Duse:lambendo i confini del tempo che cambia con l’immensa Bruni Tedeschi

Prova di maturità anche per Marcello

Duse non è solamente un’opera capace di esaltare, se mai ce ne sia stato bisogno, le infinite doti attoriali di Valeria Bruni Tedeschi. È anche una prova di definitiva maturità per il suo creatore, Pietro Marcello, da tempo uno dei registi della generazione, ormai di mezzo, più interessanti e meno abituati a soggetti banali, usa e getta. C’è, in questo ragguardevole film acclamato alla Mostra di Venezia, quasi una sorta di summa poetica delle precedenti esperienze così come un tratto stilistico ben delineato in cui, accanto a una storia in evoluzione, Marcello si affida al documento d’epoca staccandolo dall’ansia biografica, rielaborandolo esteticamente. Inserisce nella trama, infatti, le scene del funerale e del viaggio da Aquileia a Roma della salma del milite ignoto nell’ottobre 1921. Non è soltanto per contestualizzare l’epoca di riferimento ma per creare significati allegorici che mai sono mancati in Martin EdenMartin Eden: l’ambizioso, originale e coerente viaggio nella memoria del ‘900 di Pietro Marcello– né nel mio amatissimo Bella e Perduta-Bella e Perduta, viaggio non banale alla ricerca della salvezza-di cui di fatto Duse è una sorta di terminale.

Frammenti di Duse

Duse inizia in piena guerra mondiale 15’/18 e si conclude prima del viaggio statunitense dell’attrice che culminerà nella sua morte. Marcello sfrutta questo arco temporale per individuare gli scricchiolii che segneranno la fine di un’epoca. L’Italia devastata coi suoi morti vive anni di confusione che porteranno all’avvento del fascismo. Eleonora Duse dell’accoppiata Marcello-Bruni Tedeschi è appunto ciò che è stato ed anche ciò che attraversa, quasi senza consapevolezza, il tempo intermedio, confuso e indefinito, disilluso e speranzoso. La più grande attrice dell’epoca diventa quindi il soggetto ideale per descriverne lo spirito. Perché Eleonora di Valeria Bruni Tedeschi è una donna in declino, incapace di rassegnarsi alla malattia e ai propri fallimenti economici. Non è la Callas di LarraìnMaria: l’eterna dicotomia tra artista e individuo nell’ottimo film di Pablo Larraín-, non è il biopic di sé stessa. È vitalità capace come una freccia di fendere l’aria del cambiamento, restandone terza. Sono frammenti di Duse, non la sua storia.

Archetipo che funziona

Il personaggio dell’attrice viene quindi utilizzato come archetipo ed è forse per questo che alcuni non hanno apprezzato più di tanto il film. Eleonora Duse diventa centrale nell’opera proprio perché parte dei fallimenti dell’epoca. Che sono artistici, un certo tipo di teatro è morto, sociali, l’avvento del socialismo massimalista che sfocerà nel fascismo, privati, l’incomunicabile amore tra madre e figlia. Marcello non vuole creare la storia degli ultimi giorni di Duse ma mettere a confronto una doppia dissoluzione. Mettere a confronto la stagione buia della più importante attrice del mondo e il tradimento degli ideali di pace e libertà.

Consacrazione di attrice

Valeria Bruni Tedeschi si muove da regina delle scene nel contesto creatogli dall’autore. È Duse all’ennesima potenza. Riempie con lo sguardo stralunato o ironico, sognante o devastato ogni pertugio, si impadronisce con grazia del ruolo di una donna in grado di reagire al disfacimento proprio, fingendo di non accorgersi dell’avvento del nuovo. L’arte è il suo rifugio, la sua potenza, il suo stato di necessità, l’unico modo per poter affrontare questo mondo nuovo che incombe come la sua morte. È così che riesce a veleggiare tra un prima e un dopo. Bruni Tedeschi, che avrebbe meritato la Coppa Volpi per l’interpretazione femminile a Venezia, si appropria dei tic e di questo istinto di libera sopravvivenza così come Pietro Marcello disegna con acume, pur con l’ottica del cinema, la fase di passaggio del teatro dell’epoca. Insiste sull’eccessivo birignao di Ermete Zacconi, impersonato da un eccellente Mimmo Borrelli, sull’adeguamento progressivo verso la ricerca espressiva sperimentale di Memo Benassi, a conferma del forte impatto scenico di Vincenzo Memolato, fino alla modernità di Cecilia Rinaldi, che grazie alla rivelazione Gaja Masciale è protagonista con Bruni Tedeschi di una delle scene più potenti del film, autentica lezione del metodo Stanislavskij. Per chi ama il teatro riascoltare La Donna del Mare di Ibsen, anch’essa metafora del cambiamento, sembra un ritorno alle origini delle passioni.

Il dilemma dell’arte

C’è poi un altro elemento molto interessante in Duse. È una sorta di domanda che Marcello si pone. L‘artista si prostituisce o si genuflette al potere per poi corroderlo dall’interno? Più che la relazione tra Duse, la figlia, ottima Noémie Merlant, e l’assistente Desiree, Fanni Wrochna, è un altro punto focale del film perché anch’esso senza tempo, antico e attuale. Gabriele D’Annunzio ne è il simbolo, il vero e proprio alter ego, dell’attrice. È l’uomo che crede nel nuovo che avanza e che poi da questo si sente tradito e vorrebbe a sua volta tradirlo. È colui che cerca di svelare cosa si cela dietro l’apparente bonomia del regime all’attrice, << Non hai capito nulla;incredibile, la Duse non sa riconoscere un attore fuori dal palcoscenico>>. La potenza dell’interpretazione dell’altrettanto eccezionale Fausto Russo Alessi mette a nudo la contemporaneità del dilemma a cui Duse di Valeria Bruni Tedeschi potrà opporre solo la fuga. Per cercare di vivere nell’arte i suoi ultimi giorni. Il teatro come sopravvivenza prima che si chiuda il sipario.

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