I Passi Leggeri: la capacità di fare cinema parlando del ruolo di un sacerdote

Non è semplice di questi tempi, in cui spesso i soggetti cinematografici sono uno simile all’altro, quasi omologhi, partire da un argomento ben poco spettacolare per arrivare alla creazione di un film originale, intelligente, profondo. I Passi Leggeri del milanese Vittorio Rifranti merita quindi una citazione, perché riesce nel contempo a trattare un argomento molto serio e in teoria poco spettacolare, la crisi di un sacerdote, e a fare cinema, il che significa non annoiare e rendere sempre teso lo sviluppo della trama sia sul fronte della riflessione sia della messa in scena vera e propria. Puntare sull’originalità poteva essere un rischio ma in questo caso l’autore ha avuto ragione. Pur con qualche difficoltà lungo il percorso, i suoi I Passi Leggeri sono un bel manifesto per quell’ampia fetta di cinema italiano che ha spesso difficoltà a essere distribuito e quindi visto dalla maggior parte degli spettatori.

Come è cambiato il ruolo del sacerdote ai giorni nostri? E come lo stesso deve confrontarsi con una società che è molto differente da quella che si trova sui libri di testo? Rifranti non ha risposte da dare-ed è un merito-preferendo far parlare la storia di don Luca, un prete la cui etica è devastata dall’impietoso confronto tra ritualità e realtà. Sarebbe stato molto più semplice affidare al personaggio un travaglio legato ai dubbi sulla presenza di Dio. Ma questa è l’unica certezza inscalfibile del sacerdote, ottimamente interpretato da un sobrio ed efficace Fabrizio Rizzolo; ciò che il prete ricerca è un modo differente di esprimere sé stesso, una reinterpretazione del ruolo. Eccolo quindi aggirarsi di notte, donando alimenti e denaro- ricevuto da una banda di strozzini – agli homeless o offrendo dosi di droga, sempre pagate attraverso i debiti, ai tossicomani senza dimora. Questo originale incedere gli farà incontrare una prostituta rumena e un’altra ragazza, l’esattore della banda, che fatalmente conduranno alla deflagrazione dei dubbi celati da quella che ormai stava diventando abitudine.

La forza de I Passi Leggeri è proprio nella ricerca di risposte che Don Luca tenta di trovare non nella sua fede, che mai è messa in discussione, quanto nel mondo in cui la fede stessa deve operare. Nel film c’è un passaggio molto importante: il protagonista, salito a fatica lungo sentieri innevati, giunge stremato in una parrocchia sperduta di montagna dove si confronta con un altro prete rimasto senza parrocchiani, che recita messa per se stesso, << perché i riti sono importanti, e vanno mantenuti >>. Quell’incontro permette al film di esprimere le proprie potenzialità di scrittura che vanno oltre una trama interessante-quella che lega don Luca alle due ragazze- e appunto sempre distante dalle facili soluzioni. Il vecchio sacerdote espone una riflessione fondamentale che poi consentirà di offrire a I Passi Leggeri e soprattutto al personaggio principale un senso compiuto: << Fare il prete è un modo per procurarsi la sofferenza e dare fede agli altri, quella fede che noi non abbiamo >>. Questa dicotomia tra i due preti spiega molto: da un lato c’è chi ormai ha perduto ogni speranza e si affida a un rituale che sembra un falso movimento, dall’altro chi non mette in dubbio il credo ma si trova nell’ impossibilità di offrire fede nel modo corretto alla moltitudine di persone. Così l’essere sacerdote si tramuta per don Luca nel tentativo di salvare dalle grinfie del protettore la giovane prostituta e di portare alla luce i dilemmi morali che attanagliano l’esattore della banda degli strozzini. Una doppia impotenza da annullare,quella tra la ragazza e don Luca, su cui poi si fonderà la parte conclusiva dell’opera con una visione per nulla ottimistica ma coerente con il soggetto.

I Passi Leggeri è un film, però, per nulla attorcigliato. Vive di fisicità, di indagini sui corpi e sui gesti anche all’interno della chiesa, intesa come luogo fisico, ideale casa delle contraddizioni. Dove invece il fim potrebbe essere perfettibile è nello sviluppo della relazione tra i tre protagonisti. Soprattutto certe soluzioni verso la fine non convincono appieno come se siano state inserite più per tenere desto l’interesse visivo degli spettatori che per reali esigenze di copione. Cresciuto con gli insegnamenti di Ermanno Olmi, Vittorio Rifranti ci offre una lettura rigorosa del problema del sacerdozio. È un cinema che ha il merito di restare laico, che mostra e non giudica, che affonda nella mente come gli scarponi di don Luca nella neve di montagna. Ottime le intepretazioni. Accanto a Fabrizio Rizzolo non sfigurano Chiara Causa, l’esattore degli strozzini, Ksenija Martinovic, la prostituta, e Nicola Quagliarella, molto bravo nel rendere la figura di don Franco.

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