Un’intuizione lasciata in mezzo al guado

domenica, Marzo 3, 2013 0 No tags Permalink 0

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SAREBBE ingiusto affermare che in <<Viva la libertà>> non si rida di gusto. Come sarebbe ingiusto dire che è un film brutto. Eppure  non c’è nemmeno da farsi ingannare dal battage pubblicitario  o da certi giudizi fin troppo generosi espressi non si sa per quale motivo. Uscita nelle sale in piena campagna elettorale -a pensar male si fa peccato, quindi lasciamo stare- l’opera di Roberto Andò entra di diritto nel novero dei tanti, forse troppi, film italiani che non si riesce bene a comprendere dove vogliano parare. Se sul fronte squisitamente politico, perché l’ambientazione è questa, se sull’allegoria o sull’apologo. Di sicuro senza la consueta e ormai <<(stra)ordinaria>> interpretazione di Toni Servillo e l’altrettanto convincente prova di Valerio Mastandrea saremmo qui a definirlo come film ben confezionato ma assai superficiale. Invece la prova di tutto il cast regge l’impalcatura più che bene e alla fine non si rimpiangono gli otto euro del biglietto. Tutto sommato se uno si vuole rilassare e soprattutto sorridere <<Viva la libertà>> è ben più consigliabile di molte altre pellicole. Un vero peccato perché l’intuizione del regista siciliano, autore del libro << Il trono vuoto>> dal quale il film è tratto, non è da disprezzare. Tutt’altro.

SIAMO all’interno di un partito in crisi nel corso della campagna elettorale. Il suo leader, introverso, silenzioso, sembra quasi non credere più ad alcun ideale. E’un uomo stanco, pieno di dubbi, in qualche scena sembra ricordare lo stesso politico che Servillo ha interpretato ne <<La bella addormentata>> di Marco Bellocchio. Solo che là i dubbi sono etici e si soffermano su una legge da votare; in <<Viva la libertà>>non c’è nulla di tutto questo, non ci è dato da sapere se non restare alla superficie. E’un politico che ha problemi con il proprio elettorato, di direzione del partito. Non crede più in ciò che fa. Che decide di votarsi alla libertà, scomparendo alla vigilia di un convegno europeo per raggiungere l’amore dell’adolescenza a Parigi , Valeria Bruni Tedeschi, nel film moglie di uno dei registi cult del momento. Il partito, il riferimento al Pd non è puramente casuale, si trova quindi costretto a giustificare dapprima la scomparsa del segretario con un fantomatico malore improvviso in via di guarigione e poi a sostituirlo con il fratello, interpretato sempre da Servillo, che ha trascorso in clinica psichiatrica quasi tutta la vita e ha un passato da importante filosofo. Ed è soprattutto un folle ubriaco di vita che usa la propria follia, vera o presunta, con un pragmatismo e una lucidità tali da consentire al partito di riguadagnare consensi nei sondaggi e avviarsi a un probabile trionfo elettorale. L’onorevole, invece, recupererà il senso dell’esistenza e forse tornerà ad occupare il proprio posto con rinnovato sentimento e passione.

IL FILM è tutto qui. Il resto è prova d’attori con i già citati Servillo e Mastandrea che occupano la scena e i <<comprimari>>( da Michela Cescon, alla Bruni Tedeschi, da Andrea Renzi a Gianrico Tedeschi fino a Anna Bonaiuto) che danno l’idea di lavorare divertendosi. Perché <<Viva la libertà>> è un film che si gusta, che scorre, che raramente ha attimi di stanchezza. Ma gli manca quella profondità che date le premesse poteva essere evoluta in modo differente. Lontano dall’idea di realizzare un film politico classico, Roberto Andò si affida all’alleggerimento delle tematiche classiche del <<genere>>. Porta il tutto in un mondo dove la favola del potere diventa protagonista, dove l’assurdo è più efficace del reale perché più vero; il <<folle>>attraverso la propria purezza e non contaminazione, permette il ritorno all’essenza della passione e della politica autentica. Basta quindi il raziocinio di un<< pazzo>> per ridare speranze e <<coscienza>> alla gente. E’ l’arma che Andò usa meglio ma così facendo lascia perdere tutto il resto e si affida a certi stereotipi intellettuali propri della sinistra che descrive: la Francia, la gente che lavora nel cinema, la recita della poesia brechtiana  con un cliché  prevedibile. Così <<Viva la libertà>> invece che riflettere sulla farsa del potere si limita a descriverla, senza entrare con il bisturi nei suoi personaggi principali. Si ferma laddove dovrebbe iniziare il film vero, lasciando allo spettatore un senso di incompiuto, di un discorso lasciato a metà.

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