The Imitation Game: dentro la confezione il regalo è un grande Cumberbatch

martedì, Gennaio 6, 2015 0 No tags Permalink 4

FILM RUFFIANO nell’accezione positiva del termine, << The Imitation Game >> non mancherà di ottenere il successo commerciale che merita. Perché gli ingredienti per piacere a chiunque non mancano: c’è una storia bella, drammatica, di ingiustizia; ci sono un cast importante, zeppo di volti noti, anche televisivi, le musiche di Desplat,la sceneggiatura di Graham Moore, il montaggio di un genio come William Goldenberg, la fotografia di Oscar Saura e la regia del norvegese Mortem TyldumHeadhunters e Buddy –. Il pacchetto regalo, quindi, è confezionato alla perfezione. Il problema sussisterebbe se al suo interno non si trovasse niente altro che un lungo fiume tranquillo, disegnato per i gusti universali e senza voli pindarici. In parte è così, perché i 113 minuti di durata scorrono al ritmo richiesto dallo spettatore, momenti di stanca non ce ne sono e si resta incollati a vivere una storia della quale già si conosce il finale o almeno lo si immagina come uno squillo telefonico di qualcuno che stai attendendo da parecchio. Ma, appunto, solo in parte. Le frecce nell’arco di << The Imitation Game >> non sono infatti poche e i piani di lettura, sgombrata la patina dell’esteriorità, si sommano gli uni agli altri. Niente male, dunque.

LA STORIA è realmente accaduta: è la vita stessa del matematico Alan Turing a essere raccontata. Colui che riuscì all’epoca della seconda guerra mondiale a salvare la vita a milioni di persone e probabilmente agli alleati di vincere grazie all’ingegnosa macchina, archetipo dei moderni computer, in grado di decodificare i messaggi crittografati con i quali i tedeschi comunicavano le azioni belliche imminenti e non solo. Un eroe sconosciuto ai più, considerato basilare nello sviluppo della tecnologia contemporanea, che morì suicida a soli 41 anni dopo essere stato accusato di omosessualità e condannato alla castrazione chimica a cui non resse psicologicamente. Il film quindi si muove su un bel binario rettilineo, zeppo ad ogni traversa di quegli ingredienti che piacciono: il genio ribelle, isolato ma determinato a mettersi contro l’establishment per promuovere le proprie idee; l’uomo privato che conserva un segreto che all’epoca non si poteva rivelare; il ragazzino maltrattato dai compagni perché troppo differente da loro; il fine stratega che sa quando è il momento di agire e quando di stare al proprio posto anche a costo del sacrificio di vite umane; uno strano, prepotente,desposta, visionario coordinatore di cervelloni, non solo elettromagnetici, ovvero l’equipe che lavora con lui; l’imbranato sociale, quasi una versione riveduta e corretta degli attuali nerd.

DI FRONTE a un pasto così abbondante, al quale va aggiunto come dessert l’immancabile incontro con una << geniaccia >> parigrado che cercherà di non abbandonare al proprio destino il nostro eroe, il rischio di creare un fumettone per arricchire spacciatori di fazzolettini asciugalacrime era grosso, concreto. Ed è qui che sta la bravura di tutta l’equipe e del regista. Perché alla fine si esce soddisfatti e contenti anche se non c’è un aspetto particolare che Tyldum sviluppa, approfondisce. Usa l’andirivieni temporale per spiegare meglio il personaggio e i motivi delle sue reazioni ma si limita più alla descrizione che alla perlustrazione profonda e non sfrutta a dovere una figura abbozzata ma assai importante: quella del poliziotto che indaga, che potrebbe benissimo essere l’alter ego di Turing perché capace di captare un altro tipo di segnali: quelli degli umani. Il film, che usa questo personaggio per permettere al protagonista di raccontare una vita di straordinarie ingiustizie subite, ne risente perché è proprio da questo confronto che ci sarebbe stato un magnifico spunto per parlare della relazione tra uomo e la macchina da lui creata, trasposizione necessaria anche di comunicazione interiore per un genio che non ha altri mezzi per sprigionare la propria socialità. Ma è eccellente l’ambientazione nella quale Tyldum muove le proprie pedine e soprattutto il re della scena, Benedict Cumberbatch sulla cui interpretazione di Turing parleremo più avanti. L’Inghilterra mostrata dal film è il paese delle contraddizioni: dove il genio viene usato soltanto quando serve e dimenticato concluso il proprio lavoro, dove la gente beve un tea sulle macerie della propria casa bombardata ma bandisce la libera espressione delle inclinazioni personali, dove l’arguzia dell’intelligence fa a botte con la stupidità astiosa dei vertici militari, dove l’ingiustizia palese non può essere sanata, dove la forma va mantenuta ad ogni costo anche contro l’evidenza e la menzogna può rivelarsi necessaria. Da quest’ottica << The Imitation Game >> è eccellente, così come nella scrittura delle battute e nella prova di un cast stellare.

ED È QUI che entra in scena l’eroe del film: Benedict Cumberbatch è l’interprete ideale per impersonare un uomo che vive ai limiti di genialità e asocialità. È un volto perfetto per dare vita al Turing descritto dal biografo Andrew Hodges. È una faccia che ne cela altre cento, che trascina con movenze, atteggiamenti, tic, i profondi drammi interiori che fin dall’infanzia hanno determinato il carattere del personaggio. Mente logica, analitica, alla quale la vita ha offerto tragicamente di risolvere i problemi altrui attraverso l’intelligenza, l’intuito, l’anormalità, propria di coloro che in quanto non omologati sono in grado di sconvolgere l’ordine preconfezionato delle cose, delle regole. Tutto il film è basato sulla prestazione di questo attore ancora giovane ma capace come pochi altri di rappresentare l’incomunicabilità individuale che si esprime- sembra un paradosso ma non è-, che rumoreggia, una lava che scorre ma con l’umiltà di non lambire le belle prestazioni dei suoi colleghi: dai convincenti Matthew Goode a Rory Kinnear, da Mark Strong ad Allen Leech, da Charles Dance– si proprio quell’icona del teatro e del cinema inglese che avete visto ne Il Trono di Spade- alla sempre più brava, e qui sciupatina e con le occhiaie, Keira Knightley che dopo l’esperienza di A Dangerous Method di Cronenberg sembra averci preso gusto a frequentare storie di << teste >> geniali e fuori dall’ordinario. È grazie a loro che << The Imitation Game >> si farà ricordare. Il destino che assale quasi tutti i grandi film progettati per vincere al botteghino e mettiamo fruttare qualche candidatura importante ai propri attori. Non è la tipologia che noi preferiamo. Ma è grande cinema di grandi professionisti. E se tutti i film fossero così sarebbe davvero un bel vedere. Quanto al sentire avremmo desiderato più incisività. Perché, ripetiamo, la storia è bellissima ma non possiede il colpo definitivo: quello che lascia senza fiato.

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