Her: solipsismo necessario tra assenza e essenza ovvero Ferreri aveva visto giusto

domenica, Marzo 16, 2014 0 No tags Permalink 0

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SE MARCO FERRERI fosse ancora tra noi avrebbe apprezzato parecchio << Her >> di Spike Jonze. Non solo per via della base di partenza del film del poliedrico regista americano- uno che fa poche cose ma buone oltre che l’attore, vedasi l’ultima sua interpretazione da comprimario in << The wolf of wall street >>– presa pari pari dal suo non perfettamente riuscito ma profetico << I Love You >> del 1986. Credo che gli sarebbe piaciuto il modo con il quale Jonze sia riuscito a immaginare un mondo temporalmente bloccato, senza evoluzione, oggi e domani senza ieri, il qui e ora, e a svilupparlo prendendo a nolo alcune idee che il regista milanese aveva già lanciato nello spazio nel passato sia prossimo, << I Love You >> appunto, sia remoto, l’episodio << Famiglia Felice >> all’interno del film ad episodi << Marcia Nuziale >> del 1966, dove gli << umani >> simboleggiati da uno strepitoso Ugo Tognazzi si accoppiavano con manichini gonfiabili in un futuro immaginato da quello che è stato il più profetico, e probabilmente il meno compreso, tra i grandissimi registi italiani di tutti i tempi. Ferreri, dunque, aveva visto giusto già con quel magnifico episodio girato nelle acque di Giannutri, << bruciando >> in anteprima l’intreccio di relazioni che Jonze ha creduto di evolvere con il personaggio di Samantha, la voce del sistema operativo Os1, che fa perdere la testa allo scrittore di lettere d’amore Theodore Twombly nel film che ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, consegnando alla voce recitante dell’invisibile Scarlett Johansson il premio per la miglior attrice al festival di Roma del 2013 e al sempre più convincente Joaquim Phoenix la patente del mattatore. Sia chiaro non è una contestazione a << Her >> che è, resta e resterà un grande film ma un modo per dire che nel campo dell’arte, anche cinematografica, nessuno inventa niente, piuttosto rielabora, forse inconsapevolmente, mettendo la materia al passo con i tempi.È ciò che Jonze ha fatto in uno dei film migliori dell’anno.
L’UOMO contemporaneo secondo l’autore americano vive di assenze e di lutti. Questi sono figli delle perdite, fanno parte del passato che altro non è- non solo per Jonze- << una storia che raccontiamo a noi stessi >>. La rielaborazione avviene attraverso il confronto. Tra umani e tecnologia. Un sistema operativo rivoluzionario, programmato per rispondere ai nostri bisogni pratici ma in grado di accumulare esperienza, ovvero conoscenza, può diventare lo specchio nel quale riflettere noi stessi. Il divorziante con pentimento Phoenix sa cosa sono i sentimenti. Ci gioca quotidianamente scrivendo, per professione, lettere d’amore. Trova le parole giuste per chiunque ma non riesce ad uscire dal buco nero dell’abbandono. Il suo personaggio si è infilato in quel cunicolo pericoloso ma giustificabile che è l’isolamento in compagnia.Quello che non si interfaccia con l’esterno- ammesso e non concesso che esista- ma sfrutta la << virtualità >> per trovare un senso all’essere nel mondo. Può essere un gioco con pupazzetti che ti mandano a quel paese e ti insultano se sbagli il percorso segreto che dovrebbe portarti chissà dove in un videogame o una chat erotica dove uomini e donne sono lì per darsi reciproca soddisfazione individuale nello spazio di qualche minuto. Poi accade che una grande compagnia promuova un nuovo e rivoluzionario sistema operativo per smartphone, Os1 appunto, e che come voce si scelga una femminile dal nome Samantha, quella scelta per l’edizione italiana è Micaela Ramazzotti, degna alter ego dell’originale Johansson. E allora la << virtualità >> si trasforma a poco a poco nel nostro interfaccia morale, nell’altro io, nel nostro doppio. Per il personaggio di Phoenix, Samantha diventa giorno dopo giorno il punto di riferimento: la segretaria perfetta, l’amica, la confidente, l’amore, la sensualità inesistente e misteriosa alla quale tendere. Se poi Samantha, attraverso la propria programmazione, incamera dati, li rielabora, li conserva in memoria, li fa propri e dimostra di potere esprimere il sentimento per eccellenza, ovvero l’amore, la frittata è fatta e servita in tavola. È ciò che accade nel film: da quel momento la vita del protagonista è scandita dal proprio sistema operativo in una Los Angeles magnificamente minacciosa nel proprio non pulsare vita – strepitose fotografia e ambientazione- dove ognuno sembra essere chiuso nel proprio mondo e dove tutto è ritmato dalla artificiale perfezione della tecnologia. Persino il non volersi accoppiare tra individui si trasforma in scelta consapevole. Negazione della fisicità a favore di una ricerca dell’essenza che solo, per i personaggi del film, può essere offerta dal nostro interfaccia: il sistema operativo.
