In quel lago si sprecano occasioni, anche di cinema

domenica, Settembre 29, 2013 0 No tags Permalink 0

Lo-sconosciuto-del-lago-nuovo-150x150Lo-sconosciuto-del-lago-nuovo-150x150ICONOGRAFIA gay, esaltata dalla critica-persino da quella che in genere prende a pernacchie ottimi film-,dove il sesso esplicito occupa il novanta per cento della pellicola,il che non sarebbe un problema se esistesse attorno a questo anche un film. Siamo grandi e vaccinati, ormai ne abbiamo viste di ogni colore ma a tutto c’è un limite, anche ai giudizi artificiosamente positivi. Lo sconosciuto del lago per lo spettatore non togato è soprattutto questo: un’opera di una monotonia, di una pesantezza esasperante nella quale le buone intenzioni del regista Alain Guiraudie vanno ben presto a farsi benedire perché ciò che disturba non è tanto l’eccessiva, continuativa serie di rapporti sessuali, degni del miglior youporn, quanto la sua lentezza, la mancanza di dinamismo, la voglia che si insinua nello spettatore di alzarsi dalla poltrona del cinema, di andarsene perché la storia non decollerà. Ma la critica lo ha esaltato. Andando a leggere le recensioni c’è da restare a bocca spalancata, da correre in sala già con le mani riscaldate per l’applauso. D’altronde non è questo il film che ha vinto il premio come miglior regia della rassegna << Un certain regard >> al recente festival di Cannes? Non è questo il film dove tutti quanti parcheggiamo la nostra utilitaria nel polveroso sterrato di una pineta lacustre per poi andare a prendere il sole sulle rive di un lago in attesa che il boschetto si riempia e si riesca a vivere qualche istante di sesso con amici o perfetti sconosciuti? Certo è proprio questo e il lago ha, come tutti i laghi, due sponde. La prima che potremmo definire mostrabile-che al soggetto non interessa e viene evocata in qualche discorso-, la seconda un po’demodee dove la comunità gay si riunisce emarginata per abbronzarsi ovunque e soprattutto divertirsi tragicamente nel sesso compulsivo. Sembra un festival delle sveltine mordi e fuggi, proprio quello che vivendo nel nuovo secolo credevamo facesse parte delle reminiscenze di qualche << voyeur>>. E allora uno si accorge che al di là delle dichiarazioni poco è cambiato rispetto al passato nel modo in cui si descrive la promiscuità. Guiraudie non è, purtroppo, Rainer Werner Fassbinder che dalla drammaticità della condizione nella quale erano costretti gli omosessuali creava capolavori come Un anno con tredici lune, sdoganando, creando una metafora dell’amore assoluto, totale. Ci prova, a dire il vero, ma non ci riesce. Gli manca la genialità, si affida all’immutabilità di messa in scena, alla ripetizione, allo strimpellare lo stesso accordo dall’inizio alla fine, sperando che la storia-perché ne esiste una ma esce a fatica- riesca a scardinare questo senso di isola, di apartheid nella quale i suoi protagonisti sono confinati(o si autoconfinano). E non possiede nemmeno l’ironia di Paul Morrissey che si sa era il braccio operativo di Andy Warhol. Non aspettativi, quindi, << Lonesome cowboys >>, dove almeno la voglia di graffiare, di prendere a pugni in faccia in modo intelligente il << voyeurista >> scopico trionfava, sfiorando- Warhol o non Warhol-il capolavoro.

FRANCK parcheggia la sua vecchia Renault 25, appoggia asciugamano e accessori vari, si mette in costume e va in acqua. Scopre che poco distante dalla riva del lago, isolato dal resto del gruppo, c’è un uomo grasso e goffo, Henri. E’un etero che si è lasciato con la compagna. E’in ferie, se ne sta solo, volontariamente in preda ai propri pensieri ma, fondamentalmente, è un escluso tra gli esclusi, forse anche lui vorrebbe essere come Franck, avere un amante, entrare nella boscaglia, consumare. I due parlano, diventano in qualche modo amici e confidenti. Ma a Franck non è Henri che interessa. E’Michel la sua passione, lo stesso Michel che uccide al tramonto il suo compagno annegandolo per poi tranquillamente far ritorno verso la terra ferma. Un delitto che Franck vede,celato, in presa diretta e che lo spinge sempre di più tra le braccia dell’assassino. La sua diventa passione pura e poco importa che l’amore trovato gli ponga dubbi e domande su chi sia veramente quell’uomo. L’amore sembra essere più forte. In questo si la figura di Franck può ricordare, sebbene da lontano, quella del transessuale Erwin-Elvira del film di Fassbinder. Entrambi compiono una scelta autodistruttiva e tragica. Ma qui manca il melò fassbinderiano, manca il senso del grande cinema, manca la costruzione della storia. E’pura fotografia di una tragedia, scandita dall’immutabilità di luogo-tempo-condizione. Guiraudie si carica la questione del solipsismo fisico e morale ma così facendo invece di affrancare la questione omosessuale, liberandola, la emargina ancora di più, procede per stereotipi- c’è persino il guardone professionista, c’è l’etero indeciso se provarci oppure no- la incastra tra i cespugli, l’acqua morta del lago, e un buio finale dal quale non uscirà nessuno.

Nonostante le buone intenzioni << Lo sconosciuto del lago >> resta un’occasione sprecata. Non ha ritmo, è monotono. La decisione di eliminare qualsiasi tentazione di morbosità o pruderia della mente attraverso l’uso radicale anche nel tempo dei corpi e delle loro unioni si rivela alla fine un’arma a doppio taglio per il regista. Perché lo spettatore si annoia, invece che sentirsi preparato giunge al momento davvero clou intontito, più impegnato a battagliare contro la sonnolenza che a cercare di cogliere il senso di ciò che gli è mostrato. Così Alain Guiraudie non riesce a smuovere le coscienze, vanifica tutto quanto, al di là delle fanfare della critica o parte di essa. Un film brutto resta brutto che abbia per oggetto chiunque o qualsiasi cosa o fatto. Peggio ancora quando a girarlo è un autore non banale che con maggiore leggerezza avrebbe per davvero messo in scena una strepitosa riflessione su amore, passione e le nostre coscienze.

Voto:4/10

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