Un Inverno in Corea: la ricerca di identità in un’opera raffinata

È bello anche in streaming

Ogni tanto non guasta guardare i film, soprattutto quelli che si sono perduti, in streaming. È il caso di Un Inverno in Corea da qualche giorno presente sulla piattaforma a pagamento di mymovies one. Giunto sui nostri schermi nel dicembre del 2025, il film dell’esordiente franco-giapponese Koya Kamura colpisce per la raffinatezza e per un’oggettiva complessità di costruzione scenica, grazie al ricorso a situazioni animate che ne rappresentano un arricchimento ulteriore. Come accadde nell’ottimo La Zona di Interesse di Jonathan Glazer(La Zona d’Interesse: efficace, duro, martellante. Glazer tradisce il romanzo di Amis ma ne mantiene il concetto) anche in Un Inverno in Corea l’utilizzo del disegno porta lo spettatore a immergersi ancora di più nella storia che si racconta. Nell’opera tratta dallo splendido romanzo dell’amato Martin Amis l’animazione fungeva da pura allegoria; qui da visualizzazione di un sentimento tormentato. Ma sarebbe riduttivo limitare il giudizio solamente alla sua struttura. Kamura, prendendo spunto dal romanzo della scrittrice Elisa Shua Dusapin, fa del film una vera e propria composizione poetica che alla forma aggiunge molta sostanza.

Chi è mio padre?

C’è una ragazza di ritorno da Seoul che lavora a Sokcho come cameriera, cuoca, tuttofare di una locanda. Dovrà accogliere un misterioso francese in cerca di alloggio perché è l’unica a conoscere la lingua. A poco a poco tra i due si instaurerà una relazione fatta di sguardi, di silenzi e di improvvise aperture, tutte legate dal significato della pittura, lo straniero è un famoso disegnatore, dall’immaginazione, dalla preparazione del cibo, dalla curiosità. Perché dietro ai due protagonisti si addensano misteri. Sono entrambi alla ricerca di qualcosa: l’uomo dell’ispirazione per poter creare una nuova opera, la ragazza per capire quali siano le proprie radici. Non ha mai conosciuto il padre, francese, non sa nulla di lui né se ha mai avuto conoscenza della figlia. È un percorso pieno di tormento, di sentirsi irrisolta ed è chiaro che l’arrivo del nuovo venuto le apra crateri che la porteranno a ridefinire la propria esistenza e l’impossibilità di saldare culture differenti. Kamura agisce sui propri protagonisti giocando sul silenzio, sui particolari, sulle metafore legate ai cibo. Ma, con grande merito, riesce sempre a non perdere mai di vista la struttura narrativa della storia. Il film scorre che è un piacere, allontanandosi dall’ansia narcisistica, rispettando tempi e dando alle animazioni il giusto spazio mai creato per casualità.

Non c’è solo un cuore in inverno

È evidente che dietro a questo racconto delicatissimo ci sia anche altro. Soprattutto un tema molto ricorrente nella cultura coreana: Sokcho è una piccola cittadina a pochi chilometri dal confine tra le due nazioni. La diaspora che ha diviso il Sud dal Nord continua a produrre i propri effetti come spesso descritto in quasi tutti i film sudcoreani, maggiori o minori. Sono racconti che sotto forma di metafora parlano di perdita delle radici e soprattutto della spasmodica ricerca di una riunificazione con chi si trova dall’altra parte. Sokcho si trasforma quindi nel luogo in cui ognuno dei protagonisti è immerso in una dimensione di limbo, quella dell’attesa che fa dire al personaggio del disegnatore che << c’è nulla di triste nell’aspettare o nello sperare >>. In questo, e non solo per via del panorama innevato, Un Inverno in Corea può confrontarsi, con risultati cinematografici più importanti , con il film del cinese, d’origine, Anthony Chen, The Breaking Ice (The Breaking Ice: non convince il triangolo amoroso di Anthony Chen) con cui ha lontane affinità non solo scenografiche.

Tra una sorpresa e una conferma

La sorpresa di Un Inverno in Corea è la recitazione di Bella Kim, all’esordio dopo esperienze da modella internazionale e teatrali, davanti alla macchina da presa. È precisa nelle movenze, nelle battute, nell’esprimere il proprio disagio esistenziale. La sua forza è la misura, la gestualità, l’intensità con cui descrive il proprio personaggio, il suo cercare di vedere senza il filtro degli occhiali- è affetta da miopia- non solo nel suo intimo ma nel passato che le è stato raccontato. La conferma avviene invece per Roschdy Zem sul quale c’è poco da aggiungere perché il protagonista del magnifico Roubaix, una luce nell’ombra di Arnaud Desplechin (La vera luce di Roubaix è il film che la descrive) ha sempre quel tocco magico dello sguardo, dell’apparente durezza che cela grande umanità, che ne fanno uno dei migliori attori francesi, e non solo, nel panorama cinematografico. Gran parte di Un Inverno in Corea è recitato proprio in francese, la terra di crescita e formazione di molti registi e artisti sudcoreaniKim Ki-duk docet-, e anche questo rende l’opera di Kamura molto interessante e da non perdere.

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