No Other Choice: Park Chan-wook dissacra e convince

Molto più di una commedia nera

C’è molto di interessante in questo No Other Choice di Park Chan-wook, tra i migliori film del regista sudcoreano che si discosta per intuizioni e originalità da Cacciatore di Teste di Costa-Gravas, autore al quale l’opera è dedicata nei titoli di coda. Park infatti personalizza il testo originario, The Ax, dello scrittore statunitense Donald Westlake ridefinendone la struttura, plasmandola secondo la propria visione di cinema e di esistenza. Ne scaturisce una commedia nera, anzi nerissima, in cui gli aspetti drammatici vengono spinti al limite per giungere alla dissacrazione grottesca. Sia chiaro: il discorso non è nuovo ma Park Chan-wook fa propria l’idea originaria per modellarla sulle crepe di un sistema mondo e non solo della società sudcoreana. Ci riesce alla perfezione, creando un film molto bello, molto divertente. molto profondo.

Sarebbe piaciuto a Marco Ferreri

Se Marco Ferreri fosse in vita apprezzerebbe No Other Choice. Esistono infatti delle pennellate di sarcasmo e di lucidissima visione d’assieme proprie di un certo tipo di fare cinema. Dalla storia tutto sommato semplice di un caporeparto che viene licenziato con l’avvento di una multinazionale nella proprietà della cartiera in cui lavora e del suo originalissimo metodo per ritrovare ciò che gli è stato tolto, eliminando uno a uno i potenziali concorrenti per una nuova assunzione, Park Chan-wook disegna un affresco fatto di tinte forti, spingendo il dramma oltre i propri limiti, facendolo sfociare nell’assurdo intriso di ironie e di ventate di indubbia comicità. Nel suo piano folle ma allo stesso tempo pragmatico di uccisione dei propri rivali il protagonista Man-soo non ha un ripensamento, uno scrupolo, un pentimento. Compie delitti quasi questi siano necessari, l’unica risposta che chi è vittima dell’eliminazione graduale delle risorse umane nelle aziende può offrire.

Una guerra tra disperati

La riflessione a cui obbliga No Other Choice, versione di Park Chan-wook, è però un’altra: se il romanzo originale proponeva una critica feroce nei confronti delle storture del capitalismo, nel film l’autore sudcoreano va oltre. Il suo è un atto di resa, è il prendere coscienza che l’intelligenza artificiale ormai ha compiuto il proprio corso, come si vede nello splendido finale. Che la moderna economia non ha più necessità di un popolo ma di una piccola selezionata minoranza di individui per svolgere il lavoro. Ragion per cui la guerra di Man-soo non è indirizzata ai vertici delle azienda ma a persone che come lui hanno perduto tutto. Manager, responsabili di strutture che dall’oggi al domani assistono disperati alla loro devoluzione esistenziale , perdendo privilegi, affetti, certezze. Per contraddizione sembra che Park Chan-wook ci sussurri che non si può combattere l’inscalfibile contemporaneo ma solo gli sconfitti. Di fatto se siamo esclusi bisogna in qualche modo rientrare nel nuovo sistema. Come? Uccidendo i rivali. Per questo Man-soo è un personaggio da eleggere a eroe tra gli amorali della storia.

Quel killer così improvvisato

Park Chan-wook espertissimo in << vendette >>(nella emigrazione da un blog all’altro ho perduto le recensioni di Mr.Vendetta, Lady Vendetta e Old Boy) disegna il proprio protagonista come killer improvvisato, sgangherato, improbabile eppure privo di pietas. Ogni sua azione sembra uscita da un gioco di bambini in cortile. Tutti sono complici, persino i commissari di polizia non si accorgono dell’ovvio. È proprio l’improbabilità a scandire ogni secondo del film: è voluta, necessaria, è allegoria di violenza di cui il cinema sudcoreano è maestro assoluto e non c’è necessità di ricordare bong joon ho o Kim ki Duk e tutti gli altri che spesso seguo con grande piacere. Ci sono due momenti fondamentali in No Other Choice: l’incipit con un repentino cambio di luce sulla prima immagine e la descrizione da carosello americano Anni’60 della perfetta famiglia felice. E il finale, scandito dal violoncello di Le Badinage di Marin Marais, in cui è attraverso la resa al sistema che tutto torna, i figli che non parlano ma osservano iniziano a esprimere concetti e il mondo riprenderà a essere a tinte pastello. Una famiglia, un lavoratore solo , l’AI che tutto presiede e poi il nulla. Questo è il nostro presente e il nostro futuro secondo Park Chan-wook. No Other Choice è un grande film. Senza un piccolo appesantimento centrale sarebbe stato perfetto. Così come i suoi interpreti.

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