Grand Hotel Anderson

lunedì, Aprile 14, 2014 0 No tags Permalink 1

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LA PROVA definitiva del genio che pulsa nel cervello di Wes Anderson ha un titolo semplice: << Grand Budapest Hotel >>. È la sua ultima fatica, con quasi assoluta certezza il suo film migliore che arriva dopo un percorso individuale all’insegna dell’originalità, della perfezione scenica, della complessità di ripresa, della puntigliosità e della fantasia messe a servizio di un progetto non omologabile. Anderson fa un cinema tutto suo. Ha un marchio che a volte può deludere, << Il treno per Dajierling >> per esempio, altre dividere, il mio amatissimo << Moonrise Kingdom >>– http://guidoschittone.com/articoli/scomposizioni-parallele/-, altre ancora lasciare perplessi, << Fantastic Mr.Fox >>, che a me comunque piacque, o entusiasmare, << I Tenenbaum >>. Ma non è mai insapore, non è mai anonimo, non è mai voce del coro. Anderson canta da solo. Il suo a ben pensarci non è cinema. È Wes Anderson che si trasforma in film, che mette se stesso, la sua idea di mondo di fronte alla macchina da presa. Cinema come terminale di idee e di un uomo che sta iniziando a frequentare una dote basilare di ogni grande: il non avere più l’ansia di dover dimostrare. Così, liberatosi di certe artificiosità, Wes Anderson con << Grand Budapest Hotel >> saltella leggero sul mezzo che sfrutta. Porta la forza espressiva del cinema ai suoi vertici. Lo usa per un ritorno alle origini. Lo modifica, cambiando per ben tre volte il formato, per coglierne l’essenza delle origini e il passeggiare lieve su come si possono raccontare le storie. Per rimettere lo spettatore al centro del piacere della visione e l’autore nel difficile esercizio del narrare. Perché dentro allo schermo Anderson inietta riflessioni profonde travestite da gioco. Come è sua abitudine; con classe, eleganza, gusto intellettuale che si armonizza con iperboli visive proprie di un mondo che solo lui è capace di frequentare: quello delle idee. Di un genio appunto.
VI RACCONTO una storia. Sono qui per questo e voi siete seduti in sala per lo stesso motivo. Anderson ha già avuto questo approccio in quasi tutti i suoi film. In questo il gioco è ancora più scoperto. Perché la voce narrante in << Grand Budapest Hotel >> è proprio quella di uno scrittore. Una figura che si ispira a Stefan Zweig, l’uomo di punta della scena viennese che vide l’intera produzione di una vita incendiata dai nazisti nel 1933. Uno scrittore base dei primi quarantanni del secolo scorso che l’autore texano da sempre adora e dal quale trova ispirazione. Lo stesso regista non nega di essere rimasto folgorato da << Estasi di Libertà >> che in un certo senso gli ha fornito lo spunto per arrivare all’affresco del suo ultimo film. Il racconto di Anderson riguarda la vita di un giovane errante, apolide, che viene adottato da un concierge di un hotel e che costruirà la propria fortuna futura ereditando ciò che il suo maestro di vita aveva a sua volta ricevuto in testamento da una sua amante ottantenne. Ma questo, che è il film o almeno il suo svolgimento, è solo uno spunto. In realtà la base di tutto è già nelle scene successive all’incipit. È lo scrittore stesso che guardandoci ci spiega dove nasce l’ispirazione, dove e come si acquisiscono le idee per una storia. Anderson in definitiva ci dice subito che il mestiere di chi racconta viene esaltato da ciò che accade nel mondo e da come chi è stato protagonista o testimone di un fatto lo mette a disposizione dello scrittore stesso. Ed è da questo momento che la fantasia sfrenata, estrema, del regista americano spara per oltre novanta minuti fuochi d’artificio. Ci porta in un mondo fatato, un bellissimo contenitore color pastello, dove i propri strampalati personaggi esercitano il mestiere della vita. Dove l’arte di arrangiarsi si scontra con la sete del denaro, dove la crudeltà e il non senso portano gli individui a essere braccati, a fuggire in continuazione. Dove l’amore è una conquista messa sempre a repentaglio, dove il singolo da solo soccombe. Rifacendosi al cinema delle origini, alle commedia degli Anni’20 e ’30, Wes Anderson scala le montagne innevate, discende dai precipizi ghiacciati con una soavità, una grazia, un autentico piacere, un sano divertimento che conquistano. << Grand Budapest Hotel >> non fa mai ridere ma sempre sorridere. Il senso del tragicomico è un ticchettio perenne che muove le lancette del suo ultimo film. L’assurdo esalta la profondità del discorso, il cambiamento repentino delle situazioni e gli stereotipi dei film muti rafforzano la potenza del discorso.
SIAMO PROIETTATI nella tipica costruzione di sceneggiatura di Anderson: incipit, voce narrante che porta a una seconda voce narrante, che arriva a sua volta a donare vita ai terzi, ovvero ai personaggi. E anche qui come in << Moonrise Kingdom >> è forte la sensazione che si sia in presenza di un cinema senza tempo. Di totale assenza temporale. Le voci narranti raccontano il passato ma il passato è il presente dello schermo, è ciò che scorre, è ciò nel quale siamo stati calati. Il prima e il dopo sono le autentiche finzioni. Il cinema come eterna illusione in grado di spiegarci la vita. Sono le favole a sussurrarci la verità. Le fantasmagoriche avventure del conciergie Gustave, del suo garzone Zero mettono a confronto due disperazioni, offrono forza a chi vive sulla propria pelle il senso di provvisorietà, l’esistenza in apnea del singolo che attorno a sé vede un mondo crollare e che solo attraverso la potenza dell’amicizia riesce a invertire la rotta e forse il proprio tragico destino.
<< GRAND BUDAPEST HOTEL >> è di una bellezza formale assoluta, che non ammette alcuna contestazione. Il genio di Anderson qui si esprime al massimo. È un continuo restare a bocca aperta per le soluzioni che trova, per come posiziona le luci, la macchina da presa, per come ogni inquadratura offra sempre un punto di visuale differente e ulteriore se solo si presta attenzione. E poi c’è il cast che crede fino in fondo nel progetto. Lo si nota anche dalle << piccole >> partecipazioni dei tantissimi innamorati di questo regista, da Harvey Keitel, a Tilda Swindon, da Mathieu Amalric a Jeff Goldblum fino al crudele psicopatico Willem Dafoe agli immancabili Owen Wilson e Bill Murray. È un divertimento riuscire a scoprire chi si cela dietro i trucchi che Anderson ha dispensato per loro. I mattatori, invece, sono Ralph Fiennes, Adrien Brody, F Murray Abraham, Ken Norton, che dopo << Moonrise Kingdom >> sembra averci preso gusto a recitare la parte del magnifico idiota, Jude Law e il debuttante Tony Revolori, il garzone senza patria e famiglia Zero, di fatto il protagonista principale, degno alter ego di un Fiennes in forma smagliante. << Grand Budapest Hotel >> è un film raro. Lascia il piacere del retrogusto nel palato, la voglia di rivederlo per carpirne altri segreti, di studiarlo. Dentro ha la forza e la potenza della storia del cinema. E la sapienza di chi riesce a fare di un film qualcosa che va oltre al mezzo stesso: si chiama arte.

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