Favolacce di Damiano e Fabio D’Innocenzo. Premiato alla Berlinale 2020, giunto in proiezione in pieno lockdown, è la seconda opera dei gemelli laziali ma non convince come la precedente. Il timore è che la poetica della borgata imborghesita abbia forzato la mano ai due autori. Ancora una volta ci si trova di fronte a famiglie e figli. Ma quei valori che i secondi non intravedevano nel precedente La Terra dell’Abbastanza questa volta mancano anche ai primi, ormai classe morta. È un film sulla devoluzione del nulla, su un vaso comunicante interrotto. Adulti bambini e bambini che adulti non diventeranno mai, perché la disperazione è il dato acquisito di uno status quo originario. Cosa c’è quindi che non funziona in Favolacce? Il rimando a cose già viste e lette porta il film a passeggiare sul crinale dello scontato come se in realtà sia un’opera prima, meno matura della precedente, realizzata con la consueta qualità superiore che è marchio di fabbrica dei D’Innocenzo. C’è un po’di tutto: Malick, Lynch, i racconti maledetti di Michel Faber-tipo la raccolta dei I Gemelli Fahrenheit- suggestioni pasoliniane di Sergio Citti. Il finale, però, è da incorniciare e la recitazione complessiva del cast-non solo di Elio Germano-è di levatura.Sia chiaro se tutte le opere italiane fossero di questo livello saremmo sempre a parlare di lana caprina. Ma è giusto che lo spettatore medio possa dire la sua e non essere pienamente d’accordo con il mainstream dell’applauso ad ogni costo.

1917 di Sam Mendes. Sulle prime ti sembra di essere in quel giochino sparatutto-credo si chiami Lo Sbarco in Normandia-che si trova sui siti ludici, riportato alla prima guerra mondiale. Poi, una volta che il nostro eroe ha ricevuto una bella fucilata da un nemico tedesco preludio del buio sullo schermo, la prospettiva cambia e dal semplice pim pum pam si passa a un’atmosfera fantasybellica dove l’irreale non si trasforma mai in surreale e il caporalino si muta in un Indiana Jones da primo conflitto bellico. Alcuni hanno gridato al capolavoro, altri alla boiata di classe. Pur parteggiando più per i secondi che per i primi, ammetto la bellezza formale, apprezzo il << finto >> piano sequenza lungo quasi due ore e mi fermo, perché più in là proprio non riesco ad andare. 1917 non è un film; è uno schema, una struttura senza un’idea drammaturgica alle spalle, una banalissima riflessione sul singolo e la storia. Sam Mendes, qui al primo flop di una carriera importante, firma un’opera fragile come un fuscello dove solo la forma si salva. Tutto il resto è noia.

Storm Children:Book One di Lav Diaz. Hai sonno, accetti l’offerta in streaming di questo docufilm-ma definirlo tale è riduttivo-e trascorri almeno 30’nell’osservare ragazzini che scavano, rovistano, separano massi, bottiglie da montagne di rifiuti o dragano un torrente in piena a Eskina mesi dopo il terrificante passaggio dell’uragano Haiyan del novembre 2013. I lunghissimi piani sequenza di Diaz, il suo bianconero, i rumori dei pezzi di legno che graffiano i massi, del traffico della città, dei galli che cantano, simboli della devastazione globale lontana da qualsiasi ipotesi di successiva ricostruzione. Insomma ti domandi cosa ci stai a fare di fronte a uno schermo a osservare quelle immagini che sembrano fisse. Eppure resti lì, invece di assopirti definitivamente ti risvegli e inizi a pensare che di ciò che vedi non puoi più farne a meno. Perché il film va avanti, persino l’inquadratura fissa riesce a offrirti nuovi spunti, nuovi personaggi che si muovono sullo sfondo: un gruppo di persone che discendono da una scala vista in lontananza, un cane con tre zampe che si muove tra i rifiuti, i bus filippini che si fermano e caricano gente. Poi si arriva laddove tutto è iniziato:al mare con una nave che andando a spiaggiarsi ha distrutto un intero quartiere e che ora è là messa quasi a protezione della gente che cerca di ricostruire e ripartire. Orca assassina e allo stesso tempo grande madre, divinità a cui aggrapparsi per avere un futuro. Creatrice di morte e resurrezione. La camera del grande regista filippino si aggira seguendo i suoi ragazzini, cogliendoli negli atti quotidiani, facendoli parlare di ciò che è stato, delle morti, dell’accettazione del destino e della leggerezza, seppur nella tragedia, di una vita che in ogni caso prosegue. Il film-in italiano il titolo è stato tradotto in I figli dell’uraganofluisce come l’acqua, come la pioggia incessante che si scarica nell’arcipelago attorno a Cebu, intrufolandosi nelle baracche e in ciò che resta. Il finale è un inno alla gioia e alla vita. Chi ama il cinema non può non custodirlo tra le cose migliori mai viste. Girato quattro mesi dopo il passaggio del tifone da un autore o amato o odiato, Storm Children può essere descritto con un solo termine, che uso molto raramente:capolavoro.

