Fare a pugni con i propri fantasmi

venerdì, Marzo 11, 2011 0 No tags Permalink 0

the-fighter.jpgNON E’ il miglior film sul mondo della boxe eppure <<The Fighter>> non lascia indifferenti. E’il suo ritmo che conquista, è la velocità con la quale David Owen Russell lo ha montato che fa scorrere la storia non lasciando nemmeno un secondo di respiro  allo spettatore. Ed è anche un ottimo film di attori, Christian Bale in testa, che danno credibilità, senza gigioneggiare, alla vera storia dell’ex campione Micky Ward e del suo fratellastro Dicky Eklund, uno che rimase in piedi contro Ray Sugar Leonard, lo fece persino scivolare al tappeto e poi si perse per le strade del crack e della dissoluzione di sé stesso. E’un gran bel film <<The Fighter>> perché non vuole lanciare nessun messaggio ma solo raccontare attraverso lo sport come l’uomo possa vincere le proprie paure psicologiche, il senso di inferiorità, abbattere i complessi, uccidere i propri padri e diventare adulto. E’ per questo che il film voluto fortemente dal suo interprete principale Mark Wahlberg sta sbancando il botteghino ed ha rappresentato un caso per il box office statunitense. Il regista Russell correva il serio rischio di cadere nell’iconografia retorica. Perché la storia di Micky e Dicky, della loro famiglia allargata, del fratello maggiore che vive nel passato e che si rivede nel minore e di questo che si trova prigioniero dei fantasmi altrui avrebbe avuto tutti gli ingredienti per sapere di soporifero, melenso. Invece no. Russell racconta i fatti: ammirazione, odio-amore, senso di appartenenza in perfetta cadenza temporale sapendo di poter contare su un gruppo di attori in stato di grazia capaci di identificarsi totalmente nella parte e non per niente il già citato Bale e Melissa Leo, hanno vinto l’Oscar per i migliori interpreti non protagonisti.LA BOXE è uno sport ampiamente approfondito nel mondo del cinema. Forse per la sua intrinseca purezza, per il fatto che il boxeur è uno che ci mette sempre la faccia, che il gioco di squadra non esiste, che tra vincitori e vinti c’è sempre l’onore di averle prese e di averle date:di certo poche discipline come quella pugilistica sanno rendere speciale per un soggetto il proprio protagonista. In <<The Fighter>> non c’è la parabola di riscatto sociale del primo Rocky, non c’è la rabbia di Shinya Tsukamoto e del suo notevole <<Tokyo Fist>>, non c’è la drammatica, appassionata metafora che Martin Scorsese disegnò sulla vita di Jacke La Motta, lo stratosferico Robert De Niro, in << Toro Scatenato>>, il miglior film mai girato in questo mondo e tra i migliori in assoluto, non c’è nemmeno la lezione morale di Clint Eastwood nell’altrettanto superbo <<Million Dollar Baby>>. Con questo <<The Fighter>> ha in comune la boxe come sfondo ma non come nucleo centrale dello script. Perché anche in <<The Fighter>> la base del racconto non sono gli incontri che il bravo e credibile Walhberg-Micky Ward combatte. E’la relazione del singolo al cospetto del proprio territorio e quindi del nucleo al quale appartiene. Micky è fratellastro di un mito, Dicky , una leggenda della città operaia di Lowell dove tutti si conoscono e dove la sconfitta <<in piedi>> contro il miglior pugile degli Anni’70, Sugar Ray Leonard, ha fatto sì che Vicki sia un perdente di successo. Talmente compreso nella parte dello sconfitto <<eroico>> che brucia la propria esistenza con la droga, con la dissoluzione consapevole dell’individuo al quale non resta altro che creare un proprio doppio, il fratello minore, Micky appunto. E’una relazione di pelle, un’attrazione tra due opposti, chi è fuori dalle regole e chi ci è dentro ma ancora non è riuscito a camminare con le proprie gambe, dipendente a livello psicologico dalla figura dell’esempio di Dicky. Il maggiore allena il minore, lo consiglia, gli organizza con la madre gli incontri, lo manda al massacro contro pugili che pesano dieci chili di più, di un’altra categoria. Micky esegue in silenzio: non osa sgarrare dalle regole che gli vengono imposte dal troppo amore della famiglia e dall’ansia di riversare in lui tutto ciò che non è stato ma avrebbe potuto essere di Dicky. E’un nodo scorsoio che soffoca la vita di Micky Ward, che gli preclude la possibilità di crescere come sportivo e di conseguenza come uomo. Dovrà affrancarsi, spezzare il legame, aiutato dall’amore, dalla tenacia di Charlene-Amy Adams, ancora una volta interprete bravissima, lasciando nel contempo Dicky a guardarsi dentro, a sconfiggere i fantasmi di un passato ingombrante. E la vita sarà migliore di prima.LE MASCHERE di entrambi cadranno alla fine in un meraviglioso equilibrio tra sentimento e ragione con la creazione di un legame finalmente libero dal non detto, in un finale molto vero e positivo che non può non prendere, emozionare. In tutto questo la boxe, come si accennava prima, è l’involucro esteriore della storia e solo parte del contenuto. Le vicende di Micky Ward e di Dicky Eklund sono notissime negli Usa. Mark Wahlberg ha voluto questo film con tutte le sue forze ed è straordinario pensare a come gli sceneggiatori statunitensi riescano a recuperare dalla <<notorietà>> di un evento o di un gruppo di persone, il gusto del racconto senza mai, lo ripetiamo spesso, ergersi a giudici, a interpreti forzati: in <<The Fighter>> Russell e i suoi autori, Paul Tamasy e Scott Silver, ci presentano un bellissimo ritratto di fratelli e famiglia descritto con assoluta normalità. Non c’è mai lo sforzo di voler far piangere o ridere chi osserva, mai nulla ci appare artificioso, eccessivo. Un’impresa resa possibile dagli attori. Su Christ

ian Bale bisognerebbe scrivere un libro: è un Oscar pienamente meritato che solo in parte ripaga questo attore dalle decine di interpretazioni di spessore che ha offerto al cinema degli ultimi anni. Intenso, leggero perché privo di qualsiasi compiacimento, dimagrito, quasi scheletrico, è l’ombra dal quale <<The Fighter>> non può prescindere. Mark Wahlberg da parte sua è perfetto nella parte di Micky, normale perché deve esserlo nell’aspetto, silenzioso e combattuto quando entra in casa o vive la propria intimità rumorosa. Tra Melissa Leo e Amy Adams a vincere l’Oscar è stata la prima: giusto così, è la degna fotocopia femminile di Dicky-Christian Bale, una trasformista della recitazione capace di passare da un piccolo gioiellino come Frozen River a un film ben diverso. Ma anche la Adams, alla quale il futuro sorride, non le è da meno pur in una parte meno complessa, più lineare. A dimostrazione della qualità di un ottimo film, forse non un capolavoro, ma molto ben costruito e  assai piacevole. Da non perdere.

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