Il fascino indiscreto della borghesia di Virzì

giovedì, Febbraio 6, 2014 0 No tags Permalink 0

Il capitale umano

QUANTE NE SONO state dette contro << Il Capitale Umano >> di Paolo Virzì. E che polemiche assurde che con il film c’entrano come cavoli a merenda abbiamo dovuto sorbirci. Dalla scelta della location, la Brianza felix, allo spaccato sociale che il regista livornese fa della borghesia italiana. Senza essere andato ancora al cinema mi ero fatto l’idea di un film di quelli che odio profondamente, come i libri o i servizi giornalistici, quando sono realizzati come si dice in gergo a tesi. Ovvero si prende un pensiero fisso e si plasma la materia per ribadire il proprio credo dall’inizio alla fine, senza considerare le sfaccettature, la controparte e differenti ottiche. Poi capita che venga il tramonto di un mercoledì di pieno inverno e decida turandomi il naso di sedere in una sala cinematografica per accorgermi di quante colossali siano state le baggianate scritte e dette su << Il Capitale Umano >>. Quindi meglio lasciare stare i patemi localistici o l’idea che Virzìabbia costruito il film contro il denaro o palle varie. Tutte storie che nulla c’entrano con un’ottima opera che si gusta dall’inizio alla fine, che non è perfetta, che non è la migliore del regista, ma che è destinata a diventare uno spartiacque fondamentale nella sua già ricca cinematografia. Un film che fa virare Virzì verso una dimensione più completa, meno legata all’allegoria, alla facile battuta- anche se qui qualche volta si scade nel banale – e alla caratterizzazione grottesca ad ogni costo dei suoi personaggi. È un film evoluzione, un nuovo punto di partenza che potrebbe, date le qualità del nostro, essere foriero di cose molto importanti nell’immediato futuro.

IL CAPITALE UMANO è la definizione con la quale le assicurazioni stabiliscono il risarcimento del danno in caso di evento drammatico. In soldoni quanto vale un individuo in base alla professione, all’ambiente di riferimento, all’aspettativa di vita etc etc. Ed è anche il titolo del romanzo dell’americano Stephen Amidon che gli sceneggiatori Francesco Bruni, fedelissimo del regista, e Francesco Piccolo, già con Virzì in My name is Tanino e La Prima Cosa Bella, hanno ridotto per lo schermo trasportando la scena dal Connecticut alla Brianza prendendosi le consuete licenze proprie di chi deve in un modo o nell’altro inserire una storia nel tessuto sociale della nazione di cui si parla. C’è un evento alla base della storia: un ciclista viene investito di notte e lasciato in un fosso ai bordi della strada. E ci sono due famiglie che loro malgrado saranno coinvolte nel fatto. Due differenti lati dell’identica figura geometrica che si chiama Italia: quella dell’arrivista stolto, incosciente e viscido Fabrizio Bentivoglio e quella del finanziere senza scrupoli, cinico e spietato Fabrizio Gifuni. Il primo vive con la compagna Valeria Golino , psicologa alla Usl in dolce attesa e con la figlia di primo letto Matilde Gioli, la quale sembra essere la fidanzata di Guglielmo Pinelli, figlio di Giffuni e di sua moglie, un’ex attrice teatrale, Valeria Bruni Tedeschi. Il fatto accidentale, l’investimento, non farà altro che mettere in risalto le carenze di ognuno, la relazione tra genitori e figli, in un affresco molto ben congegnato da Virzì che preferisce non affidarsi al resoconto temporale ma portarci in un continuo passato-presente attraverso tre capitoli dedicati alle figure di Bentivoglio-Giovanni, Bruni Tedeschi-Carla e Gioli-Serena. Tre parti della stessa storia dove più che osservare l’ottica dei protagonisti, il regista preferisce infilarsi nella vita familiare, disegnarci l’ambiente, smontare a poco a poco l’idea che gli spettatori si erano fatti dei vari personaggi. Certo esiste anche l’indagine su chi sia stato il colpevole dell’investimento, ma è una sorta di << MacGuffin >>, l’importante è osservare e soprattutto vivere il progressivo mutare delle relazioni interpersonali. Perché non è tanto la preoccupazione per ciò che è accaduto che modifica le carte in tavola. Non per gli adulti che assistono ai problemi dei figli o alle loro presunte malefatte quasi impotenti e senza essere in grado di fornire risposte adeguate. Nel bel mezzo di un evento in ogni caso delittuoso, a erodere le certezze sarà soprattutto l’improvvisa mancanza di denaro e la sua riconquista non importa come realizzata. Anzi per alcuni il coinvolgimento filiale servirà per mettere in atto un ricatto bello e buono.

C’È MOLTO CHABROL in versione meno cupa ne << Il Capitale Umano >>. D’altronde la storia si sarebbe adattata molto al grande autore francese. Paolo Virzì però preferisce inizialmente un tocco più leggero, più in sintonia con il proprio stile precedente. È a poco a poco che ci porta in un affresco meno divertente, più riflessivo, tratteggiando, e bene, i propri antieroi, i peccatori di provincia. Ci riesce splendidamente con la figura femminile interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, una donna che viene presentata quasi come superficiale, annoiata da troppa ricchezza e dal nulla da fare, indecisa e che poi invece diventa centrale nel film perché è la prima a rendersi conto del castello d’aria sul quale poggia la sua esistenza. Lo fa anche con il personaggio di suo marito Fabrizio Gifuni, qui davvero convincente per grazia e misura, ci riesce molto meno con la figura di Fabrizio Bentivoglio. Troppo da << macchietta >>, troppo enfatizzata, troppo sopra le righe: Virzì fa giocare all’attore lombardo una parte troppo svelata fin dall’inizio, laddove invece sarebbe servita una caratterizzazione più soft, definiamola pure un’introspezione nella psiche dell’arrivista medio meno colorata e scontata. E se Golino sembra essere estranea ( in modo eccessivo, a tal punto da essere il personaggio meno d’impatto nella sceneggiatura) a tutto tranne che nella fase finale – alla fine la psicologa è l’unica che comprenderà i giovani – sono bravissimi i ragazzi. Perché il film è anche e soprattutto loro. Che non comunicano con gli adulti visti come estranei, quasi inesistenti, che si difendono trincerandosi dentro il silenzio. Ma osservano: vedono madri fedifraghe, si chiudono nel loro mondo, non si svelano perché già sanno che non saranno ascoltati. E fanno scelte di campo in preda ai dubbi e ai rimorsi, come Serena, la bravissima esordiente Matilde Gioli,emblema di questa confusione, attaccata all’idea dell’amore a costo anche di rimetterci la propria libertà e quella del suo migliore amico. Il suo è un personaggio complesso, difficile, per il quale si fa il tifo. Però nemmeno lei è immune dalle colpe in questo ritratto amaro, allarmistico che Virzì fa dei tempi moderni. Non si fanno sconti nel microcosmo del regista livornese.L’ingranaggio realizzato dagli adulti si chiama avidità di denaro; quello dei giovani avidità di domande che non trovano risposta e la scelta è l’isolarsi. Ripeto non è un film perfetto: l’uso degli stereotipi a volte è eccessivo, alcune scene sono inutili. Ma resta una produzione di grande qualità e una delle sue migliori. Nel segno di uno dei registi più originali e intelligenti, uno che va sempre seguito e goduto. Perché di Virzì, sfortunatamente per noi, non è che in circolazione ce ne siano in abbondanza.

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