Sentimental Value, è un grande, meraviglioso film

Joachim Trier con grazia nel non detto familiare

C’è una casa che contiene ricordi, crepe, rumori e silenzi. Luogo di protezione e di misteri alla Fanny e Alexander. C’è un’attrice che sembra Gena Rowlands in Opening Night del marito John Cassavetes in preda a una crisi di panico prima di salire sul palco che avrebbe fatto la gioia del compianto Carlo Cecchi, perché si porta appresso un dolore antico che esplode nel qui ed ora de Il Gabbiano di Cechov. C’è una sorella minore con la quale il legame è fortissimo ma non raggiunge mai il confine dell’apertura totale. E c’è un padre regista di cinema, un mezzo ubriacone di ritorno, che da quindici anni non gira, che si palesa all’improvviso con la scusa del funerale dell’ex moglie. Con l’idea balzana di far recitare la figlia attrice nel suo nuovo progetto. È la famiglia Borg, quella dove le due sorelle sono vissute da sole, costruendo i propri paraventi, immergendosi nel teatro la prima, nei libri di storia la seconda che in un film del padre aveva recitato, tanto tempo prima, da bimba. Sentimental Value di Joachim Trier vive di questo, respira di questo gioco di caselle che sembrano non andare mai a posto. Ogni sguardo parla dell’incompiuto, del non detto, del leggersi dentro ma restare bloccati. Trier, perfetto, lo fa con grazia, ritmo, regalandoci un film meraviglioso che non cade mai nella trappola dell’appesantimento. È commedia della vita, è riflessione anche sul cinema fatta dal cinema.

Cercare di conoscersi a Oslo

Sentimental Value ti conquista da subito. Lo si assume di pelle, pancia, cuore, è una di quelle opere in cui il tormento individuale diventa il comune denominatore di ogni esistenza ma attraverso una lenta ma dinamica(l’ossimoro è voluto) non arrendevolezza all’improvviso deflagra e il non detto si trasforma in amore, comprensione, conoscenza. Ognuno in Sentimental Value ha il proprio modo di esprimere i sentimenti. Il padre regista che vuole realizzare l’ultimo film lo ha scritto con consapevolezza per la figlia maggiore che si rifiuta di leggerne il copione. Lei fa teatro, una sorta di rivalsa, per tenere a distanza il genitore che le è mancato e a cui si è sostituita per far crescere la sorella minore. E accade anche che a rimettere le cose a posto arrivi una diva hollywoodiana folgorata sulla via del festival americano di Deauville dalla grandezza, tutta europea, del regista. Il film cresce attraverso fallimenti individuali. Innumerevoli: professionali, sentimentali, perdite remote da convalescenza emotiva, non del tutto elaborate . È un’umanità di consapevoli disperati, quelli che si rivolgono a dio perché tali e non perché credenti. Dove sta, allora, la grandezza di Joachim Trier e perché il film piace così tanto? Nel non volere essere una copia di Bergman e di trattare questa sorta di tormentata infelicità congenita della gente del nord europa con una magistrale leggerezza.

Attori al massimo della forma

Joachim Trier affida il suo film a un cast di attori di caratura superiore, alcuni dei quali già abituati a lavorare con l’autore norvegese. Renate Reinsve è al centro della scena. Lei che da sempre è una sorta di icona del regista, vinse la Palma come miglior attrice con La Persona Peggiore del Mondo, è chiamata ad un’altra prova magistrale dopo essersi confermata con l’interessante Armand di Halfdan Ullman Tøndel(Armand, un film interessante e imperfetto che merita un pensiero): in Sentimental Value è Nora, la figlia attrice, l’incompiuta che non ha mai elaborato la sparizione del padre dalla sua adolescenza, che vive improvvise depressioni. Stellan Skarsgard è immenso nella parte di Gustav, il regista. Un uomo al tramonto della propria generazione , che ha anteposto la libertà e i propri ideali di indipendenza, anche cinematogafica, di fronte a tutto. Che cerca la figlia perduta nell’unico modo che conosce e con cui sa esprimersi:il cinema. Elle Fanning, ormai abituata a recitare con i registi nordeuropei, si pensi a The Neon Demon del danese Nicolas Winding Refn, è colei che da Hollywood e dalle produzioni leggere cerca di immergersi in un personaggio non suo, lontano da sé stessa e che indirettamente offrirà la chiave di volta della trama. A sorprendere poi è anche l’interpretazione, molto calibrata, di Inga Ibsdotter Lilleass, Agnese, la sorella minore. Personaggio tratteggiato da Trier in modo quasi indecifrabile per quasi tutto il film ma che poi si rivelerà essenziale nell’esplosione dei sentimenti conclusiva.

Da uno stacco a un altro è puro cinema

Trier gira con mano ferma. Si affida a stacchi improvvisi in cui non di rado ci porta dentro alla vita e poi dentro a un film, non importa sia esso del passato, o a un proscenio di teatro. Mescola questi registri quasi per indicarci la confusione che abita nei suoi personaggi. Dove si trova la loro essenza? Qual è il luogo in cui esprimere sé stessi e dove sono reali? Nel finale tutto tornerà, arriverà l’armonia, la riconciliazione. Ma anche quello sarà un film, un set. Viva Trier, viva il cinema.

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