SPIKE JONZE muove le sue pedine in questo contesto, dispensando ironia nei momenti giusti, continuando a modificare la percezione dello spettatore nei confronti del protagonista, un magnifico idiota, un solipsista necessario, un demente o semplicemente un uomo gravato dalla disperazione e dalla ricerca di un senso esistenziale che non trovandosi nell’umanità lo porta a cercare conforto nella nuova religione del virtuale. Quello di Jonze è un mondo dove Dio è morto da tempo, dove l’individuo non ha più nulla a cui aggrapparsi. L’unica risposta certa è Samantha, un insieme di noi, delle nostre parole, delle nostre riflessioni. Una voce che nega il passato, se ne fa beffa, ma che vive grazie a ciò che siamo stati, perfetta contraddizione operativa della contemporaneità e del presente. Samantha è fascinazione, è la magnificenza di ciò che non esiste, l’attrazione di uno schermo dietro il quale non c’è nulla, è la comodità intellettuale di farci giocare senza metterci in gioco. Così entriamo in un cinema dove la corporeità non esiste più. Se nel processo evolutivo del cinema di Marco Ferreri << al corpo-prigione, al corpo-soma della Storia, si contrappone il corpo pneumatico, ossia il corpo libero, che per esistere ha annullato tutte le proprie consapevolezze ed è come disperso, evaporato sensualmente dentro la natura, ma anche armonizzato con il suo tragico destino naturale: il flusso e il riflusso del mare, la vita e la morte >> (Stefania Parigi in Il Corpo Pneumatico, capitolo di << Marco Ferreri il cinema e i film >>, Saggi Marsilio 1995), nell’opera di Jonze la condizione della tragedia umana si è evoluta a tal punto da rifuggere dalla corporeità. La nega di fatto Theodore-Phoenix ma per contrasto la ricerca il sistema operativo-Samantha. Forse perché sa che questa è l’unica esperienza umana che non potrà mai vivere? Così al dramma dell’uomo, Jonze riesce a contrapporre quello della << macchina >>. Purezza contro ricerca di fisicità. Non è casuale che la scena più forte e drammaticamente riuscita sia quella nella quale la sala resta al buio per alcuni secondi, dopo avere ascoltato le voci eccitate di uomo e computer. Negazione dei corpi, negazione persino del cinema che subito dopo si prende la rivincita con un’improvvisa esplosione di colori nei grattacieli che illuminano la notte. È un magnifico gioco nel quale il regista guizza come se si trovasse in un acquario, iniettando nel film innumerevoli idee e fascinazioni presenti in altri lavori più o meno nobili della storia cinematografica. Ed essendo molto furbo, oltre che bravo, il gioco gli riesce alla perfezione. Lasciamo a chi ancora non è corso al cinema il finale della storia che si trasforma non tanto in una condanna quanto in un ammonimento prima che << Gli essi vivono >> prendano il sopravvento.
SE HER è piaciuto moltissimo è merito di tutti quanti: dal regista, allo sceneggiatore, agli interpreti. Joaquim Phoenix è adorabile: stralunato, disperato, dolcissimo, ingenuo, istintivo, romantico, tristissimo. Sta in scena per tutto il tempo con gli obiettivi che lo inquadrano, parla al nulla, pardon al proprio smartphone; i pochi incontri sono con il centralinista dell’ufficio in cui lavora e con l’amica Amy Adams, che ha la mania dei documentari, crea videogiochi, divorzia dal marito pedante. Anche qui, come in << American Hustle >> è bravissima. cambiando ancora parte e tornando a essere una ragazza acquasapone, un po’ trasandata che si interroga sul mondo. La voce di Scarlett Johansson scandisce il film: sensuale, impertinente, provocante, rassicurante. Quella di Micaela Ramazzotti non le è da meno. Poi ci sono gli altri, tutti all’altezza. E la moltitudine anonima per le strade o nelle terrazze. Nel silenzio di una Los Angeles senza voce, senza rumori. Asettica come un ospedale. Contenitore di solitudini ricercate, volute: stati di assuefazione.

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