The Wailing(originale Goksung e in coreano Gokseong) di Na Hong-jin. Presentato fuori concorso a Cannes nel 2016, mai giunto nelle sale italiane se non per un breve passaggio al festival di Torino e in eventi specializzati sul cinema del far-east, è un quasi capolavoro che conferma la versatilità e la capacità narrativa di uno degli autori più interessanti della ricca cinematografia sudcoreana. Travestito da horror, The Wailing gioca con tutte le declinazioni del genere non rinunciando mai alla sottile ironia e alla raffinatezza di immagini e messa in scena. Morti misteriose devastano la tranquillità di un villaggio. Un sergente della polizia locale paffutello, abituato al tran-tran casa-famiglia-lavoro(poco), piomba al centro di un incubo, in cui resterà coinvolto il suo nucleo con conseguente sconvolgimento dell’esistenza. Inquietanti presenze, pustole che spuntano all’improvviso sui corpi, anime possedute, tarantolate, sciamani che lottano tra loro. The Wailing si trasforma a poco a poco in una indimenticabile allegoria di un mondo in cui bene e male coincidono annullandosi e dove viene esaltata la vacuità delle credenze religiose. Finale aperto all’interpretazione e all’intuito dello spettatore. Ne esiste un altro, alternativo e tagliato in sede di postproduzione molto più esplicativo per chi è povero di immaginazione, visibile su youtube, anch’esso molto efficace, ma più didascalico. Na Hong-jin orchestra da maestro i parametri di un cinema teso, in cui i congegni narrativi, horror, commedia e noir, si intersecano e si incastrano confluendo in una realtà che va oltre l’onirico. I 156′ si sorseggiano come uno spritz al tempo del covid-19 con il recupero di un gusto che sembrava perduto. Interpreti all’altezza: Kwak Do-won, il sergente, è una star televisiva che con l’autore aveva già lavorato in The Yellow Sea. Jun Kunimura, il misterioso giapponese, è volto noto del cinema internazionale e non solo asiatico; la bella Chun Woo-hui era in Mother di Bong Joon-ho e lo sciamano Hwang Jung-min è uno dei volti più popolari del cinema sudcoreano, protagonista di The Unjust di Ryoo Seung-wan. Scandaloso che non sia mai stato proiettato in sala e sia giunto da noi in home video e in streaming. L’ho trovato su Amazon ma è presente anche in altre piattaforme. Imperdibile per chi ama il cinema e non solo il genere.

