L’Agente Segreto: una memoria collettiva da ritrovare in un film originale con qualche limite

Quel passato simile al presente

L’Agente Segreto di Kleber Mendonça Filho è un film profondamente politico travestito da una trama a metà tra il grottesco e l’action movie versante spy story.Un buon lavoro quello realizzato dall’autore brasiliano che però, probabile per gusto personale, non mi trova d’accordo sull’entusiasmo che ha sollevato a Cannes e tra i giurati che l’hanno candidato a ben quattro Oscar, oltre che alle vittorie nei recenti Golden Globe. Trovo infatti che L’Agente Segreto, pur partendo in modo perfetto si perda poi in una eccessiva dilatazione del racconto stesso che a poco a poco fa scontare al film un deciso calo di azione drammatica. Così come non mi aveva convinto dello stesso autore Aquarius(Gli applausi a Sonia Braga non salvano Aquarius dalla noia) lo stesso accade, in misura minore, con questa opera. D’accordo, il dilatare la narrazione è una specialità tutta sudamericana e brasiliana in particolare, Jorge Amado docet, ma eccedere può trasformarsi in un difetto che alla fine mina la forza stessa del racconto. L’Agente Segreto è una bella riflessione su come il Brasile perda spesso la memoria dei suoi periodi bui e porti quasi alla cancellazione di un passato che invece, nelle intenzioni di Mendonça Filho, dovrebbe essere monito al presente.

Ritornare al ’77 tra corrotti ed esuli in patria

Armando è un ricercatore braccato da un industriale chimico che ha ordinato a due killer di sbarazzarsi di lui. In clandestinità si fa chiamare Marcello e va a rifugiarsi a Recife in una casa variopinta che accoglie gente come lui, non importa da dove provengano. È il Brasile del 1977 in cui la solennità del Carnevale non riesce a distrarre né la polizia corrotta, né i corruttori nè tantomeno la violenza, sia essa fisica o morale; è ritratto sconsolato di un paese in cui gli apparati di sottopotere dispongono del destino di chiunque capiti loro a tiro ed anche una nazione che sembra non avere alcun obiettivo se non il tornaconto individuale, ragion per cui tutto può essere manipolato attraverso la violenza e il denaro. Kleber Mendonça Filho struttura il proprio Agente Segreto restando in equilibrio tra riflessione profonda e ironia dispensata a piene mani. La costruzione del soggetto è infatti la cosa migliore proposta dal film che sembra saltare da un palo ad una frasca ma che in realtà mantiene un solido pragmatismo nel proprio svolgimento, navigando appunto in un mare che a volte riesce a sfiorare il grottesco, facendo il verso ai Cohen d’annata, a Tarantino e autori contigui. Il problema è che, dopo un incipit e una prima parte lodevole– la presentazione dei personaggi, soprattutto quelli del rifugio di Recife è da applausi a scena apertaL’Agente Segreto resta sempre sullo stesso spartito e alla sua lunghezza, 160′, non corrisponde un’adeguata crescita drammatica. È un peccato, perché Kleber Mendonça Filho riempie la sua opera di molti spunti interessanti.

Tra leggende e la cancellazione di un’epoca

Ne L’Agente Segreto, infatti, si passa dalla leggenda metropolitana, quella di una gamba ingollata da uno squalo e poi a passeggio per i parchi cittadini a prendere a calci omosessuali e coppiette, alla difficile relazione, soprattutto all’epoca, tra il Brasile opulento di Rio e Sao Paolo e la povertà indotta del nord este, all’omaggio al cinema e ai suoi mostri, una delle sedi principali dove si svolge l’azione è una sala in cui si proiettano Lo Squalo e King Kong ma c’è anche il trailer di Come si Distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo di Philippe de Broca con Jean Paul Belmondo, fino alla resa totale alla stupidità della polizia che ricatta e protegge allo stesso tempo un sarto tedesco, convinta che sia un combattente del Reich senza sapere che invece è un ebreo reduce dai campi di concentramento. In questo scenario che sembra demenziale ma non è si muove appunto il protagonista, in fuga perenne, alla ricerca di un passaporto per espatriare con il figlioletto. Siamo nel ’77, in pieno regime dittatoriale, ma in realtà Mendonça Filho ci riporta subito ai giorni nostri, perché ciò che vediamo sullo schermo non è altro che la trasposizione quasi immaginata di una serie di audiocassette ascoltate da due ricercatrici universitarie che stanno facendo uno studio su quell’epoca e che hanno scoperto la storia dell’esule Armando, attraverso appunto le voci dei protagonisti della vicenda. L’amara conclusione sarà che il figlio di Armando avrà cancellato tutto dalla propria memoria, persino il ricordo del padre. Allegoria di una nazione che non vuole ricordare cosa furono quegli anni.

Il sangue dei vinti o una nazione vampiro

Wagner Moura per la sua interpretazione di Armando-Marcelo ha conquistato a Cannes la Palma per il migliore attore. È un convincente esule in patria, quasi incredulo della propria condizione, un innocente che come colpa ha avuto solo quella di non avere svenduto la propria dignità di ricercatore alla commistione tra industria e organi statali. Vive nel terrore di un regime la cui violenza psicologica Mendonça esplicita subito fin dalle prima scena. È sono molto bravi e credibili anche gli altri personaggi che lo circondano: da Tania Maria che caratterizza Dona Sebastiana, colei che accoglie i fuggittivi, a Roberio Diogenes, il famigerato commissario Euclides, ai killer professionisti Roney Villela ,Augusto, e Gabriel Leone, Bobbi, fino al suocero Carlos Francisco, Alexandre, il proiezionista. Più interessante che capolavoro L’Agente Segreto è piaciuto molto alla critica. Io l’ho trovato ben costruito e realizzato, ironico e graffiante, capillarmente brasiliano perché in grado di mettere in scena vizi e virtù di quello sterminato paese pieno di contraddizioni. Nel finale ci sono trasfusioni e una banca del sangue nella Recife di oggi. È l’ultima metafora che il regista ci regala. È il sangue dei vinti, succhiato da una nazione vampiro.Forse.

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