Esistenze in sospensione tra inferno e paradiso

venerdì, Maggio 11, 2012 0 No tags Permalink 0

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FILANO VERSO l’alto le funivie, scendono fendendo boschi e parcheggi. E’un mondo sospeso come quello di Simon, un dodicenne ladro d’alta montagna. Ogni giorno sale nella località alla moda celandosi il volto con il passamontagna e fa incetta di sci, occhiali, guanti, zainetti. Ruba in continuazione; nasconde la propria merce come un ricettatore o la espone a giorni fissi per venderla ai piccoli amici. Guadagna poco rispetto al rubato, giusto gli spiccioli per mantenere Louise, che è una splendida ragazza bionda con lo sguardo dolce e a volte imbronciato, una che passa da un amante all’altro, che non ha lavoro e vaga nel mondo cercando rifugio nell’alcool. I due sono fratelli, lei la <<sister>> di Simon, almeno questo è ciò che Ursula Meier ci fa credere per tutta la prima parte del suo ultimo film, nell’originale <<L’enfant de haut>> tradotto appunto in italiano con <<Sister>>. Sappiamo però che Meier è autore non banale, disposto allo stupore, al cambio repentino di ritmo, immagine. L’abbiamo già notata in quel piccolo gioiellino del 2008 che si chiama <<Home>>, una progressiva discesa in un incubo. E sappiamo anche che Ursula Meier ama prendere la famiglia, i rapporti all’interno del nucleo, come metafora di altro, per offrire uno sguardo privilegiato a ciò che si nasconde dietro la corteccia del mondo. In <<Home>> ciò che appariva leggero a poco a poco mutava, entrava nella morbosità. Per lenire il pugno in faccia allo spettatore l’autore francese- uomini e donne sono uguali al cinema, meno nella narrativa scritta- realizzava una sceneggiatura nella quale il contenitore, la casa,  restava isolata dal mondo attraverso l’improvvisa costruzione di un’autostrada che la tagliava di fatto dal cosiddetto vivere civile. In <<Sister>>, invece, lo spettatore dovrà attendersi meno allegoria e tanta ironia nella prima parte proprio per far credere di essere in presenza di una storia diversa da quella che poi in realtà sarà. Meier segue le imprese ladresche di Simon con tocco leggero, che porta al sorriso e alla partecipazione. Ma è chiaro che qualcosa non torna, che qualcosa è infatti sospeso. Non solo i paesaggi che ci vengono offerti: il mondo ovattato dei villeggianti alle prese con le loro rilassanti sciate e quello terreno che sta di sotto, in valle, nella casa popolare dove Simon e Louise risiedono, dove il dodicenne più che un fratello minore sembra essere il genitore della ragazza, colui che le insegna la vita, che ruba per passarle da vivere, che tenta di proteggerla. E’così solo in apparenza. Perché Meier fa di tutto per non affondare, per lasciare un non visto, un non detto tra i due. Come se volesse danzare prima di offrire il ribaltamento dell’ottica, l’ingresso in ciò che è e non in ciò che sembra. E allora tutto cambierà, tutto sarà detto e ogni casella andrà al proprio posto, anche quel continuo andirivieni tra la soglia del paradiso, il monte, e dell’inferno, la casa e la valle.

SONO i sentimenti ad essere sospesi, soprattutto quelli di Louise che è altra rispetto a quanto ci han fatto credere. Bulimia di ricerca d’amore, attraverso l’arte del furto da parte di Simon, anoressia e il lasciarsi andare senza meta né obiettivi da parte della ragazza. E’il lato oscuro del film che a poco a poco viene a galla; il soggetto si schiarisce come capelli con la camomilla,  diventa duro, attacca lo spettatore al muro, lo prende a cazzotti, lo lascia in apnea con un sottile gioco psicologico che Meier tiene sempre sul filo senza cedimenti. Fino alla conclusione dove l’incontro tra una cabina di funivia che discende e un’altra che sale alla conclusione della stagione invernale, quando tutti ormai se ne sono andati, ci lascia la sensazione di territorio riconquistato, di un paradiso possibile, di sentimenti finalmente pronti per essere vissuti alla luce del sole. Vincitore dell’ Orso d’Argento all’ultimo festival di Berlino-dove è stato battuto dall’opera dei fratelli Taviani senza apparente ragione, almeno per chi scrive- <<Sister>> è un film maturo e di grande fascino. Può ricordare certi lavori dei fratelli Dardenne, dei quali si avverte l’eco non tanto nel rapporto familiare tra Simon e Louise, quanto nella loro esistenza all’interno di una società comunque di frontiera proprio come il casermone popolare in cui la coppia risiede. Ma c’è anche, lo ripetiamo, il proseguimento di quell’indagine che Ursula Meier aveva iniziato con <<Home>> sui conflitti nascosti e segreti all’interno di un microcosmo. Il film procede spedito, senza mai un attimo di noia, ed è girato, rispetto al primo, con un gran senso documentaristico, dove spesso le immagini sono emblemi di questa sospensione tra i protagonisti- funivia, ski lift sono usati per rafforzare il non detto e per significare le perplesse disperazioni- mentre ci sono omaggi, forse non nuovi ma riusciti, all’estetica dell'<<on the road>> statunitense alla Gus Van Sant. 

IN QUESTO bellissimo lavoro una parte fondamentale l’hanno i due attori. Lèa Seydoux, diventata ormai l’attrice giovane francese di punta, oltre a essere di una bellezza fascinosa, sensuale e naturale, riesce a esprimente il personaggio di Louise cambiando registro, trasformandosi da <<ragazza interrotta>> a donna alle prese con la propria coscienza e i propri incubi, forse pronta per una nuova vita. Aveva avuto una piccola parte in <<Lourdes>> di Jessica Hausner, poi era stata una delle grazie di <<Inglorious Bastards>> di Quentin Tarantino per raggiungere la fama definitiva con <<Mission Impossible 4>> e soprattutto <<Midnight in Paris>>. In <<Sister>> ci fornisce la prova più completa della sua carriera. Ma gli spettatori tifano dalla prima all’ultima scena per Simon. Kacey Mottet Klein, figlio di Isabelle Huppert in <<Home>>, lascia a labbra aperte. Espressività, naturalezza, precisione, conoscenza dei limiti oltre i quali un dodicenne non diventa più credibile sono le sue armi. E’il motore del film, il primattore in tutto e per tutto. E’un altro merito da attribuire a Ursula Meier, molto attenta alla direzione degli attori. Bimbi, amanti di Louise, camerieri e la straniera Gillian Anderson– proprio lei,  Dana Scully di X- Files- sono uno spettacolo nello spettacolo di un film che non va perduto e che conferma il talento di un regista ancora molto giovane ma avviato verso una carriera per niente banale.

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