Bombshell La voce dello Scandalo di Jay Roach. L’emergenza Covid ha impedito ai produttori di distribuire nelle sale il film che ha portato Charlize Theron, Margot Robbie e il truccatore Kazu Hiro alla candidatura agli Oscar 2019. Ci ha pensato dunque Amazon Prime a inserirlo in queste settimane nel proprio listino. Bombshell è il classico film rigoroso tutto giocato sulla nuda e cruda cronaca degli eventi che scossero il mondo di Fox News nel 2016, quando l’anchor woman Gretchen Carlson, dopo essere stata licenziata dalla rete, iniziò una battaglia legale contro il potente Roger Ailes, all’epoca presidente e deus ex machina delle news di Fox con il vizio di richiedere prestazioni sessuali in cambio di avanzamenti di carriera e di popolarità. Jay Roach mantiene fede al proprio passato- tra le sue cose precedenti la sceneggiatura de La Grande Scommessa e l’encomiabile quanto sottovalutato L’Ultima Parola-La Vera Storia di Dalton Trumbo-e orchestra un film che se ne sta alla larga da manie pruriginose. Non c’è soltanto la condizione delle donne nel mirino del regista statunitense, piuttosto quella di un mondo rigidamente controllato dove uno vale l’altro, dove si è numeri a prescindere e l’ansia dell’apparire è una micidiale arma di ricatto fisico e morale. Solida è la sceneggiatura che non è per niente monocolore. Le tre protagoniste, Charlize Theron-l’anchor woman Megyn Kelly- Nicole Kidman-Gretchen Carlson-e la sempre più brava Margot Robbie-l’unico personaggio non reale del film ma molto funzionale alla trama-non sono per niente immuni da peccati e solo la più giovane tra loro si ribellerà per davvero operando una scelta coerente con la propria etica e l’unica che alla fine non ci guadagnerà né in fama né in denaro. Il trio femminile gira a mille, con Theron e Kidman irriconoscibili e imbruttite per assomigliare quanto più possibile alle reali protagoniste della vicenda e bravissimi sono John Lithgow e Malcom McDowell, nelle parti di Ailes e Rupert Murdoch. Oltre i monitor degli schermi c’è un mondo: fa schifo anche quello.

Vox Lux di Brady Corbet. L’Infanzia di un Capohttp://guidoschittone.com/articoli/ipnotico-e-fascinosocon-linfanzia-di-un-capo-e-nato-forse-un-grande-regista/– mi aveva esaltato ma aspettavo come tutti quanti il successivo lavoro di Corbet per ricevere la conferma delle sue potenzialità. Come spesso accade l’opera seconda non è all’altezza della prima. Sia chiaro Vox Lux nel complesso è un buon film ma rispetto al precedente non crea quel coinvolgimento radicale, quasi ipnotico, che ne aveva caratterizzato la visione. Peccato perché l’idea iniziale di Corbet era interessante: partire da una strage simil Columbine per ripercorrere diciotto anni, dal 1999 al 2017, di storia americana attraverso l’ascesa di una ragazzina vittima di quell’episodio nello star system musicale a stelle e strisce. Morte come nuovo inizio, cambiamento, confusione, sfruttamento degli stereotipi di un mondo che ha perduto la bussola morale. La relazione con L’Infanzia di un Capo è strettissima. Il personaggio di Celeste fa il paio con Prescott, ne è l’alter ego femminile inserito in un contesto in cui il kaos determina un dispotismo parallelo: ne L’Infanzia di un Capo, Prescott era il mostro che assimilando prima e rifiutando poi i modelli impartiti dalla famiglia si infilava nel vuoto morale per creare un nuovo ordine dispotico universale. Celeste è figlia della civiltà dell’immagine e della finzione. Il suo progressivo dispotismo danzante-musicale nasce e si evolve con lo stesso procedimento. Però Corbet si affida fin troppo a stilemi, anche psicologici, usuali, ragion per cui l’intenzione non sempre riesce a raggiungere l’obiettivo. Il cast ruota attorno a Natalie Portman, Celeste da adulta, che canta e balla ma la migliore è Raffey Cassidy che interpreta Celeste da giovane e poi la figlia di sé stessa, altra analogia con L’Infanzia del Capo. Misurate le prove di Jude Law e di Stacy Martin, al secondo film con Corbet. Musiche di Sia supervisionate da Chris Walker qui al suo ultimo lavoro. Dedica finale a Jonathan Demme.

Suspiria di Luca Guadagnino. L’anti remake di Guadagnino o lo si ama o lo si odia. Non possono esistere mezze misure, perché questo film è estremo in ogni particolare, delirante con logica, esteticamente bellissimo, citazionista con quei rimandi spontanei e istintivi che provengono dal substrato psichico che ognuno di noi si porta appresso più o meno inconsciamente. Ho adorato questo Suspiria e persino amato Dakota Johnson che messi da parte i pessimi eroticharmony (tra film e saga libresca non si sa quali siano i peggiori) delle 50 Sfumature qui firma una prova d’attrice più che importante che avrebbe meritato parecchie citazioni mai arrivate. Assieme a The Neon Demon di NWR e alla Casa di Jack di von Trier è il film più ipnotico visto negli ultimi quattro anni.La personalità non si acquista al supermercato. Guadagnino la possiede. E a me sta bene così.

