proprio sul più bello, forse per il pudore dell’opera prima e per la voglia di non esagerare che prende tutti coloro che si sentono alle prime armi. Avremmo desiderato una regia meno <<umile>>, più presuntuosa perché Pacinotti le potenzialità sembra possederle e con la sua naturale ironia avrebbe potuto affondare il coltello ancora più in profondità. Ma L’ultimo terrestre resta un film di assoluto valore in un panorama spesso piatto dove le idee originali vengono bandite al loro sorgere. Lo attendiamo alla prossima prova dove Gipi, da non esordiente, avrà agio di dare libero sfogo alle sue allegorie con la convinzione che sarà più cattivo. Già è riuscito nell’impresa di fare un ottimo lavoro sia di immagini sia di direzione di attori. Tutti molto bravi nel caratterizzare i personaggi. Spinelli concede il proprio volto spigoloso e irregolare alla parte del protagonista. Caratterizza Luca e i suoi problemi con naturalezza, senza alcun artificio o appesantimento. Herlitzka è il più attore: innocente all’inizio, mostruoso alla fine. Ci mette la sua arte, la sua esperienza ed è bello che un regista all’esordio lo abbia al proprio fianco perché è la dimostrazione che chi proviene dal teatro ha sempre una marcia in più anche quando punta il proprio sguardo verso l’orizzonte o prepara la tavola. Ma anche gli altri non sono da meno in un film dal quale potrebbe nascere un regista importante.

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