L’Attachement: una commedia ben scritta e recitata che non scalda gli animi

Tra lunghezza eccessiva e troppi dialoghi

L’Attachement, sottotitolato La Tenerezza, è una commedia quasi da camera che esalta le qualità come interprete di Valeria Bruni Tedeschi e del cast in generale ma che non regala molte emozioni allo spettatore. Il limite del film di Carine Tardieu poggia sulla ricerca quasi ansiogena di dialoghi, peraltro ben scritti, e su una lunghezza complessiva, 106′, che poco si accorda con l’evoluzione della trama. A volte per poter raggiungere lo scopo di mantenere un’attenzione costante basterebbe asciugare, privare la scena di qualche inutile orpello, soprattutto se si intuisce già dalla parte iniziale la piega che il film prenderà.

Nel territorio del caos relazionale

C’è Sandra, Bruni Tedeschi, titolare di una libreria, che ha scelto di vivere da sola con consapevolezza. Non è una donna fallita o disillusa. Semplicemente ama i propri spazi fisici e mentali. Si circonda di libri e di quadri, non ha relazioni stabili, la sua camera da letto, anche per gli amanti occasionali, è un confine da non oltrepassare. Ma quella dell’ingresso del suo appartamento si apre agli amici, soprattutto alla coppia di dirimpettai che le affidano il piccolo Eliott perché la madre deve correre in ospedale per partorire. Morirà. Da questo momento l’esistenza del piccolo nucleo dovrà confrontarsi con il senso della perdita, da parte di Eliott e del padre-che poi si rivelerà essere il patrigno-, e con la generosità umana di Sandra, capace di esprimere senso di solidarietà insospettabile e di trasformarsi in colei che tutto nota nel caos di sentimenti che coinvolge il microcosmo che si andrà a formare nel corso degli anni.

Non basta la simpatia degli interpreti

Tardieu esagera però nella lunghezza della propria opera. Ha l’intuizione di far combaciare i vari episodi de L’Attachement con la scansione della crescita della neonata, dopo giorni, mesi e appunto anni. Si affida alla confusione sentimentale che coinvolge il personaggio di Alex, bravissimo e credibile nella parte Pio Marmaï, che costruisce di fronte a sé simulacri di amore un po’per esorcizzare la morte della moglie, un po’ perché tipico prodotto di un certo cinema transalpino, non a caso la regista cita tra i suoi riferimenti Claude Sautet, in cui da un trauma derivano impossibilità di riconoscere i propri sentimenti e la ricerca quasi morbosa di una nuova occasione. Alla fine, come previsto, non ci sarà alcuna sorpresa ma il ritorno a una visione concreta della vita e dei legami ad essa connessi.

Un film più lucido che femminista

Nonostante alcuni lo abbiano descritto come film femminista, L’Attachement è piuttosto un’opera che mette in risalto la lucidità del personaggio di Bruni Tedeschi. Non è un ritratto di eroina o di qualcuna che deve riscattare frustrazioni o chissà cos’altro ma di una persona coerente con le proprie scelte iniziali. Un personaggio positivo. Su questo fronte Tardieu segue le varie individualità presenti nel film con simpatia, perdonando i loro tic, le loro indecisioni, le loro illusioni. È per questo che i personaggi sono godibili e fanno sorridere. Ma non basta per definire L’Attachement un film completamente riuscito.

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