The Bra, il reggipetto di Veit Helmer. Dolce e allo stesso tempo amara riflessione sull’esclusione e su un mondo in cui si è costretti a osservare attraverso un filtro senza mai esserne realmente protagonisti. Un reggiseno resta attaccato a una motrice di un treno merci che quotidianamente attraversa il quartiere Shangai di Baku. Il macchinista, una volta guadagnata la pensione, bussa alle porte di ogni casa ma l’oggetto sembra non appartenere a nessuna ragazza o donna, il che è lo stesso identico destino del protagonista. Helmer orchestra un film muto, caricato di colori, in cui la musica quasi sempre viene scandita dai rumori meccanici dello sferragliare e delle macchine. Il gioco non sempre regge, troppe sono le ripetizioni e gli indiretti omaggi a cose già viste, il che non aiuta l’armonia di un racconto che ruota eccessivamente attorno a se stesso e che abusa di stereotipi– vedasi alla voce il bambino che dorme in una cuccia da cane- nel tentare di creare poesia nella poesia. Bravissimo come sempre Predrag Manojlovic, efficace Denis Lavant. Parafrasando Bunüel, L’illusione questa volta non viaggia in tranvai.

Cavalo Dinheiro di Pedro Costa. È un film del 2014, la versione al maschile del più noto Vitalina Varela, Pardo d’oro a Locarno nel 2019. Il tempo compresso in spazi chiusi, dove si aggira il manovale-feticcio dell’autore portoghese- Ventura, emblema della società capoverdiana importata in Portogallo all’epoca della rivoluzione del 1974 e costretta a vivere in condizioni miserrime nel barrio di Fontaìnhas. Ogni inquadratura è un quadro vivente, in cui le luci e le ombre delineano il non luogo; i pensieri dell’uomo sono un fluire ininterrotto di parole che fungono da vere e proprie scansioni temporali, viaggiando tra memoria, un inesistente presente, un incerto passato e la reale quanto inutile tragedia della condizione umana. I corridoi dell’ospedale sembrano traslati direttamente da Il Corridoio della Paura di Samuel Fuller, le viscere in cui si cala il protagonista paiono un gorgo infernale. Il cinema di Pedro Costa si presenta come piatto indigesto, lugubre, cupo, disperato, esso stesso fuori da qualsiasi tempo come l’ascensore in cui Ventura si trova rinchiuso accanto a un’ immobile statua vivente di un soldato. Capsula di sospensione e riflessione. Ed è, paradossalmente, da questa difficoltà che lo spettatore viene travolto, ne resta invischiato, ipnotizzato, in gioiosa balìa di un autore unico nel proprio genere. Ventura come Pim di Beckett, come era prima di Pim, come è.

Interruption di Yorgos Zois. È un film del 2015 presentato a Venezia nella sezioni Orizzonti, poi transitato in alcuni festival e distribuito nel 2018. L’Orestea di Eschilo rivisitata in salsa contemporanea da un coro e direttore di questo con coinvolgimento degli spettatori ai quali si chiede di partecipare, prendere decisioni, inventarsi una trama. Fin qui nulla di nuovo, sono cose che abbiamo vissuto(e fatto) ai tempi del Living Theatre ed già passato mezzo secolo. Piuttosto è interessante il confronto-scontro tra mito e contemporaneità con quest’ultima obbligata a decodificare il primo, a cercare di annullarlo anche con la violenza estrema. Ma è un bluff. L’autore greco si diverte a portare all’interno di un teatro tutti i tic intellettuali che ci hanno reso giovani per l’eternità: finzione, osservazione, scambio di ruoli, percezione, purificazione. È un gioco di specchi che funziona benissimo a livello estetico. Zois ha gusto: la gabbia dentro cui si trova il coro sembra una prigione che fa il paio con quella mentale in cui gli spettatori vengono costretti dal direttore, acquisendone la consapevolezza solo dopo aver stimolato e subìto il gesto estremo. Yorgos Zois prende spunto dai fatti moscoviti accaduti al teatro Dubrovka nel 2002 per lanciarsi in fin troppe riflessioni. Eppure il film dispensa fascino e intuizioni, non passa inosservato. Il finale è splendido, ironico più che catartico così come la recitazione rasenta lo stato dell’arte. Dedicato a chi non ha dimenticato i dolori e le passioni dei giovani liceali.

