Pietà, Caronte di Kim-Ki-duk

venerdì, Settembre 14, 2012 0 No tags Permalink 0

pieta.jpeg

<<ARIRANG>> non è solo il canto popolare intonato da Kim-Ki-duk subito dopo avere ricevuto il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2012. E’anche un piccolo film, vincitore della rassegna <<Un certain regard>> nell’ambito di Cannes 2011, che in parte può riferirsi a <<Pietà>>, giudicato come migliore opera della rassegna veneziana. Scriviamo questo perché in molti hanno notato un cambio di passo del regista coreano rispetto alla sua cinematografia classica, quella che lo ha portato al successo europeo e che in un certo senso ha contribuito a creare un vasto numero di appassionati del cinema della Sud Corea in Italia e in Francia. Però quel cambio di visione si era già avvertita e dispiegata compiutamente proprio in <<Arirang>>, dove l’artista in crisi creativa e quindi di identità si interrogava su sé stesso e sul cinema, cercando di esorcizzare il trauma psicologico dell’ incidente occorso a una sua attrice durante le riprese(fu lo stesso Kim-Ki- duk a salvarla dall’impiccagione). In <<Arirang>>, che ha il suo difetto principale nel narcisismo autoreferenziale della disperazione artistica , l’autore continuava in modo ossessivo a osservare le scene meravigliose del suo <<Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera>>, ci mostrava la sua vita in una stamberga isolata dove poteva soddisfare i bisogni primari, l’esistenza distaccata dal mondo, quasi monastica ma non serena, uccideva metaforicamente i suoi alter ego, giudicava la propria opera, il lavoro dei suoi attori. Non c’è da stupirsi, quindi, che <<Pietà>> non sia ciò che Kim-ki-duk è stato per tutti noi. Non è quello de <<La samaritana>>, di <<Ferro 3>>, del già citato <<Primavera, estate, autunno etc>>;non è nemmeno quello di <<Time>> o de <<L’arco>>. E’duro, è crudo, è bello tosto. E’virtuoso come sempre ma meno incline alla malinconia, al respiro profondo del panorama. E’violento, sfrutta la prima fase della sua carriera, quella de <<L’isola>> o del mai dimenticato <<Bad Guy>> e la amplifica, lasciando da parte, per lunghi tratti, la poesia. Può anche piacere di meno, ne siamo consapevoli: non è un caso che critici importanti abbiano storto il naso alla notizia che sia stata proprio <<Pietà>> a vincere la Mostra veneziana. Li comprendiamo, forse non ne approviamo il giudizio fin troppo negativo su un film che comunque è importante. E lo sarà anche in futuro.

<<Pietà>> come Caronte di un’intera cinematografia. Come punto di passaggio, più che di svolta, tra un prima e un dopo. Un film che tra qualche anno sarà fondamentale nell’esegetica di Kim-Ki-duk. La prima scena ci mostra un gancio metallico. Un uomo in carrozzella ha deciso di impiccarsi, di farla finita. In un palazzo fatiscente, invece, un uomo giovane  si masturba senza accorgersene nel sonno. Sulle prime sembrerebbe un uomo bloccato, imprigionato esso stesso dall’incapacità di camminare. Ma non è così, almeno dal punto di vista. E’aitante, cammina, corre, soprattutto riscuote i debiti contratti dagli artigiani alle prese con la crisi economica. E’crudele: se non saldano, comminerà loro pene corporali, li mutilerà per far incassare all’organizzazione il premio dell’assicurazione. Nulla lo ferma; non c’è in lui un briciolo di commiserazione. Non cede alle suppliche, nemmeno alle offerte sessuali. A suo modo è incorruttibile. Vive solo, nello sporco, mangiando polli, non avendo nulla se non la sua triste professione. Ma la percezione della sua vita cambia all’improvviso quando incontra una donna che lo segue. E’una donna che sembra muta e lo osserva pedinandolo e mostrandosi. Sembra sulle prime la ragazza che non parla de <<L’isola>> ma non è vero. Chi lo crede, in omaggio al Kim-Ki-duk <<antico>>, viene ben presto smentito. Quella donna potrebbe essere la madre che l’uomo non ha mai conosciuto. La è, almeno nello svolgimento di trama, ma è ben di più e lo spettatore lo scoprirà in seguito, pur se il colpo di scena a noi è parso abbastanza <<telefonato>> e tutto sommato, per chi ha una certa dimestichezza con i soggetti e le storie, prevedibile.

Ma è la <<Pietà>> il filo conduttore del film. L’incontro tra ragazzo ormai diventato adulto e la <<madre>>, carico di sguardi, di silenzi, di occhi che indagano oltre ciò che è la realtà apparente modificherà la percezione del mondo. La violenza acefala, quasi incosciente di Gang do, scolorirà in progressione, nella consapevolezza del ritrovamento di un significato dell’esistenza e del suo valore. C’è delitto e castigo in questo film di Kim-ki-duk, c’è una vendetta silente che a poco a poco si compie, per assurdo, attraverso l’amore smisurato per il prossimo. Per punire l’individuo è necessario riportarlo alla propria essenza morale, mostrare il significato della perdita. E’nella seconda parte che l’autore coreano torna a calcare temi a lui noti, avvicinandosi a precedenti esperienze filmiche, alzando il livello <<poetico>> ma in modo più scarno, quasi essenziale, spoglio rispetto al passato. Non è peggiore, è diverso. <<Pietà>> è anche l’annullamento dell’uomo in favore della sopravvivenza. Le mutilazioni sono quelle che procura il denaro, il modello sociale e solo la pietà  in nome di un insegnamento da impartire può riportarci alla dimensione originaria.

Film mistico,<<Pietà>> si conclude con un immagine cara al regista: un camioncino ripreso nel suo lungo viaggio dall’alba alla luce della città. Ma a differenza dello splendido finale di <<Bad Guy>>, dove tutto si dissolve a poco a poco in un un puntino luminoso nel caos della metropoli, qui in primo piano c’è una lunga striscia rosso sangue che lo segue. Potrebbe essere la visione pessimistica di un’umanità che per redimersi deve attraversare l’estremo sacrificio. Ma avviene anche nel momento di riconciliazione di due personaggi di contorno di <<Pietà>>. Girato come sempre accade in poco più di un mese, con la tecnica abituale e molto varia, <<Pietà>> ha due protagonisti che offrono prove importanti. Jo-Min-so avrebbe meritato il premio come miglior attrice a Venezia . La sua intensità, la forza dentro un corpo debole, non possono non incantare. Lo stesso dicasi per Lee-Jun-Jin, solo in apparenza imperturbabile. Forse a Venezia ci sono stati alcuni film migliori, ma <<Pietà>> resta un’opera importante, da non dimenticare con la quale uno dei registi che hanno fatto la storia del cinema degli ultimi vent’anni torna alla ribalta a modo suo. Per un nuovo inizio.

0

No Comments Yet.

Leave a Reply