Leggere sfumature di cambiamento
Osannato da critica e da pubblico, La Grazia sembra segnare una svolta nella cinematografia di Paolo Sorrentino. Pur mantenendo gli stilemi, i voli pindarici, le geniali intuizioni del proprio autore, il film appare più equilibrato, più pragmatico, meno istintivo. C’è quasi una sorta di normalizzazione attraverso cui Sorrentino preferisce prendersi meno rischi, rinunciando a quello che, sbagliando in passato , ho definito autocompiacimento o narcisimo artistico e che, pur non avendone certezza, era invece l’entusiasmo di liberare i propri sogni, fissandoli attraverso il cinema. Come se il personaggio del presidente Mariano De Santis, interpretato dallo smagliante Toni Servillo, non sia altro che un’immagine allo specchio del proprio autore, di Sorrentino stesso, impegnato come Guccini in Settembre, a fare in conti con gli anni e con l’età. Perché tutto il suo cinema recente, ma non solo, è scandito dal tempo. Quello dell’adolescenza perduta (È Stata La Mano di dio: l’arcadia ritrovata di Paolo Sorrentino) o il riconoscimento dell’impossibilità di ricreare proprio quell’arcadia nel confuso, spesso ipnotico e geniale, imperfetto Parthenope, (una breve nota in Altri film in poche righe). In La Grazia il tema si fa meno metaforico, si palesa subito, senza troppe allegorie, senza eccessi. È film che riporta al Sorrentino dei primi tempi, dell’ L’Uomo in Più(L’uomo in più è Sorrentino) per intenderci piuttosto di quello de La Grande Bellezza(Benvenuti nella grande vuotezza) che a me non piacque, ma si tratta di gusti.
I dubbi e la gelosia del presidente
Avviatosi verso il semestre bianco della propria presidenza, Mariano De Santis, giurista, uomo tutto di un pezzo, definito << cemento armato>> si ritrova a dover decidere su una proposta di legge sull’eutanasia- non siamo dalle parti del film di Marco Bellocchio de La Bella Addormentata I dubbi che ci donano i morenti:la grande lezione di Bellocchio-e sulla concessione della grazia a due differenti assassini coniugali. È uomo equo, di diritto e di norme, di commi, sottocommi. L’unico vero e autentico confronto quotidiano lo ha con la figlia Dorotea(nome non scelto a caso), una bravissima Anna Ferzetti, anch’essa giurista sulle orme paterne e imprigionata nella propria esistenza da codici e dalla devozione verso un padre ingombrante. Il problema è che Mariano De Santis vive attanagliato dalla perdita della moglie che forse, quando era in vita, lo tradì con qualcuno di cui il presidente ha intuizione ma non certezza. La Grazia si muove su questo doppio binario: il ricordo del passato, il dubbio che riguarda il pubblico e il privato. Il dubbio come vera e unica grazia che è concessa all’individuo. Amori perduti, ferite aperte, voglia soprattutto di leggerezza: questo è Mariano De Santis, l’uomo che fuma di nascosto dalla figlia, che ascolta Gue Pequeno e lo nomina cavaliere del lavoro, che si commuove di fronte all’immagine di un astronauta sospeso nella cabina spaziale. Un presidente che sogna ciò che non è mai stato e che forse riuscirà a vincere i propri fantasmi, decidendo secondo grazia cosa fare di quella legge, di quelle concessioni e della propria esistenza. Forse.
Voglia di assenza di gravità
Come Mariano De Santis e il suo astronauta, Sorrentino ci porta nel desiderio di vivere in assenza di gravità per poi riportarci bruscamente a terra. È la nostalgia di ciò che non è avvenuto, di un mondo in cui il dubbio non esiste. Il dubbio ci macera, ci distrugge ma alla fine è l’unica grazia che ci è concessa. È anche riconoscere il tempo che scorre, l’avvicinarsi- come viene detto nella prima parte- verso l’orizzonte, passo dopo passo, giorno dopo giorno. La Grazia affronta il tema senza struggimento. Sorrentino preferisce le battute, antepone l’ironia– il personaggio di Coco, Milvia Marigliano, è strepitoso così come il suo inno alla libertà– alla pesantezza pur non rinunciando alle cifre tipiche del suo cinema. Il papa è nero e gira per i giardini vaticani in scooter, non prima di avere bevuto un succo di frutta, l’astronauta piange e poi sorride inseguendo una sua lacrima nella cabina spaziale. Toni Servillo, che a Venezia ha vinto la Coppa Volpi per la sua interpretazione, veste panni ultraconosciuti, tutto sommato molto comodi. Qui più che ricordare l’Andreotti de Il Divo(A Sorrentino da un entusiasta in disaccordo) o il personaggio già citato ne La Bella Addormentata, sembra quasi voler ricalcare a volte il politico protagonista dell’imperfetto Viva la Libertà di Roberto Andò(Un’intuizione lasciata in mezzo al guado). Quasi un gioco da ragazzi per lui che non finisce mai di stupire.