Il Vegetariano di Roberto San Pietro. Al confine tra docufilm e fiction, la riuscita opera di San Pietro penetra nel mondo ai più sconosciuto degli immigrati che lavorano negli allevamenti emiliani. La camera segue il percorso esistenziale di un ragazzo indiano che riuscirà a laurearsi e a sposare una giovane operaia russa rinunciando però ai compromessi imposti dalla cultura occidentale. La sua cocciutaggine nel non tradire la propria filosofia religiosa ed esistenziale lo porterà ad un’inevitabile tragica fine. Girato con grande classe e senso di equilibrio, il film non divide il mondo in bianco e nero– merito non da poco- ma mostra un’umanità in bilico tra tradizioni e dolorosi cambiamenti. Ambientato nel reggiano, nelle campagne di Novellara con sconfinamenti nel mantovano, con altri affascinanti esterni in riva al Gange e al Mincio, interpretato da attori non professionisti, Il Vegetariano cresce di qualità quando l’ingannevole e apparente fredda esposizione iniziale si trasforma in trama e quindi in storia. Ottima la sceneggiatura che mai ingigantisce l’aspetto edulcorato e compassionevole né nasconde le brutture e la cattiveria. Una piccola chicca. Quando l’indipendenza produttiva…..dipende dalle idee.

Rocketman di Dexter Fletcher. Laddove fallisce Bohemian Rhapsody riesce questo biopic su Elton John. La commedia musicale diventa il grimaldello-piacevole e divertente-per comprendere le sfumature dell’uomo, per metterlo a nudo. Grande interpretazione da parte di Taron Egerton. Messinscena variopinta, colorata, quasi psichedelica stile Ann’70. Battito di mani.

I Fratelli Sisters di Jacques Audiard. Il grande autore francese finge di varcare l’Oceano per andarsene in un viaggio western in un’America che non ha frontiere, che è un sogno in intinere. In realtà ripropone in modo magistrale i temi a lui più cari: menomazioni morali e fisiche come metafore di ciò che si è perduto, la sconfitta delle utopie di società migliori, la salvezza nei vincoli di sangue. Il tutto rivisitando il genere, tuffandosi dentro il western con la gioia di un bambino che, come noi, si è cibato di quei film e che del genere non si stancherà mai. Grande cast con il duo Phoenix e Riley in gran spolvero e Gyllenhaal-Riz Ahmed non da meno. Standing Ovation.

Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen. È verissimo il signor Zelig gira sempre attorno agli stessi argomenti; qui ritorna a casa propria costruendo in modo dolce, quasi malinconico e con la solita graffiante ironia preconclusiva il romanzo di formazione di una coppia di ragazzi alle prese con il fascino, i tic, le nevrosi, gli isterismi, le illusioni e disillusioni della Grande Mela. Bravissimi Chalamet, Fanning, Gomez, Law, Schreiber e Jones. La morale è che New York resta sempre il luogo dove tutto è possibile, l’unico e autentico posto del sogno. Niente di nuovo fino a un certo punto ma i film di Allen sono come i romanzi dei fratelli Singer. Non sbagli mai a vederli come a leggerli. Magistrale.

Hunters di David Weil. È la serie tv di dieci puntate che ha sosituito L’Uomo dell’Alto Castello come punta di diamante dei prodotti di Amazon Prime. Grande cast con Al Pacino che in ogni caso non riesce a mettere in secondo piano tutti gli altri, tra i quali spicca uno straordinario-come sempre-Dylan Baker, fuori di testa come ai tempi di Happiness di Todd Solondz. La partenza della serie è fiacca, confusa, lentissima con una prima puntata senza pathos né tensione che dura la bellezza di un’ora e mezza . Poi cresce a poco a poco e nonostante un evidente calo nell’ottava apre a un finale a sorpresa preludio di ciò che accadrà nella prossima edizione. Come prodotto è di alta qualità ma non inventa nulla con il difetto di ispirarsi e di prendere a nolo situazioni e montaggi già visti e a volte di sfiorare lo schematismo. Il fatto che sia migliorata di puntata in puntata lascia speranze per un seconda stagione al top. Mi ha divertito, non entusiasmato. Non è di certo al livello di Too Old to Die Young di Refn, che resta a oggi il prodotto migliore, poco conoscosciuto e poco promosso della corazzata di Jeff Bezos.Morale: un << Essi Vivono >> per famiglie ma l’originalità è altra cosa.

