I Peccatori: diverte più per la messa in scena che per il contenuto

Un mix di cose già viste ben orchestrato

Primatista di candidature all’Oscar, ben sedici nomination, I Peccatori, uscito in Italia nella scorsa primavera, è un film curioso, interessante, divertente. Il suo autore, Ryan Coogler, rivelatosi sedici anni fa con l’ottimo Fruitvale Station (Fruitvale Station: l’esordio non banale di Ryan Coogler) agisce su un discorso ormai abusato, la relazione tra i bianchi e la popolazione di colore nell’America degli Anni’30, mixando, anche sotto forma di improvvise ventate di musical, modelli importanti. che vanno da Dal Tramonto all’Alba di Robert Rodriguez, al Django Unchained di Quentin Tarantino, fino a sfiorare altre opere come l’ottimo Bones and All di Luca Guadagnino(Bones and All: nutrirsi di vita per scoprirla. È delicata la favola sentimentale di Luca Guadagnino) non solo perché vampiri e zombies fanno parte della trama. Il merito di Coogler è quello di abbandonare i toni spesso melensi e ormai ampiamente previsti dagli spettatori dei black movies. In I Peccatori non c’è alcun vittimismo . Azzardando un paragone letterario Coogler opera con questo film sulla scia dei testi di Percival Everett– come l’incantevole premiato con il Pulitzer James o come Cancellazione da cui venne tratto American Fiction (American Fiction: un Oscar senza coraggio a metà strada tra commedia e dissacrazione)-, con la consapevolezza che gli consente di osservare con ironia, graffiante, la storia americana e del razzismo.

Tenete chiusa quella porta

Accade che i gemelli Stack e Smoke, entrambi interpretati da Michael B.Jordan, tornino in Mississippi dopo avere vissuto da gangster a Chicago. Sono veterani del primo conflitto mondiale-particolare che ritorna spesso quando si evocano gli Anni’30 americani anche in letteratura- e hanno bisogno di musicisti e personale per inaugurare un locale notturno in una ex falegnameria. Tra questi il più giovane cugino, promettente chitarrista blues, figlio di un prete. Tutta la prima parte de I Peccatori si snoda on the road attraverso paesaggi sterminati, dove i campi lunghi della fotografia di Autumn Durald vengono spesso utilizzati per aprire e chiudere le varie tappe di questo viaggio. Coogler introduce i vari personaggi in modo leggero attraverso un script vivace, molto dinamico, lontanissimo appunto dal vittimismo che spesso accompagna le riflessione sul razzismo. Il Mississippi che l’autore ci mostra sembra essere quasi un’isola felice, un piccolo paradiso dove neri e cinesi convivono , dove esiste una città in cui non c’è uno straccio di bianco. Tutto è in armonia, c’è persino la possibilità di ritrovare gli amori perduti. La situazione cambierà nel momento in cui il locale aprirà i battenti. Si ballerà e suonerà, si berrà fino al momento in cui arriveranno tre suonatori bianchi-già mutati in precedenza in zombie-contro i quali si scatenerà la battaglia. Così diventerà difficile comprendere chi si è trasformato in mutante e chi invece è rimasto immune fino alla resa dei conti conclusiva. Alcuni, eroici nella generosità, baratteranno la propria esistenza. Altri raggiungeranno l’immortalità.

La musica è da…succhiare

Ryan Coogler non cerca eccessivi intellettualismi o riflessioni raffinate. La metafora dei bianchi zombie che succhiano il sangue dei neri per portarli poi dalla loro parte e quindi renderli innocui è sufficientemente esplicita e sembra essere anche per il regista più uno strumento che un fine ultimo. Piuttosto Coogler concentra il proprio obiettivo sullo spettacolo e sul valore della musica come tratto distintivo e quasi endemico del popolo nero. C’è una scena tra le più riuscite, per esempio, in cui in mezzo alla gente che balla iniziano a suonare musicisti di ogni epoca. Pianista e chitarrista attaccano con un blues ed ecco che il locale in cui si danza entra in un’altra dimensione perché tra la folla spuntano rapper, cantanti di dance music come per dire che tutto ciò che è melodia contemporanea deriva dagli afroamericani, che siamo noi in realtà i fruitori del loro istinto e del loro modo di comunicare. Ed è anche il modo con cui i bianchi cercano di renderli succubi . Appropriarsi della loro musica- è il chitarrista l’uomo che in realtà vogliono- equivale a succhiarne l’essenza. Lo si comprenderà mano a mano che il film proseguirà nel proprio cammino. È uno dei punti più elevati de I Peccatori , una scena corale che avrebbe fatto felice Jonathan Demme, non a caso grande amante della musica e maestro indiscusso nel riprendere le moltitudini negli spazi ristretti. Coogler non sbaglia nemmeno nell’orchestrare la grande resa dei conti, dove dispensa ironia in continuazione con battute spesso graffianti- << non è come sembra >> dice il personaggio interpretato da Hailee Steinfeld mentre succhia il sangue di Stack- e tanta azione per la gioia degli amanti del genere.

Una metafora semplice per un film brioso

I Peccatori non è un capovaloro ma è un film brioso che sfrutta anche antiche leggende legate al personaggio di Robert Johnson, tra i maggiori chitarristi blues di ogni tempo, il cui mito vuole che avesse venduto l’anima al diavolo pur di poter suonare. Migliore nella prima parte rispetto alla seconda, con alcuni rimandi anche al fantasy stile American Gods(serie tv che ho amato), è un prodotto hollywoodiano superiore a tanti altri pluriosannati. Buono l’apporto di Michael B.Jordan e di tutti gli attori. Certo c’è tanta carta al fuoco, forse troppa, e le nomination appaiono esagerate. Ma è film nato per divertire e l’obiettivo è stato centrato.

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