L’inesistente mondo migliore di Susanne Bier

venerdì, Dicembre 10, 2010 0 No tags Permalink 0

images-2.jpegSusanne Bier non sbaglia un colpo, migliora film dopo film e ormai sono parecchi a non essere passati inosservati e ad aver lasciato tracce nella memoria degli spettatori. << In un mondo migliore>>, nell’originale danese <<Haevnen>>, giunge alla fine di un lungo ciclo che dagli esordi nel mondo dei videoclip l’ha portata a sposare la filosofia del Dogma di Lars von Trier e poi prendere una strada tutta sua, arrivando persino a essere prodotta negli Usa un paio d’anni fa con << Noi due sconosciuti>>, un film per la quale venne contattata da Sam Mendes e in cui non ha tradito la propria filosofia cinematografica. << In un mondo migliore>> , invece, vede il ritorno dell’autore nella sua Danimarca con il gruppo produttivo classico che annovera tra gli altri il regista de <<Le mele di Adamo>> Anders Thomas Jensen: non è un caso che tra gli interpreti ci sia  uno dei protagonisti di quel film, Urlich Thomsen,  già protagonista di<< Non desiderare la donna d’altri>>. Ma esiste l'<<Haevnen>> di cui ci parla Bier? Dove si trova questo mondo migliore che dà il titolo alla pellicola? Non nella spianata africana con la quale si apre il film, dove un medico danese cura un gruppo di rifugiati da una guerra civile senza senso, crudele, dove un misterioso <<Big Joe>> e la sua banda aprono la pancia ai figli minori delle donne incinte. Non nella verde e malinconica Danimarca, in cui la famiglia del piccolo Christian  ritorna dopo che, a Londra, la madre di lui è morta ed è stata cremata. Si avverte subito la cupezza del mondo migliore. Ogni protagonista si porta appresso una mancanza, una carenza, un non detto o un non compreso. Christian è un ragazzino silenzioso che osserva celato  l’imbarazzo del padre, la sua assenza, non accorgendosi dei tentativi di dialogo del genitore. In una villa distante, in riva al mare, una bionda dottoressa cerca di consolare il figlio Elias, il compagno di banco di Christian, che gli studenti chiamano <<faccia da topo>> per via dell’apparecchio ai denti e che in Christian avrà il suo difensore e anche l’esempio da seguire. E’una donna sola la dottoressa, sta separandosi dal marito che altri non è che il medico che Bier ci ha mostrato operare in Africa. Per gran parte del film queste solitudini si incontreranno solo fisicamente, lasciando scoperto quel solco profondo sul quale soprattutto il non detto, il rimorso e i rimpianti, hanno scavato ferite laceranti. Saranno i ragazzi a scoperchiare quel mondo…imperfetto.Lo faranno portando gli spettatori nella follia dell’innocenza che vuole vendicarsi, nel continuo confronto tra un buonismo di facciata e una scelta di sopravvivenza scandita dalla violenza psicologica e fisica. Christian è la mente, Elias l’esecutore, di un rapporto psicologico complesso. E mentre gli adulti restano prigionieri dei loro dubbi, dell’impossibilità di esprimersi, i figli si liberano degli orpelli in una raccapricciante escalation. I ragazzi vedono con chiarezza ciò che i genitori osservano da una lente deformata. Si muovono con folle pragmatismo, con lucidità, con motivazioni. Il loro essere violenti è sete di giustizia e di verità, la divisione in bianco o nero di ogni problematica, la scelta definitiva e priva di dubbi. Forse il mondo perfetto di cui parla Susanne Bier è proprio quello immaginato e idealizzato da Christian e Elias, per i quali a un sopruso di un compagno va risposto con una bastonatura e la minaccia di un coltello, o  uno schiaffo al padre troppo buono e troppo giusto nella sua ossessione della bontà a tutto tondo va vendicato con la costruzione di una rudimentale bomba da porre sotto un’automobile. Nel crescendo dei comportamenti dei due, il film prende una strada che lo accosta, più per la visione psicologica che per quella  visiva ai lavori di Michael Haneke, con una differenza: Susanne Bier in modo nemmeno troppo velato attraverso questo grande affresco di famiglie interrotte ci mostra una cartolina dell’incomunicabilità. Ognuno è chiuso nel proprio guscio, ognuno a suo modo è vigliacco. Lo è il padre di Christian perché non riesce a spiegare il proprio dolore di genitore per la perdita della moglie; lo è la madre di Elias che vive camminando sui vetri del sogno matrimoniale infranto; lo è il  medico che vive l’Africa come espiazione e si è costruito un buonismo ideale sul quale incede sempre come se fosse sopra un filo di un acrobata. A un passo dalla salvezza e uno dalla dannazione. Certo sarà proprio lui, alla fine, il vero motore capace di ricreare il mondo perfetto, in un finale dalle lacrime facili e forse necessarie per un film che non ha mai un cedimento, tirato come una corda, sceneggiato benissimo e altrettanto fotografato.Il ritratto della Danimarca che scaturisce da Susanne Bier è impietoso, crudele, tagliente. Abituata a fare di ogni personaggio un ritratto profondo e mai superficiale, questo autore molto personale, capace di coniugare rigore con universalità e semplicità di discorso, in << In un mondo migliore>> si supera. La connotazione di ognuno dei cinque interpreti è una radiografia e attraverso questa chi osserva partecipa, immagina, comprende le ragioni degli uni e degli altri. Il discorso, infatti, non è a favore né a sfavore di nessuno: tutti hanno le loro ragioni per comportarsi così. E’un’umanita sofferta. Se speranza esiste nel finale è piena di dubbi. Tutto ritorna a posto nel paradiso di Bier come a posto sembrava all’inizio. Forse non sarà così. Già premiato e amato da una parte della critica, un’altra ne contesta senza mezzi termini la conclusione, << In un mondo migliore>> vive di importanti prove d’attori. Christian, William J.Nielsen, è un mostro di bravura, di doppiezza, di misura nonostante la giovane età. E’ lui la mente, è lui il primattore su cui il film si incentra. Il suo compagno Elias, Markus Rygaard, ne è la degna spalla. Tra gli adulti spicca la figura di Mikael Persbrandt, il medico che va in Africa, il padre che cerca di rimettere in sesto il matrimonio, l’uomo dei dubbi, delle paure, della bontà. Una recitazione sospesa la sua tra l’essere e il voler essere, il che la dice lunga su quanto sia perfetto per la parte. Uhrlich Thomsen e Trine Dyrholm sono all’altezza del

compito con le loro frustrazioni in uno dei rari film di grande qualità visti nelle sale negli ultimi mesi.

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