Le Villeggianti di Valeria Bruni Tedeschi. Io adoro questa signora per la sua sensibilità, la spiccata intelligenza, il gusto e il coraggio di affrontare strade sempre diverse. Il suo film del 2019 affascina ricalcando stereotipi psicologici, isterismi e nevrosi di cui la splendida villa è contenitore e, come nella migliore tradizione drammaturgica, luogo deflagrante di questi. Le mancanze colpiscono a turno ognuno dei protagonisti, tutti sono monchi, tutti alla ricerca disperata di un motivo per proseguire. Eppure, a fronte di un incipit potente e promettente, il film alla lunga si appiattisce, diventa ripetitivo e la soluzione finale appare troppo artificiosa e poco convincente. So che VBT può fare molto di più.

La Terra Dell’Abbastanza di Damiano e Fabio D’Innocenzo. Non è importante che sia un film del 2018, più grave che lo spettatore medio lo avesse perduto. È la qualità che interessa e i fratelli laziali al loro primo lungometraggio la cospargono in modo intelligente e parecchio professionale. La storia di due ragazzi della periferia romana che un tempo si chiamava borgata descritta senza retorica né stereotipi. I fratelli D’Innocenzo vanno per sottrazione, inserendo i loro protagonisti in un paesaggio spogliato da ogni compiacimento stilistico: casermoni visti in lontananza, strade deserte, sopraelevate da skateboard come reperti di un non passato. La Terra Dell’Abbastanza è il ritratto di un’umanità orfana di modelli; la violenza come scelta di pura casualità senza alcuna possibilità di riscatto successivo. Tutto è nudo e in veste di presenza fissa dietro le quinte gli autori sembrano porre agli spettatori la domanda su cosa la società dell’oggi è capace di proporre. Ottime le prove attoriali dei giovani Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano così come dei rispettivi genitori Milena Mancini e Max Tortora. Di qualità ne abbiamo? Molto più di…abbastanza.

Juliet Naked di Jesse Peretz. Commediola senza infamia e senza lode che parte molto bene e poi si perde nello scontato, fiaccando le ottime prove attoriali di Ethan Hawke e Rose Byrne. Sono quei film che mettiamo guardo a casa in una serata in cui non voglio impegnarmi più di tanto ma che nulla aggiungono alla conoscenza o al gusto dello spettatore medio che sono. La prossima volta guardo C’è Posta per Te.

Boehemian Rhapsody di Bryan Singer. Vedi alla voce wikipedia chi era Freddy Mercury e chi erano i Queen. Sarà che il mio quasi recente modello di riferimento per un biopic su un’artista più o meno maledetto è il notevole Control di Anton Corbijn sulla vita di Ian Curtis ma in questo strombazzato prodotto ho trovato solo musica e poco Mercury. Un compitino pulito pulito. Per carità è formalmente bello con l’eccellente Rami Malek da premio Oscar eppure da un regista che ha firmato I Soliti Sospetti sarebbe stato lecito pretendere di più. Fortunatamente ho risparmiato il costo del biglietto, guardandolo a casa. Quattro salti in padella e il pranzo è servito.

Downton Abbey di Michael Engler. Piacevolissima trasposizione cinematografica di una tra le serie televisive di maggior successo. Padroni e servi uniti dallo stesso obiettivo e dal reciproco rispetto. Cast che gira al massimo, serietà cinematografica dispensata a piene mani. Professionale

