Troppa grazia per Horten e il suo mondo

domenica, Luglio 5, 2009 0 No tags Permalink 0

il-mondo-di-horten.jpgRiprendo il discorso relativo a << Tulpan >> riferibile a come la critica nei momenti di stanca incensi film di valore poco più che normale. D’accordo l’estate non è il periodo migliore a livello distributivo: rare sono le pellicole di qualità che giungono nelle sale. Ci si arrangia, anche se a volte e con un po’di fortuna possono spuntare chicche impreviste. << Il mondo di Horten >> è un film norvegese diretto da Bent Hamer, il regista di Kitchen Stories e del non eccezionale Factotum, presentato a Cannes nel 2008 nella rassegna Un certain regard, guarda caso vinta proprio quell’anno da << Tulpan >>. E’ la storia di Odd Horten, un ferroviere giunto al suo ultimo viaggio prima della pensione. Si tratta quindi di una riflessione sulla vecchiaia, sulla fine del lavoro, su come ci si debba relazionare con una nuova fase dell’esistenza. Hamer spruzza sulla sua torta panna dal sapore allegorico e surreale: lo fa in modo garbato, sognante, a volte coglie l’obiettivo, spesso non ci riesce perché è il ritmo del film che non funziona. << Il mondo di Horten >> è infatti un’opera lenta, un accelerato per pendolari del cinema dove alla grande qualità delle riprese non corrisponde un’adeguata sceneggiatura. I lunghi silenzi che seguono Odd nelle sue tragicomiche avventure sono infatti privi di quella drammaticità assurda che si attenderebbe dal surreale. Forse dipende dalla maschera sempre uguale del protagonista, dalla sua monoespressività. E’come se il film ruotasse attorno a un paio di scene madri, curiose e indubbiamente ben congegnate, senza avere però il respiro necessario a mantenere la tensione per tutta la durata dei suoi 90′. Certo la storia è carina: Odd Horten vive nella monotonia di gesti quotidiani. Sempre gli stessi, come un personaggio di Beckett. Li vive e li subisce allo stesso tempo perché in apparenza non c’è altro che una ferrovia, un treno, lo sferragliare, le gallerie dalle quali si entra in ovattati paesaggi innevati. Bent Hamer è molto sapiente nel riprendere gli esterni, è bravo nell’indicarci il blocco esistenziale del protagonista. E’raffinato nel farci calare nell’assurdo, negli strani incontri con un falso diplomatico, ladro d’identità, che guida all’alba con gli occhi bendati, nella spiegazione del viaggio di un meteorite che sembra essere una suppellettile da salotto- la stessa condizione di Horten- e invece viaggerà ancora, nella scena in cui un vecchietto entra e esce da una tabaccheria, ogni volta cadendo sul ghiaccio per poi scomparire, nella metafora dei vecchi sci da salto che alla fine libereranno Horten dalla propria condizione e gli permetteranno di approdare e di agguantare in extremis un’esistenza meno abulica. Forse la sua prima vita.Eppure al film manca qualcosa: Hamer sembra non volere sfruttare il colpo di genio alla Tati, tanto per citare uno che sul surreale aveva basato la propria arte. Il limite de << Il mondo di Horten >> è proprio questo: nell’inseguire l’atmosfera poetica a tutti i costi, l’autore è come se ci mostrasse un prototipo di film, un soggetto da evolvere, nel quale soffiare quella vita che Horten ha sempre subìto e della quale mai si è appropriato. Quasi che la pellicola non sia altro che un cortometraggio di partenza, allungato poi senza troppo entusiasmo.Un brutto film?. Per niente, magari questa qualità ci venisse proposta da molti autori.Non si discute l’originalità del film e nemmeno la sua profondità. Ma lo svolgimento. Ho letto frasi importanti a proposito dell’opera: delizioso si spreca in molti critici. Per me manca il tumulto emotivo, il coinvolgimento dello spettatore, il genio appunto che differenzia l’operina sufficiente – e il film supera questo standard- dal cinema destinato a restare nel tempo. Questione di gusti personali da parte di chi la lentezza, soprattutto nel cinema, l’adora. Ma quando è motivata.

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