Un film splendido senza se e senza ma
Il Minotaur di Zvjagincev si avvicina più alla figura dantesca del personaggio mitologico che a quella originaria: è un uomo che di fatto custodisce ed è egli stesso il terminale di tutto ciò che l’autore siberiano pensa dei vizi della Russia contemporanea. È un discorso, consueto, che questo grande regista, tornato al cinema nove anni dopo Elena del 2011 e il bellissimo Loveless(Loveless, l’umanità di Zvyagintsev cieca, egoista, impotente in una terra di confine) continua a proporre seguendo sempre formule nuove. Sulla scia appunto della sua opera precedente, in Minotaur Zvjangincev ripercorre la strada del noir << classico >>, prendendo molto liberamente spunto da Stephanie, una moglie infedele di Claude Chabrol(film splendido del 1969 recitato alla grande dalla fascinosa ex moglie del regista francese Stephanie Audran). Lo fa inserendo nel proprio discorso cinematografico atmosfere a la page della nouvelle vague: prende una coppia apparentemente in crisi con figlio adolescente, ingannando per tutta la prima parte lo spettatore che crede di essere di fronte a un dramma di coppia, in cui a nessuno dei due le cose della vita stanno funzionando. L’uomo, proprietario di azienda, vive le problematiche dell’imprenditore alle prese con gli improvvisi licenziamenti dei suoi impiegati e del panico scatenato dalla invasione dell’Ucraina. La donna, in apparenza casalinga sottomessa al tran tran dei lavori quotidiani, pare abbia da qualche parte un amante segreto o comunque qualcuno con cui si messaggia in continuazione. Dmitry Mazurov, Gled il protagonista, sembra ricalcare il personaggio recitato da Vincent Lindon in Un Altro Mondo di Stephane Brizé(una breve nota in questa sezione Altri film in poche righe) ma è appunto tutta una finzione. Zvjagincev vuole parare verso altri lidi. Analizzare cosa è della Russia contemporanea, la sua perdita di valori, la corruzione che si annida nella propria società.
Il leviatano è ancora tra noi
È attraverso la stessa metodologia soggettistica già usata in Leviathan(Leviathan: gli uomini dimenticati da dio di Zvyagintsev) che questo grande autore proseguirà la propria ultima opera, premiata a Cannes con il Grand Prix Speciale della giuria; il quadro cupo delle atmosfere della famiglia entrerà di colpo in quelle dell’apparato. Ci sarà un omicidio, non avverrà mai la resa dei conti, si accetteranno gli scambi di favori e si proseguirà la vita come nuvole in viaggio, pronti per altri soprusi, pronti per altri inganni. Questa è la Russia a cui guarda Zvjangincev, dove il leviatano non si può sconfiggere, si nutre dei propri sudditi-straordinario il discorso alle truppe di innocenti e inconsapevoli vittime in partenza per la guerra ucraina- si alimenta giorno dopo giorno e le fatiche non sono più quelle di Giobbe ma di individui che devono prevalere sugli altri per mantenere e custodire, senza alcuna etica, ciò che è la loro esistenza. È un mondo alla deriva in cui la corruzione e l’accettazione della stessa entrano nel privato, nell’intimo delle coppie. Le due figure dominanti di Minotaur, marito e moglie, la grande Iris Lebedeva, sono l’uno il rovescio della medaglia dell’altra. E anche se la battuta è nata spontaneamente e non era prevista nella sceneggiatura originale, ciò che la moglie dice verso il finale a figlio e marito è l’emblema stesso dell’immanenza di una situazione: ” Ordinate sempre pizza margherita, solo pizza margherita“. Per puro caso, se andate ad ascoltare la conferenza stampa tenuta a Cannes scoprirete come è nata, quella frase rappresenta molto più di mille parole quello che è il pensiero del regista. C’è una perdita di speranza assoluta in una nazione che cambia manifesti pubblicitari in continuazione, inneggiando ai propri finti eroi, gente mandata al macero della guerra per puro caso o per essere scientemente eliminata per qualcosa che bisogna celare, nascondere, riparare dalla luce.
L’acqua e le nature morte sulle tavole
Ancora una volta Andrei Zvjagincev crea un magnifico film di assoluta profondità, usando stilemi che sono propri della sua cinematografia. Lo sciabordio dell’acqua, anche qui come in Leviathan, costituisce l’elemento naturale fin dai titoli di apertura che racchiude sotto forma di spazio aperto la chiusura propria dell’apnea, di ciò che sta sotto la superficie. Le riprese iniziali nella bella villa-dacia della famiglia di Gled paiono prese a prestito da un quadro di Hopper, dove i personaggi del quotidiano sono divisi sotto la luce della sera intenti nelle loro faccende. E c’è sempre sulle tavole che vengono mostrate mentre si cena, mentre si cerca di fare colazione, o mentre si è sul punto di uccidere qualcuno un frutto non mangiato su un piatto bianco, natura morta allo stato puro che il direttore della fotografia Michael Krichman, lo stesso sia Leviathan sia di Loveless, inquadra sempre con malizia, rendendolo visibile come accessorio fondamentale. Poco da aggiungere sul cast: Mazurov e Lebedeva sono giganti, misurati, essenziali, veri. E gli occhi innocenti del giovane figlio Boris Kudrin suggeriscono diverse letture del finale. Aperto si, un quadro di nuvole. Chissà se la Russia saprà attraversarle per ritrovare il proprio sereno o vivere perennemente sotto la pioggia. Minotaur è un film da non perdere. Forse perché adoro il regista, forse perché ho amato Il Ritorno, Loveless e Leviathan sopra ogni cosa-ho persino uno sfondo su un mio social- ma vedere e rivedere certi film ti riconcilia per davvero con il cinema e la sua magia.