La Più Piccola: poco incisivo il film premiato a Cannes

Non mantiene le promesse

La Più Piccola è il film che ha permesso alla sua protagonista Nadia Melliti, al debutto assoluto nel mondo dello spettacolo, di conquistare il premio per la migliore interpretazione femminile al festival di Cannes del 2025. Un riconoscimento dettato, come spesso accade, più per ragioni extra cinematografiche che per reali meriti. Sia chiaro Melliti è più che convincente nel recitare la parte ma ritengo che i premi non dovrebbero essere legati ai discorsi di orientamento sessuale quanto all’importanza del film in cui si recita e al percorso di una carriera. Perché il problema de La Più Piccola è proprio il film stesso, capace di convincere solamente a tratti e di adagiarsi, troppo spesso, su una china fatta di stereotipi ai confini della banalità. L’opera è la terza firmata da Hafsia Herzi, una delle protagoniste dello splendido Cous Cous di Abdellatif Kechiche(https://guidoschittone.com/kechiche-grandiosa-idea-di-cinema/):contiene alcune idee importanti, la parte conclusiva del film è quella che merita maggiormente, ma si perde in troppe scene scontate, tipo le sfilate dei gay pride, che invece di costituire un accrescimento delle stesse, ne limitano il potenziale.

Un percorso di formazione

La trama de La Più Piccola è molto semplice: c’è Fatima(Melliti) diciassettenne ultimogenita di una famiglia franco-algerina in cerca di sé stessa. Vive in un nucleo sunnita malakita apparentemente sereno, ha la passione per il gioco del calcio, frequenta i suoi compagni di classe, ha uno spasimante che vorrebbe averla in sposa ma a poco a poco, una volta ottenuta una borsa di studio in filosofia, comprende di essere attratta da persone dello stesso sesso. Herzi segue, spesso prendendo spunto dalla lezione del suo maestro Kechiche, il travaglio della sua giovane protagonista. Le sue indecisioni, il suo pudore, l’equilibrismo tra liberare il desiderio e restare fedele ai principi tradizionali. Purtroppo la regista, che ha preso spunto dal romanzo omonimo di Fatima Daas-vero e proprio caso editoriale in Francia- si perde in inutili sequenze di corteggiamenti, lasciando solo sullo sfondo il dramma individuale che Fatima vive. C’è infatti una doppiezza smaccata, manca nel film una zona di mezzo, soprattutto a metà dell’opera, in cui esaltare l’affanno di Fatima, l’apnea esistenziale che prova nel tentativo di coniugare la propria omosessualità con il dogma religioso e sociale sarebbe stato essenziale. È per questo che l’ultima parte diventa la più incisiva. Quella in cui è necessario tentare un timido (anche commovente) confronto.

Un ottimo esordio

Nadia Melliti è per contro molto convincente nel suo film d’esordio. Riesce a esprimere ciò che le brucia dentro senza mai abbandonarsi a scene madri, cercando di mantenere candore e pudore non offrendo spazio alla morbosità. Ed anche il cast è ben orchestrato. Herzi infatti crea un netto contrasto tra la gioventù della banlieu parigina-lontana da stereotipi violenti- e la << borghesia >> occidentale, che vive un’ apparente libertà di orientamento sessuale. Amalgama i propri attori in una coralità propria di Kechiche facendo del loro dinamismo una vera e propria colonna visiva de La Più Piccola. Ma non basta per rendere il suo film un’opera indimenticabile.

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