Al di là delle Montagne: verso l’occidente senza radici. Commovente e disilluso ritratto della sua Cina di Zhang-ke Jia

giovedì, Maggio 19, 2016 0 No tags Permalink 9

AL DI LÀ DELLE MONTAGNE si apre e si chiude scandito dalle note di Go West dei Pet Shop Boys. È riferimento, storico e di costume, non del tutto casuale o di semplice funzionalità per Zhang-ke Jia che tra tutti gli autori orientali è colui che maggiormente ha studiato e documentato gli effetti del post maoismo, della modernizzazione e industrializzazione della Cina contemporanea. Il tema musicale, guarda caso usato spesso come contrasto a una canzone tradizionale cantonese degli Anni’90, gli permette di introdurre lo spettatore fin da subito in quella che sarà la sua riflessione cinematografica. Diversa ma non meno profonda di quella di Still Life; meno documentaristica ma più spettacolare di 24 City; amarissima ma dolce, lontana dalla violenza che l’autore aveva mostrato nell’interessante ma non troppo riuscito Il Tocco del Peccato. Persino furba, se con questo termine si intende la capacità di Zhang-ke Jia di tenere lo spettatore incollato allo schermo per tutti i 131 minuti del film che presentò a Cannes nel 2015 e che in queste settimane è nelle sale italiane.

PROPRIO tenendo fede alla canzone che introduce il film, Al di là delle Montagne è l’opera più occidentale del regista, quella di maggior respiro e comprensibilità, forse la più moderna dove al rigore per la perfezione delle immagini e del documento, Zhang-ke abbina un soggetto di facile lettura, determinato dal filo rosso che lega l’esistenza di un ristretto nucleo di individui dal 1999 a un futuribile, e per questo anche credibile, 2025. Lo fa, però, a modo suo, scavando nell’intimo dei propri protagonisti, ognuno alle prese con una Cina il cui cambiamento non coinvolge soltanto l’ecosistema, ma arriva a modificare gli usi, i costumi, gli ideali, il vivere e il pensare della gente. A suo modo Al di là delle Montagne è un ritratto malinconico di qualcosa che a poco a poco si sta perdendo e sfugge di mano: l’identità. A Fenyang- la città dove è nato il regista- c’è una ragazza, Tao, corteggiata da due uomini: l’uno, Liangzi, è impiegato in una miniera di carbone; l’altro, Zhang Jinsheng, è l’arrembante ritratto della nuova Cina, quella disposta a tutto pur di guadagnare, di creare il capitale. Sensibilità differenti a contendersi la ragazza di buona famiglia e buoni studi il giorno del capodanno cinese del 1999, all’alba di un nuovo secolo e dell’ingresso della nazione a Macao. Li ritroveremo nel 2014, separati da destini differenti. Il minatore che ritorna sconfitto anche nel fisico a Fenyang, l’arrivista diventato miliardario e fuggito nella metropoli portandosi appresso il figlioletto avuto da Tao e chiamato Dollar, e Tao stessa, rimasta sola in città a gestire una pompa di benzina lasciatale dal marito Zhang Jinsheng. Undici anni dopo, nel 2025 a Melbourne, seguiremo Dollar, cinese di terza generazione che non conosce la propria lingua, che comunica con il padre usando un traduttore simultaneo di un tablet, che vive sulla propria pelle l’assenza delle radici e una giovinezza inquieta e turbata. Sullo sfondo c’è sempre Tao che dalla sua città mai se ne è andata e che continua a preparare i ravioli, a far passeggiare il cane, a seguire le tradizioni, osservando con lucidità tutto ciò che è cambiato attorno a lei da quei giorni del 1999.

ZHANG-KE JIA lancia i suoi quattro personaggi come frecce nel tempo; li tiene in un’esistenza sospesa che attraversa lo spazio ma che mai riesce a trovare una propria pace. Quasi fossero satelliti orbitanti attorno a un pianeta che è mutato troppo in fretta e la cui rotazione non è ancora nota. Ognuno di essi rappresenta un simbolo senza mai diventare stereotipo. C’è la Cina pre modernizzazione, supina, destinata a scomparire per incapacità di accettare i cambiamenti, il minatore, quella che tenta in modo stoico di unire il passato con il presente ritrovandosi madre senza figlio, Tao, quella votata all’arricchimento sfrenato ma alla fine perdente, Zhang, e quella che nulla sa di se stessa, perché sradicata, vissuta coattivamente su modelli occidentali che non gli appartenevano, Dollar,ma dalla quale, è la flebile speranza del regista, potrebbe nascere la scintilla del desiderio di conoscenza e forse di una fuga che sa di ritorno.