L’Assoluto Presente di Fabio Martina. Film ormai di un paio d’anni fa, la prima uscita in pochissime sale risale alla fine del 2017, opera prima di un regista che mostra buone potenzialità. Tre ragazzi senza motivo alcuno pestano a sangue un altro nella notte milanese. L’autore cerca di mettere in scena una gioventù che non ha né passato né guarda al futuro e che risponde semplicemente agli impulsi del momento. Il tema è interessante, ben interpretato e ben girato. Peccato che la sceneggiatura si affidi fin troppo agli stereotipi: i tre sono tutti figli della buona borghesia, ognuno ha un problema pregresso all’interno della famiglia. C’è il rampollo dell’imprenditore senza scrupoli che regala orologi e suv-<< non so se vale più il tuo regalo o il regalo in se stesso >> dice il ragazzo al padre-ma non riesce a essere una guida etica; c’è il fotografo in erba, in ansia di prestazione per scacciare l’ingombrante figura paterna che è uno dei più importanti fotografi della sua epoca e c’è chi pensa a trascorrere le nottate in discoteca e a ballare per sfuggire al dispotismo della madre. Tra crisi di coscienza, improvvise fragilità, perfidie gratuite, tradimenti, violenza cieca e spesso acefala, Martina traccia uno sconsolato ritratto a volte convincente altre meno della gioventù contemporanea. Funzionano la struttura a flash back, l’ambientazione estetico-sociale, il senso di totale mancanza di prospettive individuali dei protagonisti e la messa in scena. Ma tutto rischia di restare in superficie a causa di un soggetto che non affonda affidandosi fin troppo a semplicismi. Buona la prova dei tre giovani Yuri Casagrande Conti, Claudia Veronesi– che interpreta benissimo Riccardino- e Gilberto Giuliani. È lo stesso tema trattato con ben altro spessore e originalità dai gemelli D’Innocenzo in La Terra dell’Abbastanza, visto non più dalla borgata bensì dall’ambiente dell’alta borghesia. Promosso con riserva.

La Paranza dei Bambini di Claudio Giovannesi. Carino sì ma non aggiunge nulla di nuovo a quanto si è già visto, rivisto e a ciò che si conosce e non capisco lo squillo di trombe e i rulli di tamburi di accompagnamento alla proiezione. L’impressione è che la napoletanità di chi sta dall’altra parte stia diventando un vero e proprio genere cinematografico, però come si sa il troppo stroppia e temo che questo continuo abusare dei soliti argomenti rischi per seccare la pianta. Preferisco allora i docufilm degli autori locali. Si veda per esempio l’encomiabile Largo Baracche di Gaetano Di Vaio che nel 2014 trattava lo stesso argomento in presa diretta con ben altri risultati e sfumature, unendo informazione alla fiction. Nulla di nuovo sul fronte meridionale.

Hap&Leonard di Jim Mickle e Nick Damici. È una serie tv a cui sono giunto in ritardo grazie a un film tratto da uno dei libri di Lansdale girato dallo stesso Mickle nel 2014,Cold in July o Freddo a Luglio. Io amo Joe R.Lansdale, uno dei maggiori narratori americani contemporanei e trovare seppur con estremo ritardo un regista capace di creare una serie da alcuni suoi romanzi è stata una manna, resa possibile grazie al dover stare in casa per la classica influenza invernale. Fedeli ai libri da cui sono tratte, Una Stagione Selvaggia, Mucho Mojo e Il Mambo degli Orsi, le diciotto puntate complessive sono tra le cose migliori realizzate per la serialità. Di Lansdale c’è tutto: l’ironia graffiante, il suo Texas, la spietata critica al razzismo latente-da una parte e dall’altra-, lo sbandamento sociale dei reduci del Vietnam, l’imprevisto, la simpatia dei suoi due eroi Hap Collins e Leonard Pine, la luce accecante di quello Stato che copre negli stagni, nei fiumi, nelle paludi, nelle fondamenta delle case e delle chiese efferati omicidi. E c’è l’amizia profonda che va oltre le differenze degli orientamenti sessuali, trattata con naturalezza da Lansdale decenni prima che diventasse convenzione per benpensanti.Bravissimi i due protagonisti James Purefoy e Michael Kenneth Williams. Grande anche il cast generale delle tre stagioni con presenze tra le altre di Christina Hendricks e Brian Dennehy. Il difetto? La serie si è conclusa nel 2018 e non si capisce perché Sundance TV l’ abbia cassata. Chi ha Amazon Prime non se la faccia sfuggire. Una serie,tre romanzi, uno scrittore. Nel segno di Joe R.Lansdale.

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