Revanche, l’innocenza della colpa

sabato, Marzo 6, 2010 0 No tags Permalink 0

revanche.jpgRevanche è il film di Goetz Spielmann  che ha vinto numerosi premi nel 2009 e che solo ora viene proiettato nelle sale italiane grazie all’apporto distributivo della Fandango proprio nei giorni in cui a Hollywood vengono assegnati gli Academy Aawrds. L’anno passato in lizza per il miglior film straniero c’era stato proprio Revanche che alcuni hanno bollato come poliziesco ma che di questo genere ha poco o nulla. Infatti non siamo nel campo delle indagini che seguono un evento delittuoso. In Revanche il soggetto è l’allegoria necessaria perché Spielmann ci parli di come la casualità possa entrare e determinare la vita di ognuno e come alla fine la comprensione di questo assurdo sia in grado di rimettere le cose al proprio posto secondo un’ideale di giustizia esistenziale che è assolutamente nuovo per la cinematografia austriaca. Chi infatti si attende di vedere nel film di Spielmann la negativa morbosità di Michael Haneke resterà stupìto. In Revanche siamo piuttosto nel territorio di Claude Chabrol  alla rovescio, se colpa esiste è quella di essere umani e l’espiazione è il caricarsi di questo fardello.

Alex -Johannes Krisch- è factotum di un bordello viennese. E’stato in galera, ama ricambiato una prostituta ucraina- Irina Potatenko- ed ha un solo sogno: andarsene lontano con la propria donna, mettiamo mettendosi in società con un amico con il quale diventare socio in un bar a Ibiza. Per farlo deve racimolare 80.000 euro, 30.000 dei quali serviranno per ripianare i debiti della sua innamorata. In un bosco, vicino a Vienna, vive invece una coppia apparentemente serena: Andreas Lutz è un poliziotto che ricerca la perfetta forma fisica, correndo e allenandosi. Sua moglie, Ursula Strauss, è cassiera in un supermercato. Nessuno all’apparenza c’entra nulla con gli altri, non esistono almeno nell’incipit del film correlazioni tra i personaggi. Finché non spunta un Maggiolino giallo guidato dall’anziano Johannes Thanheiser che è un contadino legato alla propria fattoria e al ricordo della moglie appena morta. A poco a poco scopriamo che Alex è suo nipote e che non è l’unico nella vita ad avere problemi. Il poliziotto vive una doppia crisi: non riesce ad avere figli e fallisce sempre i test di mira al poligono di tiro. Alex e la sua prostituta, invece, si amano di un amore disperato e quasi impossibile, soprattutto quando il padrone del bordello cerca in tutti i modi, anche con la violenza indiretta, di convincere la donna a lavorare per lui ad un altro livello ,in appartamento e solo per clienti facoltosi. Così Alex la fa fuggire e progetta, per potere coronare il proprio sogno d’amore, un’innocua rapina in una banca. Spielmann ci ha già offerto i luoghi dove avverranno i fatti. La banca stessa, la via dove sarà parcheggiata l’autovettura, il bosco dove questa sarà abbandonata. D’altronde sono zone che Alex conosce benissimo: è il nipote del contadino che a sua volta è vicino di casa del poliziotto e ottimo conoscente di sua moglie. Non andrà nulla come previsto e la vita dei quei cinque personaggi s’incastrerà l’una nell’altra. La rapina sarà un successo, ma il poliziotto che non sa sparare ucciderà la prostituta, ovvero l’innocente del gruppo, e il rimorso reciproco per averla portata con sé e per averla assassinata anche se casualmente-aveva mirato  alle gomme dell’auto- attanaglierà da allora l’esistenza di Alex e dell’uomo in divisa.

 Entrambi non hanno previsto le conseguenze delle loro azioni. Sono il rovescio della stessa medaglia che si confronta con la figura del vecchio contadino e con quella della moglie. Non svelo cosa accadrà: le mosse di ognuno dei personaggi della vicenda sono assolutamente <<umane>>, quasi scontate, nulla sorprende fino alla conclusione, questa sì da lasciare a bocca aperta, nella quale sarà la vita stessa, l’esistenza fino ad allora beffarda, a rimettere le cose a posto, attraverso il silenzio e forse la comprensione. Revanche ha questo di magico: ci mostra le dinamiche scontate degli umani alle prese con i propri disastri ma quando la cattiveria e il pessimismo sembrano prevalere ecco che Spielmann inverte all’improvviso il senso del racconto. Non c’è sarcasmo né beffa nel finale secco che ci mostra:è come se il regista credesse comunque a un senso di giustizia <<naturale>>, di riparazione nei confronti di chi dalla vita ha ricevuto le bizze di un destino che pareva segnato. 

E’nel discorso sull’uomo  vittima della propria dabbenaggine che Spielmann vince su tutta la linea. I suoi personaggi si macchiano delle colpe proprie di ogni individuo: hanno compiuto delitti diretti o indiretti solo perché deboli, ingenui. C’è una sorta di ideale di purezza che li ha mossi. C’è un’etica che alla fine li ha traditi e condannati, c’è il silenzio di chi ha scoperto e di chi ha confessato che celerà tutto, riportando il corso delle stagioni e lo scorrere ordinario del tempo. Ognuno non uscirà mai dal buco nero che si porta appresso, dal senso di colpa, ma forse, dice Spielmann con pochi e mirabili tocchi da autore, la comprensione di quanto il caso sia stato fondamentale nella vicenda aiuterà nel sopravvivere, senza per questo purificare dai peccati originari chi di base si è macchiato dell’innocenza della colpa. Revanche è un film da vedere con attenzione così come sono da seguire con grande simpatia e partecipazione gli ottimi protagonisti ,con Johannes Krisch che merita un plauso particolare per avere saputo andare oltre lo stereotipo del reietto per il quale la redenzione sembra impossibile e che porta lo spettatore a tifare incondizionatamente per lui dall’inizio fino alla….giusta fine. 

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