Più che dignitosi i cow boys Bale&Damon ma i film sulle corse sono un’altra cosa

James Mangold, regista tutt’altro che sprovveduto e con un solido curriculum alle spalle- da Dolly’Restaurant a Cop Land da Ragazze Interrotte al delizioso Walk the Line fino al remake non perfettamente riuscito di Quel Treno per Juma e alla saga dei comics Wolverine e Logan– è l’ennesimo autore che ha tentato di avventurarsi nel mondo del motorsport. Impresa che salvo qualche rara eccezione è riuscita davvero a pochi, perché si tratta di un settore talmente complesso e sottoposto a milioni di variabili che a descriverlo in profondità si fa davvero fatica. Mangold deve averlo compreso quando ha deciso di affrontare un argomento che in teoria possedeva e possiede la forza della leggenda: la grande sfida che la Ford lanciò alla Ferrari a partire dai primi Anni’60 nel mondo delle corse di durata che all’epoca-gli appassionati di Formula 1 non ce ne vogliano-avevano risonanza globale, perché capaci di promuovere il marchio e autentico retaggio di quel motorismo << ancien regime >>, in cui prestazione, tecnologia, fatica fisica, imprevisti, pathos e storie individuali si univano in corse dal sapore leggendario, proprio come quella più importante e famosa-ancora oggi-al mondo: la 24 Ore di Le Mans. Il piatto da preparare in Ford vs Ferrari, Le Mans ’66-La Grande Sfida in potenza appariva stuzzicante: c’era l’idea degli Usa contro il resto del mondo, della Casa che ha inventato la produzione in larga scala che entra nel motorsport in forma ufficiale dopo avere ricevuto da Enzo Ferrari il no secco alla proposta di vedere la sua azienda ceduta al colosso di Detroit. Poteva nascere un film quasi di propaganda, come quelli che da bimbi ci appassionavano con John Wayne nella parte dell’eroe senza macchia e paura. Ovvero la lunga e difficile rincorsa della Ford nei confronti della Ferrari partita nel 1963, iniziata con un clamoroso fallimento, giunta al trionfo del 1966 per proseguire ininterrottamente fino al 1969, anno dell’ultima affermazione assoluta che, per la cronaca, sancì la più bella ed emozionante edizione della 24 Ore francese. Per non entrare troppo nei particolari Mangold ha scelto una via differente e del tutto approvabile, puntando su un confronto tra diverse personalità che scrissero la storia di quella magnifica vettura che fu la Ford GT40: da un lato il pilota collaudatore Ken Miles e l’icona dell’automobilismo Usa Carroll Shelby, che dopo avere interrotto le corse divenne il fondatore della Cobra e di fatto il consulente privilegiato della Ford stessa per lo sviluppo dell’arma di Detroit; dall’altro il management di Detroit con il << cattivo >> Leo Beebe, il << buono >> Lee Iacocca , il burbero Henry Ford II. Ne è scaturito un film di solida dignità hollywoodiana, un blockbuster senza troppe pretese intellettuali , di sicuro incasso al botteghino, veritiero ma non vero, inesatto nella propria esegesi e anche in quello che realmente accadde in quella 24 Ore di Le Mans.

Non è colpa di nessuno: questo non è un film sulle corse, è un film su un contrasto. Potrebbe essere un western, in cui al posto dei cavalli ci sono autovetture da competizione, o un film di guerra con la ragione da una parte, il torto dall’altra per la gioia di grandi e piccini. È per questo che non mi sento di condannare-da giornalista di motorsport- i piccoli grandi errori che appaiono di volta in volta in Le Mans ’66: Enzo Ferrari ai box di Le Mans ’66 non si è mai visto, Bandini non era un truce, Miles perse posizioni alla fine per un problema ai freni e il proprio vantaggio nei confronti di McLaren, tanto che si sospettò fosse stato boicottato nella sosta in cui vennero sostituiti i particolari con il montaggio di freni addirittura difettosi. Essendo anche fanatico del cinema e curatore di questo blog narcisistico so benissimo che un film, come un romanzo, non è un documentario o un saggio. Non lo deve essere e sono il primo a non sopportare chi piega la narrazione al realismo tout court. James Mangold può essere quindi perdonato: i suoi due << eroi >> sono di fatto una bella allegoria di ciò che accade nel mondo contemporaneo, quando talento, fantasia, il vivere secondo principi individuali ricevono un brusco freno dalla << ragion di stato >> aziendale, dagli yes men o dagli incompetenti che si arrogano il diritto di compiere scelte anche sbagliate. Ken Miles e Carroll Shelby del film sono gli eredi dei cavalieri senza macchia e paura che proseguono per la loro strada in ogni caso: con l’orgoglio delle proprie convinzioni, con il decoro del proprio comportamento. In questo Christian Bale e Matt Damon appaiono perfetti nella caratterizzazione delle rispettive diversità così come i loro sparring partner Jon Bernthal, Tracy Letts, Josh Lucas, con Remo Girone a sua volta coinvolto nell’interpretazione di Enzo Ferrari.

Le Mans ’66-La grande sfida funziona molto bene nella prima parte, quella preparatoria a ciò che dovrebbe essere il gran finale. La sceneggiatura fila che è un piacere, gli interpreti sono pimpanti, il divertimento è assicurato perché Mangold mescola bene i vari piani narrativi, alternando i momenti adrenalitici a quelli più riflessivi. Cade però quando dovrebbe descrivere la corsa: la 24 Ore di Le Mans che ci propone è priva di pathos, le scene sono ripetitive, il montaggio appare più una sigla da videogioco che altro. Certo, c’è l’omaggio a quel grande film che fu Linea Rossa 7000 di Howard Hawks-quel regime di giri è citato in continuazione-così come riprendendo le prime corse di Miles si capisce che l’autore non è esente da influenze di Indianapolis di Clarence Browm con Clark Gable-capostipite nel 1950 del genere – ma in definitiva delude chi al cinema si attendeva qualcosa in più sul fronte delle competizioni, a fronte anche del non indifferente tam tam promozionale. Descrivere il motorsport continua a essere difficile per tutti: ci è riuscito Ron Howard con Rushhttp://guidoschittone.com/articoli/rush-due-campioni-per-raccontare-il-tempo-che-cambia/– perché prese spunto dal dualismo Hunt-Lauda per fissare un momento di passaggio generazionale non solo motoristico. Ma il buon vecchio Grand Prix di John Frankenheimer-gli amanti di La 24 Ore di Le Mans di Steve McQueen non me ne vogliano-resta sempre lì, insuperabile. Per complessità del suo script, per l’accuratezza delle immagini, per la passione che ha saputo regalare, per le numerose rivoluzioni tecniche poi adottate in pianta stabile dall’industria cinematografica. A confronto Ford vs Ferrari è un topolino. Carino e divertente sì ma nulla di più.

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