Da The Aviator a Foxcatcher come cambia e muore il sogno americano

SONO TUTTI orfani gli americani di Bennett MillerTruman Capote ( A sangue freddo ) e L’arte di vincere- e tutti, in un modo o nell’altro cercano un padre. Così caracollano lungo la strada della vita, attaccandosi morbosamente al paravento di un’idea; sono vittime plasmate e plasmanti, imprigionate dietro le sbarre di conflitti irrisolti con ciò che è stato. C’è chi ha vissuto senza famiglia e senza radici, cambiando di continuo luoghi e case e c’è chi cerca di ribaltare i simulacri materni, sostituendoli con i suoi. Sullo sfondo c’è invece l’America, un’altra matrigna che non riconosce i propri figli, li sfrutta e li abbandona. È un mondo cupo quello del memorabile Foxcatcher ed è forse la totale assenza di consolazione, di buonismo, di finale lieto che ha impedito al film di Miller di sbancare alla notte degli Oscar. Troppo scomodo per i giurati che gli hanno preferito il superficiale Birdman; troppo duro nel suo mostrare in modo spietato e mai compiaciuto le contraddizioni degli Usa. La figura del magnate John du Pont, al centro della << sporca faccenda >> che lo coinvolse assieme ai fratelli lottatori Mark e Dave Schultz,diventa quindi per Miller l’occasione per assestare un colpo fatale all’American Dream. È per questo che l’autore si prende delle libertà, comprimendo la storia reale, anticipandone di molti anni la conclusione, modificando i rapporti di forza tra i protagonisti. Perché il cinema non è cronaca, è narrativa e Miller un magnifico scrittore per immagini che penetra con tocchi precisi e sapienti nei meandri psicologici dei suoi burattini. Non ha bisogno di rispecchiare fatti che si riducono a una trama ma di studiarli, analizzarli. Sono i suoi sconfitti a interessarlo.

JOHN du PONT è l’altro volto dell’Howard Hughes di Martin Scorsese. L’opposto di << The Aviator >>. È una correlazione che mi è venuta d’istinto osservando Foxcatcher. In Miller e Scorsese si scontrano due americhe differenti. Il dopo e il prima Vietnam. Un’America ridotta ai piccoli orizzonti del potere e quella degli idealisti folli, illusi e geniali. John du Pont con Howard Hughes aveva in comune solo l’enorme patrimonio e le stranezze. Ma non i sogni. Le loro sono parabole accomunate dalla progressiva discesa nella follia e nell’autodistruzione ma spinte da motori ben diversi. Hughes rappresentava l’incarnazione del sogno autentico, dell’individuo che sfida ogni regola e ogni pragmatismo per costruire un mondo immaginario in cui realizza se stesso attraverso l’opera grandiosa che riesce a completare. Un sogno eccessivo ma tutto sommato un sogno buono. Quello di du Pont, invece, è molto più terreno, non è idealistico. È puro esercizio di un potere psicologico su chi ha battezzato essere più debole, è la ricerca esasperata di plasmare, di gestire, di trovare qualcuno che possa permettergli di dire di avere creato un americano a sua immagine e somiglianza. La sua onnipotenza si esprime nell’individuare la debolezza della sua vittima, nel riconoscere gli orfani. È un serial killer di anime, un personaggio oscuro, imprigionato dal magnetismo della madre, probabilmente afflitto da complesso d’Edipo. E Steve Carell che lo interpreta ne esalta la goffaggine, l’insicurezza,la cattiveria con una misura da rendere questa sua mostruosità del tutto normale. È il volto del male, del padrone che cerca i servi per sconfiggere i fantasmi di famiglia. Sembra impassibile Carell di fronte alle vicende che ha provveduto a creare. Eppure nei suoi occhi socchiusi, nel suo restare in silenzio, nel suo muoversi goffamente ci fa immergere in una delle personalità più perfide che la storia dei cinema degli ultimi anni abbia mostrato.

