Eruzioni visive nel viaggio tra spazio,tempo e uomo

domenica, Maggio 22, 2011 0 No tags Permalink 0

images-31.jpegHA VINTO la Palma d’Oro a Cannes, nel segno di una tradizione illuminata che premia le opere particolari, non necessariamente quelle più commestibili. Era successo anche l’anno scorso con il film thailandese <<Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti>>. << The tree of life>> non è la migliore creazione di Terrence Malick: è forse troppo lungo, troppo compiaciuto, a volte ripetitivo eppure non si poteva non premiare. Perché è un film destinato a restare nella storia per ciò che mostra e per come lo mostra. Tecnicamente perfetto, diverso, si spinge laddove solo i maestri che rifuggono dalle convenzioni possono permettersi, dove il cinema incrocia l’arte e con questa ci porta lungo un percorso che non avevamo previsto, che non conoscevamo, che ci lascia incollati sulla poltrona per due ore e diciotto minuti. Certo, quando si esce dalla sala ci si sente come avere lavorato, perché all’inizio l’occhio critico segue indizi, significati, cattura le immagini che si susseguono per comprendere dove Malick andrà a parare, se mai troverà le risposte alle domande esistenziali che pone ai propri io narranti, a come le svolgerà, a quale fantasticheria scenica riuscirà a dare credibilità. E’un capolavoro <<The tree of life>> e come tutti i capolavori ha nei che si stampano sulla pellicola, imperfezioni che lo rendono umano e non algido. E’un film nel quale Malick fa come David Lynch nello straordinario e ben poco compreso Inland Empire: si spinge oltre i limiti delle possibilità sceniche in un lungo viaggio tra spazio e tempo, tra andate e ritorni, tra significati e significanti, affrontando il tema della creazione e della Terra, di Dio e dell’uomo, dei padri e dei figli, dell’incomunicabilità e della comprensione, del rancore e degli ideali. Forse troppa carne da cuocere sulla brace ma con una classe e una genialità  che i giurati presieduti da Robert De Niro a Cannes non hanno potuto ignorare.PRIMO film di Terrence Malick dal 2005, <<The new world>>, più vicino come costruzione alla sua opera migliore, <<La sottile linea rossa>>, <<The tree of life>> è in teoria la storia della relazione tra i genitori e i figli. Quando il secondogenito della famiglia O’Brien muore, Malick affronta il dolore del distacco di un padre e di una madre. E’ l’inizio di un viaggio temporale. Ciò che lo spettatore vede è passato remoto perché il film vira subito al presente e ci mostra Jack, Sean Penn, la sua disperazione e i nodi irrisolti  che quella perdita a distanza di anni continua a provocare. E’ il fratello maggiore del morto ed è lui che ora si pone le domande. I suoi sono i dubbi laceranti dell’individuo: di cosa è composto il mondo, quale armonia  deve instaurarsi tra <<natura>> e <<grazia>>?  Gli stessi punti interrogativi che dilaniavano la madre quando perse il figlio. Ora però Malick fa un salto definitivo nel tempo; non si accontenta di ripercorrere quegli istanti passati eppure così presenti. Si spinge oltre, va all’origine della creazione offrendoci una serie di immagini nelle quali la fantasticheria si unisce alla scienza in un memorabile balletto visivo che si fa un baffo dei documentari del National Geographic o di Discovery Channel. Si forma lo spazio, l’interstellare, i pianeti, la terra, eruttano i vulcani, appaiono i dinosauri, i primi esempi di supremazia e di perdono e si ritorna alla famiglia O’Brien come era. Jack bambino che assiste alla nascita del fratello e inizia a subire il dogma comportamentale del padre, un uomo che non conosce la grazia, imbevuto dei principi americani degli Anni’50, che lo educa al rispetto delle regole e alla durezza di una vita fatta per arrivare sempre più in alto. Sembra un padre anaffettivo, in realtà è l’unico modo che conosce per poter dare al ragazzo la visione del mondo come lui stessa l’ha ricevuta. Alla sua figura, interpretata benissimo da Brad Pitt, si contrappone quella della madre, la dolcissima e fascinosa Jessica Chastain, che nella grazia trae il proprio fondamento. Per Terrence Malick, Jack diventa quindi come i vulcani che eruttano: nella sua apparente chiusura di fronte al mondo paterno, il ragazzino osserva con sospetto le somiglianze tra il fratellino minore e il genitore, la condivisione della stessa passione, la musica, e avverte una rancorosa distanza con il genitore che sembra incolmabile. Ma tutto ciò è del passato, nonostante sia questa la parte che copre circa tre quarti della pellicola: gli spettatori conoscono già la disperazione  disegnata sul volto di Brad Pitt per la morte del secondogenito, ne hanno intuito il pentimento di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. La sala ha memoria di Jack da grande, il volto scavato e rugoso di Sean Penn che nel suo trip mentale va a ritroso, alla base della esistenza per trovare la spiegazione  dei misteri che attanagliano l’uomo di fronte alle domande fondamentali. E’una macchina del tempo quella nella quale ci conduce Terrence Malick, dove le ferite fanno sgorgare la vita e questa procura tagli in una continua alternanza.OVATTATO, quasi incastonato in un limbo nel quale Malick muove i suoi protagonisti e ci consente di entrare, << The tree of life>> non per niente si dipana dall’inizio alla fine in perfetto accordo con le scelte musicali che rappresentano qualcosa in più di un semplice accompagnamento. E’una sinfonia visiva, è uno spartito più che una sceneggiatura o un soggetto. Per questo non va interpretato ma preso di pelle e di pancia e se si osserva sotto questa ottica è in grado di procurare l’emozione definitiva, quella che fa restare a bocca aperta. Se invece lo si assume per pragmatismo ecco che qualcosa scricchiola: troppo lunga, per esempio, la parte dedicata all’infanzia e all’adolescenza del protagonista, proprio perché le domande che l’autore si pone sono in definitiva le più semplici e proprio quelle che né la scienza, né la filosofia riescono a risolvere. Terrence Malick continua a riproporle, ad evolverle  ma la soluzione proposta è forse più una speranza che una certezza. Quell’incontro finale di anime, il riconoscimento dell’essenza degli altri, riporta ancora una volta tutto alle origini, alla natura, alla grazia, soprattutto alla fede in una visione che pone dubbi quasi all’intera storia dell’uomo Malick, regista e professore di filosofia, che si aggrappa ad altro per dare una logica a un mondo che non la possiede. E’forse un film sulla impotenza di chi si interroga sul mistero del creato e dell’umano, dello stesso regista? E’ come se Terrence Malick abbia vol
uto costruire la sua pellicola più ambiziosa e grandiosa per dirci di non essere professore di nulla, per ammettere il proprio non sapere. L’artista di fronte al mondo può solo mostrarcelo ma non domandategli le risposte, perché queste non le può offrire. Di sicuro il genio di Malick ci ha regalato un film basilare, di quelli che si studiano e che ognuno ha il diritto di interpretare a proprio modo. Piaccia o non piaccia appunto un capolavoro, nel quale a Sean Penn bastano pochissime scene per dare la misura di quale immenso attore sia diventato e a Brad Pitt di confermarsi degno di una carriera che sta diventando molto importante e illuminata nelle scelte, visto che <<The tree of life>> lo ha fortemente voluto e prodotto.

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