Da Tsukamoto alla spersonalizzazione giapponese

mercoledì, novembre 7, 2007 0 No tags Permalink 0

519ntcpx3yl_aa280_.jpgNon troppo casualmente mi sono imbattuto in un c movie (definirlo b sarebbe troppo generoso) giapponese, noleggiato in dvd. Mi capita spesso di curiosare tra le cinematografie asiatiche, delle quali sono appassionato, siano esse la giapponese, cinese, coreana, di Honk Kong o Taipei. Quella giapponese è stata la prima ad arrivare in Europa e ha regalato molti film e registi importanti. Lasciando stare maestri storici come Ozu, Kurosawa, Oshima e il più giovane Kitano, possiamo notare che al giorno d’oggi c’è una generazione di autori che sulla violenza ha posto le basi della propria poetica. Alcuni ci riescono con un’arte innata, da maestri appunto. Shinya Tsukamoto, creatore dei due Tetsuo e dello splendido Tokyo Fist, è a parer mio il più dotato, quasi sia emulo orientale di Cronenberg. A volte anche Takashi Miike (che da noi continuano a chiamare Mike Takashi confondendo nome con cognome) centra il bersaglio e assieme a lui una schiera di cineasti che si sono formati studiando le sceneggiature Usa e il montaggio da videoclip musicale, poi trasportati nei manga che anche da noi si sono visti su Mtv. E questo è il loro limite: una volta che trasportano l’esperienza in un prodotto non seriale, un romanzo per immagini con un inizio e una fine, falliscono, non riuscendo a creare quella commistione tra differenti orizzonti culturali, occidente e oriente assieme, che li porterebbe a dare contenuto alla loro notevole tecnica. Lo scrivo dopo avere visto << Persona>>, un filmettino del 2000 di Takashi Shimitzu nel quale continui rimandi, per la verità di basso livello, a Lynch e a Kubrick e alla cinematografia horror statunitense di Toobe Hooper e Wes Craven spengono fin dall’inizio il potenziale interesse dello spettatore alla storia. Se un giapponese perde la propria originalità, ovvero la specificità della propria cultura, diventa un autore come mille altri, quindi del tutto inutile nel panorama del mercato cinematografico. E’il rischio che certe deviazioni, dovute soprattutto al lavoro televisivo, possono provocare in cinematografie che non hanno bisogno di scimmiottare né di reinterpretare perché già posseggono una cifra stilistica e di contenuti da fare invidia. Ma lo capiranno i giovani cineasti nipponici?

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