MARK e Dave Schultz sono stati tra i più grandi lottatori statunitensi. Mark è il fratello minore, quello che ha sofferto di più la mancanza delle radici familiari. Si affida per ogni cosa a Dave; lo sostituisce nelle conferenze, lo segue negli allenamenti, ne riceve i consigli. È l’unico padre che conosce in una vita fatta di dure sedute e di niente altro. Dave è diverso: ha una moglie, i figli, vive serenamente, è stimato, sente forte la responsabilità di accudire il fratello. Non si sente un escluso, è un uomo che si accontenta anche se le medaglie olimpiche poco gli hanno dato e poco sono rammentate. Tra i due spunta John du Pont. È l’erede di uno dei patrimoni più ingenti del pianeta. Vive nella tenuta Foxcatcher in Pensylvania soggiogato dalla personalità di una madre che si vede raramente ma che è ben presente. È << ornitologo, filantropo e filatelico >>, cocainomane ed ha nella lotta, specialità arcaica e quindi considerata povera, il mezzo e il modo per andare contro la raffinatezza materna. È in cerca di prede e la figura di Mark Shultz, il fratello minore, quello che vive all’ombra di Dave, è l’ideale per mettere in atto il proprio piano. Creare un team Foxcatcher per portare i lottatori americani al vertice dello specialità olimpica, imponendo loro le sue regole, la sua personale visione dello sport e del mondo. Mark ne rimane affascinato. Trasportato fuori dal proprio nulla, immerso nel verde della prigione dorata di Foxcatcher, dove deve starsene alla larga da tutto fuorché dalla palestra, diventa il prototipo dell’uomo << nuovo >> che du Pont vuole creare. Non andrà così, ci sarà la presa di coscienza, il riavvicinamento al fratello maggiore e il riconoscere il valore della famiglia autentica fino alla tragica conclusione nella quale du Pont eliminerà Dave, l’uomo che ha spezzato la sete di potere, che gli ha impedito di avere diritto di vita e di morte sui propri atleti. Miller si prende molte libertà- Dave Schultz per esempio venne subito messo sotto contratto perché considerato il miglior allenatore degli Usa- e ci impone il suo punto di vista che non è, ripetiamo, quello dei fatti. Ma della relazione psicologica tra i personaggi stessi con un’America che assiste impassibile, che è terza rispetto a tutti quanti, dove la reputazione individuale è creata dalla manipolazione della verità, dal dollaro di modo da trasformare Foxcatcher anche in un film politico. La purezza, rappresentata dalla lotta, non interessa. L’America è di chi si sporca.

CI SONO scene memorabili in Foxcatcher: quella iniziale della lotta dapprima con un manichino e poi tra fratelli che si allenano o quando du Pont libera i cavalli materni, prendendosi un’ipotetica rivincita su ciò che ha dovuto subire dalla famiglia. O la discussione tra du Pont e Dave Schultz, vista dagli occhi di Mark attraverso lo spioncino di una porta ermetica dove tutto è vapore e non esiste altro che il rumore della disperazione, ovvero il silenzio. Così Foxcatcher è un film che assorbe, dal quale si viene inghiottiti, nonostante la lunghezza temporale, soggiogati. Anche perché il trio dei protagonisti applica alla perfezione ciò che il regista desidera. E se Mark Ruffalo ci ha abituati a interpretazioni importanti, a stupire, al di là del caso di Steve Carell, è Channing Tatum che dimostra di non essere solo un bestione tutto muscoli ma anche un signor attore. È bravissimo, fin dalle scene iniziali, nel centrare immediatamente il proprio personaggio. Lottatore forse per forza, aggrappato con i suoi silenzi a un mondo dove non esiste altro che la solitudine, dove il combattere è un modo come un altro per arrivare alla fine di un’altra giornata, per dare un senso al nulla che ha attorno. Su queste carenze di ognuno, Bennett Miller pone la propria firma, regalandoci un film profondo e meraviglioso. Ipnotico senza bisogno di artificiali fascinazioni.

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