Il terzo omicidio in cui nulla è vero tranne l’arte di Kore’eda

Quando, nel volgere di una ventina di giorni, riguardi un film per la seconda volta i motivi sono due: o non lo hai compreso e vuoi trovarne le chiavi o ti ha entusiasmato e ti è rimasto talmente impresso che desideri ritornare tra le sue atmosfere, le domande che pone, prigioniero della sua fascinazione. È il caso de Il Terzo Omicidio che, pur essendo stato prodotto nel 2017, in Italia è giunto nelle sale dopo altri due bellissimi film di Hirokazu Kore’eda, Un Affare di Famigliahttp://guidoschittone.com/?s=un+affare+di+famiglia– e Le Veritàhttp://guidoschittone.com/?s=Le+verit%C3%A0– con quest’ultimo che in un certo senso << prosegue >> il discorso de Il Terzo Omicidio, alleggerendolo, solo in apparenza, e rendendolo fruibile sotto forma di commedia occidentale. Un ritardo distributivo incomprensibile e un passaggio nelle sale troppo breve hanno fatto sì che la versione originale con sottotitoli venga riproposta in questi mesi dalla piattaforma streaming di mymovies legata al FarEastFilmFestival. Ed è da qui che è scattata appunto la fascinazione di cui si discorreva all’inizio.

Il Terzo Omicidio si pone come uno strappo dalla tradizionale cinematografia del grande autore giapponese: Kore’eda infatti si avventura nel territorio del legal movie a tinte oscure per accentuare ancora di più rispetto al passato le sue riflessioni sul concetto della disgregazione della famiglia e per introdurre quel gioco di << specchi >> che ne Le Verità troverà il proprio compimento. Al centro troviamo un colpevole reo confesso di un omicidio che abbiamo visto nell’incipit del film. Per difenderlo viene chiamato il figlio del giudice che anni prima gli aveva evitato la pena capitale. Solo che tutto ciò che viene mostrato e detto continua a essere ribaltato dal susseguirsi delle ritrattazioni, contraddizioni, cambiamenti di versione da parte del <<presunto>> omicida. Così Il Terzo Omicidio costruisce incastri che all’improvviso si spezzano, si dileguano per fare posto ad altri. Il confronto diventa non più quello tra imputato e difensore ma tra finzioni. Nessuno in realtà è interessato a comprendere né i motivi di un gesto inspiegabile, l’omicidio, né a cercare di trovare quello che potrebbe avvicinarsi alla verità. Non lo fa l’avvocato che per evitare la pena di morte al proprio cliente si inventa realtà processuali alternative. E più cerca di coinvolgere altri nei fatti, maggiori diventano i cambiamenti di versione dell’imputato, quasi a voler smentire qualsiasi tesi difensiva. A finzione si antempone finzione senza soluzione di continuità. È un gioco al massacro in cui a dare le carte è proprio lui, l’omicida, quasi sia un giudice naturale che chiama a correo un’intera idea di giustizia e di società.

Kore’eda innesca quindi un elemento nuovo nella propria cinematografia: inserisce quegli specchi che troveranno successivamente l’apogeo nel già citato Le Verità e in modo solo formalmente più leggero in Un Affare di Famiglia, dove il concetto di nucleo sarà esaltato dalla sua finzione, dal proprio annullamento, unico modo per ripartire dalle radici. Il Terzo Omicidio infatti non è soltanto un thriller legale: parafrasando uno splendido passaggio finale del film, la forma dell’opera è il guscio che contiene altro nel solco della tradizione del proprio autore. Ogni personaggio fronteggia una perdita chiamata disgregazione famigliare. L’omicida con una figlia lontana, l’avvocato in attesa di divorzio che trascura la propria e che ha un rapporto conflittuale con il padre giudice, la ragazzina orfana del padre assassinato che forse è costretta, per assurdo, a restare all’interno di quel poco che rimane del proprio habitat dopo esserne stata vittima. È un film in cui i protagonisti continuano a interrogarsi sui rispettivi passati, di dubbi su ciò che è stato, sulla disillusione dell’idea stessa di giustizia e della sua amministrazione. Tutto scorre ne Il Terzo Omicidio all’insegna di giustificazioni per non cadere in quel gorgo-imperdonabile per la società nipponica e purtroppo meno per la nostra- della vergogna.

Film splendido nella forma e nei contenuti, Il Terzo Omicidio vive di momenti di rara suggestione: ci sono scene oniriche che sembrano quasi traslate dal migliore Kitano, quello al massimo della forma di Dolls, e altre in cui il gioco di specchi si fa reale, dove le immagini di imputato e avvocato sembrano quasi sovrapporsi per poi separasi di nuovo durante le rispettive confessioni nella sala degli interrogatori. La colonna sonora di Ludovico Einaudi aggiunge pathos e mistero, amplifica quel concetto di relativo di cui Il Terzo Omicidio è disseminato lungo tutto il suo percorso, finale compreso. Impressionanti per misura, espressività le interpretazioni: Kôji Yakusho è Misumi, il colpevole dalle mille versioni, il vero deus ex machina del film. Masaharu Fukuyama, che con Kore’eda aveva girato il bellissimo Father and Son, è l’avvocato chiamato al bilancio esistenziale e Suzu Hirose, già in Little Sister, una convincente, misteriosa, affascinante Sakie. Colei che osserva, che smonta con lo sguardo triste e i silenzi ciò che gli altri credono di vedere. Poetico, misterioso, affascinante e incalzante Il Terzo Omicidio è un film che meriterebbe una visione ulteriore e, parere del tutto personale, un lavoro fondamentale nella cinematografia di uno tra gli autori più importanti del nostro contemporaneo.

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