Una Palma dalla travolgente fascinazione

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RICORDO sempre che uno dei maestri di semiologia cinematografica , il francese Christian Metz, parlava di noi spettatori come di <<voyeuristi scopici>> in preda alla fascinazione. Aggiungo la mia preferenza per il cinema privato, intimo, quello in cui sei solo in sala, non hai il vicino che sgranocchia pop corn, non hai comitive che cianciano e commentano le battute, ma un gruppo di persone che pur essendo corpi e quindi palpabili è come se non esistessero. Vivono, sebbene in modo individuale come è giusto che sia, la tua stessa esperienza, facendosi travolgere dalle immagini, dai segni, dalla storia. Per gustare appieno il film che ha vinto la Palma d’Oro di Cannes, << Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti>> bisognerebbe prendere il coraggio a quattro mani e decretare la superiorità della visione privata, mettiamo di fronte a un computer con la possibilità del rewind continuato, rispetto a quella pubblica. Perché basta un movimento di poltrona, un’agitazione improvvisa in chi nel cinema vede solo passatempo e disimpegno mentale o l’andarsene di chi non sopporta vivere con lentezza per farti innervosire. Mi sono chiesto come mai certe persone vadano a vedere film che già in partenza non potranno mai interessarle, disturbando chi invece sa dove si sta parando ed è incuriosito sempre di più da ciò che viene proiettato. E’uno dei motivi che mi tengono lontano dalle multisala e habitué di quei locali piccoli, caldi e accoglienti in cui sai che si verificherà qualcosa di importante. Concluso lo sfogo, per nulla snobistico e nemmeno solipsistico, devo ammettere che <<Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti>> del thailandese Apichatong Weerasethakuln non fa parte delle pellicole semplici né rapide. Nella lentezza risiede il suo fascino primordiale, nella complessità di ciò che propone in assoluta semplicità il grimaldello che quando si torna a casa ti fa spaccare la testa sulla scrivania e a domandarti un’infinità di perché legati a un’immagine piuttosto che a un’altra. Ma questo è il divertimento supremo che il cinema offre a chi ha una visione quasi letteraria di esso, che non si ferma allo scontato e che vuole seguire l’autore nei suoi meandri.

Boonmee è prossimo alla morte. E’ancora giovane, se ne è andato dalla città e ha un terreno nel quale lavorano parecchi emigrati cinesi e laotiani. E’un uomo all’apparenza sereno: sa di avere i giorni contati, scanditi dalla dialisi, e dall’incontro con la cognata Jen e il nipote Tong che lo vanno a trovare. Lo spettatore ancora non sa che il viaggio in pullman dei due che sbirciano sorridenti la natura dai finestrini è una missione di accompagnamento verso la morte di un parente stretto. All’inizio il pubblico ha  osservato un paesaggio oscuro, dove una bufala si slega dalla propria corda e se va placida nella foresta prima di essere riaccompagnata. Ma una strana e misteriosa creatura nera dagli occhi rossi fluorescenti ci sta osservando. Il <<voyeur>> è convinto di trovarsi nel bel mezzo di una favola o di un incubo pronto a regalargli la beffa. Ma non è così:l’inquadratura successiva ci porta al sole accecante della Thailandia e al faticoso incedere di un piccolo pullman con i suoi occupanti a bordo. Cognata e nipote, appunto, di Boonmee che vedremo subito dopo. Scopriamo così che Weerasethakul ci ha già portato nei propri territori e che ciò a cui assisteremo non sarà usuale. Ci accorgiamo che la delicata descrizione della malattia del protagonista offrirà altro da vedere. Un discorso sulla morte? Sulla vita? O piuttosto sul trapasso, il soffio di un attimo che dal prima ci porta al dopo? Ecco il film è giocato tutto su questi aspetti: sulla creazione e l’alternativa, sulla trasformazione, sulle possibilità. Veniamo quindi condotti in un viaggio dove la musica è quella della natura. A tavola, la prima sera appare il fantasma della moglie di Boonmee, Huav, morta vent’anni prima:sorseggia acqua versatagli dal nipote, parla del paradiso come <<sovrastimato>>, colloquia con i commensali finché non arriva la stessa creatura che avevamo visto nella prima scena. Sale le scale lentamente, capiamo chi è dalla fluorescenza degli occhi. E’un uomo scimmia, il figlio della coppia scomparso nel mistero e ora pronto a raccontare di non essere mai morto ma di avere inseguito con la macchina fotografica le <<scimmie fantasma>>, di essersi unito a una di essa e trasformato in uno di loro. Realtà e fantasia convergono e lo spettatore sta al gioco, si fa assorbire dal gioco di Weerasethakuln . Viviamo il quotidiano, i colloqui tra marito e moglie morta, le discussioni sulla paura del trapasso, veniamo proiettati all’improvviso in un altro tempo, forse prima, in cui una principessa si specchia nell’acqua di cascate vedendosi bellissima sapendo di non esserlo nella realtà e di vergognarsi con il  soldato di cui è innamorata. Verrà posseduta da un pescegatto, ovvero il soldato che si è trasformato, solo nel momento in cui si libererà dei propri orpelli facendosi trasportare dall’acqua. Tutto si unisce in una magica armonia in questo film molto diverso. Il cammino di Boonmee verso la morte è una traversata assieme ai suoi cari e alla moglie che lo guida nella foresta con le <<scimmie-fantasma>> ad incombere che si conclude, in uno delle riprese estetiche migliori degli ultimi anni, nell’antro di una caverna dalla quale si intravvede la luna. Un antro che <<è l’utero >> originante, dice il protagonista <<una vita che non ricordo>>. Non si fa mancare nulla il regista: dalla raffinatezza e splendore delle immagini passa a fotografie di soldati con una voce fuori campo, Boonmee stesso, a ricordare ciò che non ricorda. Soldati che posano divertiti accanto a uno scimmione fantasma, l’autorità. E poi ritorna in caverna, nell’utero con Huan che fa scorrere il liquido della dialisi per una giusta morte che ci sembra una nuova vita, una trasformazione. Verso la fine scopriamo che il nipote Tong si è fatto monaco ma quegli abiti gli vanno stretti, dorme male nella stanza che gli hanno preparato. Così appare a madre e sorella, si fa una doccia, infila abiti borghesi. Si siedono tutti quanti sul letto fissando una televisione. Ma anche questo non è vero o almeno è una possibilità, perché figlio e madre stanno guardando loro stessi e se ne vanno in un karaoke dove tutti sono bloccati, fermi, apatici. Non sarà quella l’ultima immagine, ma i tre davanti alla tivu. Imprigionati dal fantasma della contemporaneità.

FILM di una visionarietà strepitosa ma mai artificiale <<Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti>> andrebbe visto, rivisto, studiato. Il discorso di Weerasethakuln è di una profondità tale che poche righe di un blog non possono rendergli giustizia. L’acqua, simbolo di vita, i suoi scrosci, i pesci, e soprattutto il suo fluire senza mai stagnare è l’elemento significante del film. Non è casuale che la dialisi sia l’unico modo per tenere in vita Boonmee, non è una caso che il nipote Tong fugga dal monastero per farsi una doccia, non è un  caso che gli autentici morti non siano i fantasmi ma proprio quei tre che se ne stanno ebeti di fronte alla tivu e ai quali questo autore incredibile per saggezza e fantasia consegna l’amaro messaggio dello stato delle cose e dell’imposizione tecnologica, di quella che viene dall’alto. Come se dietro le quinte uno scimmione dagli occhi fluorescenti se la stesse ridendo a crepapelle. In modo amaro.

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