RITRATTO commovente e coinvolgente di questa evoluzione-involuzione, Al di là delle Montagne, consegna al cinema un’altra grande opera di Zhang-ke Jia. Non era affatto semplice rendere credibile un melodramma che copre, come fossero quadri, ventisei anni di storia, partendo da quattro tipologie diverse di individui. Il regista ci riesce non lasciando nulla al caso: c’è la storia, il canovaccio anche romantico, dentro il quale Zhang-ke innesca la propria ottica privilegiata. Segue il passato usando un inquadratura stretta e verticale, il 4:3, cogliendo i volti, le espressioni, le maschere di una Cina che pur tenendo fede al proprio passato avverte che qualcosa sta cambiando; mostra paesaggi violati da ruspe, gru, cantieri e acque inquinate; lascia sparsi qua e là simbologie mai spicciole e gratuite, rafforza e schiarisce i colori, cambia le luci, ferma le immagini, consegna al cinema una scena che non si potrà dimenticare, la moltitudine della gente al carnevale che chiude il primo capitolo; con sapienza ci dice cosa era la Cina nel 1999. Questa introduzione lunghissima ma necessaria, dopo arriveranno i titoli di testa, è la parte che maggiormente assomiglia alle sue opere precedenti, dove il desiderio di documento coincide con l’esigenza di proporre un cinema che sfiora l’arte; poi cambia formato, lo allarga. Lo fa privandosi del contorno, privilegiando le storie private dei suoi protagonisti, sempre più soli e quindi ripresi nei loro silenzi, negli incontri, nella vita che già ha inciso in profondità su quelle che erano le loro speranze. Quella centrale, del 2014, è forse la parte meglio riuscita, quella in cui le maschere cadono e ognuno inizia a fare i conti del << durante e del mentre >>. C’è chi cadrà-splendida l’allegoria che unisce la malattia del minatore con un camion carico di carbone rimasto intrappolato nel fango delle campagne mentre attorno la gente cerca di dare una mano ma poi se ne va- c’è chi scoprirà provvisoriamente una madre che di fatto non ha mai conosciuto e che gli sembra straniera in patria- fortissimo il contrasto tra Dollar, futuribile occidentale, e mamma Tao- e chi prenderà atto dello stato delle cose senza rinunciare a mostrare i propri principi, Tao stessa. È anche la parte dei confronti, della resistenza e del monito su un futuro indefinibile, dove tutto ciò che è stato potrebbe essere perduto. L’ultimo capitolo, relativo al 2025 a Melbourne, è il più romanzato e probabilmente di maggior effetto su chi segue le trame ed ha un formato e illuminazione diversi dai precedenti. Ma è anche il più debole-se di debolezza si può parlare all’interno di un film di questa qualità- perché vive di una storia più scontata e più facile ma non meno profonda. Il personaggio di Dollar, alla soglia della prima maturità, diventa l’emblema della globalizzazione degli individui. La sua condizione artificiosamente creata e imposta in nome dell’occidente ha creato un ragazzo senza memoria e senza passato. Ci vorrà l’incontro con una insegnante di cinese-altra vedova delle radici-per ingenerare un ansioso processo di ricerca della madre. Ciò che sembra voglia dirci il regista è infatti qualcosa che va oltre il discorso sui destini della Cina e dei cinesi stessi. L’obiettivo di Zhang-ke Jia è di portare la discussione su un terreno universale e non solo legato al proprio immenso e variegato Paese.

DUE CHIAVI, usate come fossero la pallina di baseball di Underworld di De Lillo, restano sempre sullo sfondo del film. Quella dell’appartamento del minatore e quelle che Tao dona a Dollar bambino per dirgli che usandole potrà sempre tornare a casa. Entrambe rimandano al passato ed entrambe viaggiano nel tempo in un film dominato dalla figura Zhao Tao, moglie di Zhang-ke Jia– David di Donatello 2011 per la sua interpretazione del film di Andrea Segre Io sono Li – che impersona Tao. È lei il nucleo centrale di Al di là delle Montagne; attorno alla sua figura gira tutta l’opera e ancora una volta la sua intensità e la sua misura di attrice di vaglia rafforzano la qualità di un cast che sa rendere importante anche la minima sfumatura. Potenza di un grande regista e della sua degna consorte.

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