Le ottiche della vita secondo Mike Leigh

venerdì, Febbraio 4, 2011 0 No tags Permalink 0

images-3.jpegIL CINEMA di Mike Leigh è da sempre un bisturi che seziona con naturalezza e senza apparenti colpi di scena artificiosi psiche e comportamenti delle persone. Potrebbe essere definito una passeggiata nell’intimo dei suoi personaggi: attraverso questo, i suoi affreschi di piccoli gruppi, generalmente in un interno o comunque in uno spazio fisico raccolto, si trasformano in tele dipinte con colori indelebili che il tempo non riuscirà a scolorire. Non stupisce affatto che << Another Year>> sia apparso alla critica e  al pubblico come la sua opera più matura. Nel rigoroso controllo del proprio spartito il regista inglese soffia  una brezza lieve nelle pagine cinematografiche del quotidiano di una famiglia e delle persone che ruotano attorno ad essa nell’arco di un intero anno:primavera, estate, autunno, inverno e non, come accadeva nello strepitoso <<quasi>> omonimo film di Kim Ki-Duck, ancora primavera. Proprio perché questa, come vedremo alla fine, nel discorso di Leigh non esiste e non per una questione temporale. Già il tempo secondo Leigh: una composizione di istanti, riflessioni, accadimenti senza esteriore importanza che in quanto dinamici compongono la vita. Le piccole quotidianità destinate a stravolgere, a travolgere o rendere immutabile lo stato dei suoi protagonisti che in definitiva siamo noi stessi con i nostri tic, i nostri vuoti, la nostra incompletezza, il bene di vivere e il male di vivere, i buchi esistenziali. <<Another year>> è la vita ed è compito dello spettatore acquisire dal film ciò che preferisce.  Gli ottimisti restano ammaliati dalla famiglia del geologo Tom e della psicologa Gerri, le uniche certezze di coloro i quali sono prigionieri dei propri incubi e frustrazioni. C’è la segretaria Mary, perfetto stereotipo delle donne sole e avanti negli anni che non riescono a ritrovare sé stesse attraverso la creazione di un mondo parallelo fatto di vacuità, di incontri occasionali, di labbra che si poggiano sui calici riempiti di vino. C’è l’amico Ken, deluso dal lavoro, dalla separazione, bulimico di cibo e di alcool, disperato nel non sapere dare un senso alla propria solitudine, quasi lo stesso volto al maschile della medaglia di Mary, lo specchio autentico di Mary che proprio per questo lo rifiuta. La solitudine non vuole incontrare altra solitudine. C’è un fratello rimasto vedovo che all’apparenza ha staccato con il mondo esterno. Vive nel silenzio, nel dramma di una non relazione con il figlio che ha chiuso con lui e che arriva in ritardo al funerale della madre. C’è infine il figlio della coppia perfetta, l’occhio che osserva con compassione e una crudele ironia i comportamenti ammiccanti di Mary ma che non è immune dai propri piccoli fallimenti di giovane avvocato ancora in cerca dell’anima gemella. Queste solitudini per quattro week end, primavera, estate, autunno, inverno, si incontreranno, non per caso, con l’unico punto fermo, saldo ed equilibrato che conoscono: Tom e Gerri. E cercano da esso di trarre quell’educazione alla vita che non riescono ad avere. Cambierà poco e per alcuni non cambierà nulla.Lo stereotipo in << Another year>> è da acquisire nell’accezione positiva del termine: Mike Leigh è soprattutto un autore che non vuole imporsi. Se ne sta in disparte, segue i suoi saldissimi attori, cogliendoli in situazioni di immutabile dinamismo e li caratterizza con un segno, con una parola, con uno sguardo, con un particolare evidente sì ma mai soverchiante, eleggendo spesso le cose e il rapporto che con queste hanno i protagonisti per offrirci un’indicazione ulteriore di chi sono e di quali drammi siano portatori. Ma non pensa nemmeno in lontananza di affidare a loro discorsi programmatici o moralistici, di lanciare messaggi. No, niente di tutto ciò in questo autore di altissimo livello. E’la storia la regina del film, è il caldo abbraccio della famiglia di Tom e Gerri a questo piccolo nucleo di usuali vite disperate. Sono i contrasti nell’osservare la serenità dei due e il bisogno degli altri, a offrire le riflessioni. Perché << Another year>> non è un film triste, piuttosto è un film sulla tristezza e sull’entusiasmo, sulla solitudine e sulla carenza e su chi è disposto a farsi carico senza proclami, senza buonismo, ma in modo del tutto naturale di questi piccoli-grandi drammi della vita. Non è un caso che Tom sia geologo e Gerri psicologa. C’è una piccola scena, un paio di secondi che spiegano molto di Tom mentre analizza i reperti dei vari tipi di terra che gli operai della sua ditta hanno estratto dal terreno. Ne conosce composizione, sa se in presenza di quelle caratteristiche si potranno scavare gallerie o creare una rete fognaria subacquea. Gerri, invece, parla cercando di alleviare i problemi. Non promette la felicità ma da psicologa sa che la sua missione è aiutare la gente a star meglio, ad aumentare il grado di accettazione del quotidiano. Entrambi, figli del concerto all’isola di Wight-quindi del 1969 inglese- sono sposati da chissà quanto e condividono tutto, in primis la passione per l’orto. Piantano semi per far crescere fiori e verdura. L’armonia con la natura, dovuta alla sua conoscenza, consente loro di essere in simbiosi con l’esistenza e di accettarla. I ricordi di Tom e Gerri sono sorrisi;  non è un caso se il figlio della coppia alla fine si fidanzi con un’allegra ragazza che cura gli anziani. Le memorie degli altri sono fantasmi, istanti da dimenticare, da cancellare, prodromi dei vari fallimenti persino nella passione per le proprie squadre di calcio, siano esse Derby County, Nottingham Forest o Crystal Palace.Nessuno,  tanto meno Mike Leigh, indica ricette in <<Another Year>>. Anzi. Lo spettatore è liberissimo di scegliere per sé il proprio attore centrale, il protagonista. Gli ottimisti, appunto, opteranno per Tom e Gerri, i pessimisti seguiranno gli sguardi di Mary, il suo nevrotico e tragico avvertire il tempo che passa nell’inconcludente esercizio di un fallimento mai risolto. Soprattutto l’ultimo suo primo piano che precede la dissolvenza per i titoli di coda, quando la sala all’improvviso diventa buia, lasciandoci nell’inverno di questo meraviglioso affresco che avrebbe dovuto vincere la Palma d’Oro a Cannes e che, invece, è stato senza troppe spiegazioni buggerato da altri (il complesso ma interessante <<Lo zio Bonmee che ricorda le vite precedenti>>). Come in tutti i film di Mike Leigh gli attori rappresentano il valore aggiunto della sceneggiatura. La protagonista di tanti film del regista, la grande Imelda Staunton, qui appare nell’incipit e bastano le sue parole di donna che non riesce a dormire per capire cosa vedremo. Jim Broadbent è il geologo Tom, Ruth Sheen sua moglie Gerri. Ma il plauso più grande va a Lesley Manville, Mary, che riesce a passare da un registro all’altro con una naturalezza da donna sull’orlo di una crisi di nervi che non può non coinvolgere e lasciare a labbra spalancate. La si era già vista in molti film importanti, anche di Leigh, ma qui si supera; è il motorino anche scenico attraverso il quale il regista può inserire le proprie variazioni. Non a caso qualcuno ha preso a disappunto la sua mancata candidatura all’Oscar. L’ex moglie di Gary Oldman l’avrebbe meritato in toto.

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