Un padre, una figlia e il momento delle scelte

UN PADRE UNA FIGLIA è stato il primo film importante ad aver fatto capolino nelle sale dopo la pausa estiva. Ed è stato un inizio con il botto perché l’ultima opera del romeno Cristian Mungiu è di quelle che si elevano dalla media. Non tanto perché al film, il cui titolo originale è Bacalaureat, è stato attribuita la Palma per la miglior regia al festival di Cannes ma per come l’autore controlla la materia che espone con un rigore, un’apparente freddezza e una precisione che solo i migliori possiedono. Non c’è da stupirsi: Mungiu è uno degli autori più interessanti della scena europea e con questo lavoro si avvicina alla qualità dell’indimenticato e indimenticabile 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni con il quale vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2007. Siamo quindi nel territorio di cinema da vedere a tutti i costi, dove la riflessione sui sogni infranti della Romania si unisce al gusto del racconto. Mungiu non è nuovo a creare una struttura che possa coinvolgere lo spettatore per portarlo laddove preferisce. Ci era riuscito in modo leggero, ironico ma graffiante negli episodi da lui scritti per il film corale Racconti dell’Età dell’Oro , spaccato senza sconti dei romeni e di come il regime di Ceausescu fosse penetrato nei modi e nei costumi di quel popolo. in Un Padre, Una Figlia di Ceausescu non c’è traccia. Quell’epoca si è conclusa, è finita. Ma qual è lo stato dell’arte della Romania di oggi? E cosa è la Romania liberata dalla lunga stagione della dittatura ed entrata nell’Europa?

È UNA NAZIONE fatta per essere abbandonata, dove tutto sembra invogliare i figli ad adare all’estero; a studiare per guadagnarsi una borsa di studio da spendere in qualche prestigiosa Università inglese. È ciò che vorrebbe il brillante medico Romeo per la figlia Eliza che a forza di nove in pagella sta avvicinandosi ai giorni della maturità classica per cogliere appunto quella opportunità. Solo che le cose non andranno come desidera il genitore. C’è qualcosa che si mette di traverso a quell’obiettivo. È come la pietra della prima scena che infrange all’improvviso il vetro della casa di Romeo. Quasi fosse un presagio.Da questo Mungiu parte per costruire il suo personalissimo affresco romeno. La pietra è il segno che il mondo di Romeo sta crollando. L’uomo, che nel film abbiamo visto per la prima volta e che quindi non conosciamo, si trasformerà nell’ennesima versione cinematografica di Giobbe, senza l’ironia dei fratelli Cohen e senza la rabbia esplosiva del personaggio di Koljia di Leviathan del regista siberiano Zvjagincev. Dall’incipit secco, freddo, inizieranno gli eventi che porteranno Romeo a confrontarsi con le proprie scelte e con quelle che cerca di imporre agli altri perché questo gli suggerisce la sua morale. Per la figlia vorrebbe quel riscatto che significa realizzarsi in un modo differente. Per lei si adopererà con ogni mezzo e in ogni modo pur di raggiungere lo scopo. Solo che si troverà di fronte un mondo che non riesce più a controllare. La figlia subisce un tentativo di stupro alla vigilia della maturità. Così le certezze di ognuno si sgretolano. Il rapporto tra i due cambia intreccio. E con esso esplodono le contraddizioni private del piccolo universo che Romeo stesso ha provveduto a creare. Perché in Un Padre, Una Figlia il dottor Romeo tenta di imporre, in totale buona fede, scelte per altri quando è il primo che per non aver saputo scegliere ha organizzato un limbo quasi perfetto attorno a lui: una moglie rassegnata, un’amante in perenne attesa, una figlia da indirizzare in modo quasi morboso verso gli ideali paterni. I sogni personali del dottore si sfaldano al cospetto della realtà degli altri . Romeo dovrà fare i conti con i propri fallimenti che tanto simili sono a quelli della Romania, dove la corruzione, il favore che rimanda ad altro favore, le scorciatoie, continuano a determinare il destino della gente e quindi bloccano l’evoluzione sociale auspicata dopo la caduta del regime.

MUNGIU è molto abile nel non separare mai la riflessione pubblica dal privato dei suoi protagonisti. Le fa procedere unite senza soluzione di continuità dalla prima all’ultima scena in un film che è nero e che è amaro soprattutto nel fotografare lo stato della nazione ma che si apre alla speranza conclusiva, quando i giovani dimostreranno di saper operare delle scelte di campo ben precise e gli adulti prenderanno atto di aver creato un universo nel quale la paralisi causata dal compromesso ha provocato sfacelo sociale e il tradimento delle speranze del post Ceausescu. Non era semplice riuscirci per via cinematografica. La forza di Mungiu risiede nella sua capacità di aver affrontato la materia costruendo un romanzo privato, travestendo l’indagine con una trama che scorre ed appassiona, dove le figure dei protagonisti non perdono mai la loro credibilità. Il regista dirige con mano ferma, se ne sta lontano dalle scene madri, dall’eccesso. Riduce tutto alla semplicità della narrazione in modo preciso, tagliente, a tratti sottilmente ironico, andando a caccia di sfumature e di segni, fisici, anche sulle persone, ognuna delle quali caratterizzate in modo sapiente dalla prova di tutti gli interpreti.È con questa commistione radicale tra pubblico e privato che Mungiu ci regala un film forte ma servito come se fosse un normale racconto tra genitori e figli.Prezioso.

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