Il Filo del Ricatto: Gus Van Sant in perfetto equilibrio tra i suoi innocenti dalle mani sporche

Un film intelligente senza fronzoli

Con Il Filo del Ricatto(Dead Man’s Wire), Gus Van Sant torna a fare cinema nel suo territorio preferito: quello che prendendo spunto da un fatto realmente accaduto si addentra nel rapporto tra giusto e ingiusto, ruolo dei media e allegoria del contemporaneo. Un lavoro da equilibrista per un autore che se in forma, come in questo caso,(dimentichiamoci la noiosa elegia ecologista di Promised Land,Delude il Van Sant ecologista, ma ricordiamoci di tutti gli altri a partire in ordine sparso da Drugstore Cowboy, Paranoid Park, Milk, Last Days, My Own Private Idaho, Elephant ,Will Hunting etc) riesce senza troppi fronzoli ad andare al nocciolo dei problemi. Il Filo del Ricatto non smentisce questa capacità. Il film infatti è proprio come la vicenda di cui narra: teso come un filo, ritmico anche nella colonna sonora(strepitosa), lucido nella visione di un mondo sempre più schiavo del ricatto economico, umano all’ennesima potenza nella descrizione dei protagonisti. È un’opera che non si parla addosso, che non perde mai la propria evoluzione, che annulla inutili tempi morti. Un po’ come accadeva nei western d’epoca-non a caso ci sono riferimenti espliciti a John Wayne– con la differenza che qui lo spettatore parteggia per tutti, perché di fatto i cattivi sono anche buoni e i buoni anche cattivi.

A Indianapolis c’è gente disperata

Accadde a Indianapolis l’8 febbraio 1977: Anthony George Kiritsis entrò negli uffici della famiglia Hall, broker assicurativi, e sequestrò Richard, figlio del principale, legandolo a sé con un filo metallico attorno al collo di modo che se si fosse allontanato di qualche centimetro sarebbe stato freddato da un fucile leggero Winchester. Poi chiamò la polizia, scese in strada e si avviò con il prigioniero nella propria abitazione. Si sentiva derubato dalla società da cui aveva ricevuto un mutuo e che non gli aveva concesso un’ ulteriore dilazione per il pagamento delle rate. A suo dire aveva le prove che gli Hall volessero riprendersi il terreno per speculare sugli affitti e eventuali vendite. Da questa storiaVan Sant crea il proprio film, non abbandonando mai la autentica cronistoria dei fatti. Ed è chiaro che la struttura de Il Filo del Ricatto segua attimo dopo attimo in sequenza cronologica ciò che successe. Ma il contenuto dell’opera va ben oltre. L’autore mette in evidenza un fatto che anticipa ciò che poi accadde realmente negli Usa nei decenni successivi: la storia di persone del tutto normali che all’improvviso si ritrovano sul lastrico perché impossibilitate a pagare i finanziamenti ricevuti. Il Filo del Ricatto ci parla di disperazione che sfocia nell’esasperazione ma non giustifica l’azione. Segue i suoi due personaggi principali con delicata simpatia, annullando la divisione tra vittima e colpevole ma non cedendo alla tentazione di creare quell’empatia stile sindrome di Stoccolma che a un certo punto sembra diventare possibile.

….e gli eroi non esistono

Van Sant poi si diverte con ironia a mettere in evidenza il ruolo dei media in tutta la vicenda. Indianapolis e il suo sequestro si trasformano nell’occasione ideale per aumentare gli ascolti televisivi, per fare finalmente carriera in prime time, per creare un’opinione popolare, per esaltare il ruolo della radio, il cui conduttore principe diventa il megafono del sequestratore e il suo tramite con la polizia. Ma la vera forza del film è nella capacità del proprio regista di non voler creare eroi. Perché il personaggio di Kiritsis riuscì, anche grazie al suo sfruttamento psicotico dei media, a diventare quasi una sorta di Robin Hood, colui che vendica la gente maltrattata dalle compagnie di assicurazione e dalle banche. Invita la polizia a seguirlo, i giornalisti a farsi intervistare. Un uomo pubblico che non vuole travestirsi da nemico. Van Sant, invece, controbilancia i due protagonisti. Li rende profondi ma mai complici, riesce con simpatia e, ribadiamo, ironia a seguire la vicenda, mantenendo la giusta distanza. E sullo sfondo c’è lo schieramento di polizia e procuratori, dei profiler dell’FBI, loro stessi combattuti tra l’azione definitiva e la comprensione.

Ottime le prove degli attori

Il Filo del Ricatto trae la propria forza anche dalla prova di tutto il cast. Bill Skarsgärd, figlio dello straordinario Stellan(Sentimental Value, è un grande, meraviglioso film), è molto bravo nella parte di Kiritsis. Alterna i momenti di disperazione a improvvisi squarci di generosità, è un sequestratore geniale e allo stesso tempo improvvisato, isterico e dolcissimo. Non forza mai il proprio personaggio, lo rende spontaneo e fragilissimo. Dacre Montgomery è il sequestrato Richard Hall. Vive di espressioni, di terrore negli occhi, di una sudditanza psicologica nei confronti di un padre, Al Pacino, privo di pietas, che a poco a poco lo accomuna, in un diverso grado di disperazione, allo stesso sequestratore. E poi ci sono gli interpreti di contorno, pimpanti, ognuno in grado di caratterizzare alla perfezione il proprio ruolo. Sembra proprio che tutti si divertano così come si diverte Gus Van Sant che alterna la sua allegoria con spezzoni televisivi della vicenda, lasciando nei titoli di coda, che siano proprio quelli a parlare e a spiegare come si conclusero realmente le vite dei due protagonisti. Lasciando in sala un sorriso, amaro. Perché quel lontano 1977, per Van Sant, è stata l’anticamera del nostro contemporaneo.

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