Un nuovo che traveste tematiche anziane
Il cinema francese ha una solida tradizione di film di denuncia sindacale, sulla perdita del lavoro, sulla crisi delle aziende. Il debuttante Akihiro Hata, giapponese trapiantato in Francia, vuole rielaborarlo attraverso questo Grand Ciel, cercando di metterlo al passo dei tempi. Lo fa in un ambiente futuribile in cui un gruppo di operai edili, molti dei quali senza permesso di soggiorno e senza documenti, lavora alla costruzione dell’immenso Grand Ciel, una sorta di quartiere residenziale con annesso grattacielo che dovrebbe riqualificare un’intera città, comunità compresa. Il problema è che le colate di cemento hanno evidenziato grossi guai e una squadra viene inviata nel basamento per rimettere in sicurezza la struttura. A poco a poco qualcuno degli operai scomparirà senza lasciare traccia e si cercherà di tenere nascosto il fatto, con la complicità del neo caposquadra Vincent che non vuole perdere il posto di lavoro.
Il mystery inutile orpello
L’idea di partenza di Hata è interessante: la fine di un’epoca, della solidarietà, della lotta a favore dell’esigenza individuale. Purtroppo il regista francogiapponese mischia il tutto con il mystery, con allegorie posticce che nulla aggiungono al suo discorso e che avrebbe potuto evitare. Vincent, il suo personaggio centrale, è un individuo che lavora per affrancarsi dalla propria condizione sociale e sembra quasi avvertire il peso della differenza culturale con la propria compagna, una social manager che sbarca il lunario come magazziniere, e con le passioni del figlioletto che suona la tromba. Questo lo porta sempre di più a distaccarsi dai propri compagni, pur comprendendo prima di tutti gli altri cosa è accaduto a chi è scomparso all’improvviso. Damien Bonnard(Polanski e il suo magnifico J’Accuse legato a doppio filo con Orizzonti di Gloria) è molto efficace nel rendere il proprio personaggio: ha sempre una sola maschera-voluta- e non è il problema del film. È ciò che gli richiede il soggetto: essere apparentemente distaccato da quelle che potrebbero essere le rimostranze sindacali. Perché tutto Grand Ciel viene giocato sul senso di devoluzione della compattezza operaia, della lotta. Vincent è il simbolo di una rottura definitiva. L’interesse individuale che prevale su quello collettivo. Hata però si perde in allegorie che nulla aggiungono al significato del suo film.
La disumanizzazione in stile Antonioni
Questa sorta di disumanizzazione è espressa dai silenzi del protagonista e dalle immagini cupe e minacciose, fredde delle impalcature e delle gru che sovrastano la futura costruzione del Grand Ciel. Sembra di essere in un film di Michelangelo Antonioni, dentro una società postindustriale in cui l’immensità delle strutture meccaniche costituisce l’unico orizzonte a cui l’individuo può aspirare. E pur riconoscendo il fascino della fotografia tutto ciò non basta al film per elevarsi. Buona, infine, la prova del cast. Oltre a Bonnard convince la prova di Samir Guesmi e di Mouna Soualem, figlia di Hiam Abbas, grandissima attrice, da Il Giardino dei Limoni a La Sposa Siriana fino al pregevole L’Ospite Inatteso(https://guidoschittone.com/mccarthy-sulla-strada-dei-maestri/) che in precedenza si era vista nello splendido La Notte del 12 di Domink Moll( una breve nota nella sezione https://guidoschittone.com/ftm-film-fuori-tempo-massimo/) nella parte della compagna di Vincent.