McCarthy sulla strada dei maestri

lunedì, Dicembre 22, 2008 0 No tags Permalink 0

images.jpgPer essere bravi registi bisogna possedere equilibrio di racconto, capacità di esprimere concetti profondi con leggerezza, con mano ferma ma non appesantita. In molti sarebbero caduti nella tentazione di fare di << The Visitor>>, in italiano << L’ospite inatteso>>, un apologo sui rapporti tra Usa e immigrati all’indomani dell’11 settembre. Non Thomas McCarthy, il regista classe 1966 che invece alla seconda opera ha imbastito una pellicola di intelligenza e buon gusto, costruendola su una solida sceneggiatura e un ottimo cast di interpreti. Il successo anche al box office di << L’ospite inatteso>> dipende soprattutto da questo. Gli Usa sono cambiati profondamente dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle, è come se non sappiano più distinguere l’immigrato buono da quello che delinque. Burocrazia e sistema colpiscono nel mucchio, non si curano di approfondire le situazioni individuali e capita quindi che si spezzino sogni, coppie, la vita stessa. Accade che si vada a centrare il bersaglio sbagliato, proprio come i fidanzati siriano-senegalesi che si sentono più americani degli americani a New York e che mostrano all’improvviso << ospite inatteso>> – nella realtà il padrone di casa- cosa sia la libertà e il senso profondo dell’America. Un posto dove ci si incontra e si suona nei parchi, fregandosene delle razze e delle religioni, dove ci si unisce in leggerezza, dove Ellis Island è un simbolo che non appartiene al passato. Ma basta uno stupido equivoco a una sbarra del metrò per infrangere ogni speranza, per consumare il dramma dell’espulsione e con essa il coinvolgimento diretto delle vite che scorrono accanto a quella del percussionista siriano. E’il lato pubblico del film di McCarthy, quello più semplice da cogliere, più superficiale se vogliamo, ma condotto dal regista e dallo sceneggiatore con il garbo dei professionisti.Esiste poi la seconda chiave di lettura, il vero centro narrativo del film: il professor William Vale di Richard Jenkins, grandissimo attore, è colui che si incarica di portarsi sulle spalle il peso <<etico>> della pellicola. Vale è un uomo di ordinarie disillusioni e fallimenti: probabilmente ha vissuto all’ombra della moglie morta da poco e nota pianista. I suoi sogni di diventare scrittore o di imparare a suonare le tastiere naufragano ad ogni idea e a ogni lezione. Il silenzio è ciò che gli resta nel suo mondo grigio che lo condanna all’anonimato e allo stesso tempo lo protegge dagli accadimenti del mondo esterno. L’incontro con la coppia siriano-senegalese gli permetterà di riappropriarsi del proprio io, il breve interludio con la madre del ragazzo siriano, la intensa e affascinante come sempre Hiam Abbas-nelle sale anche con l’ottimo film israeliano <<The lemon tree>>- gli darà la consapevolezza anche dei propri sentimenti. Così, giocando su questo doppio registro in cui il pubblico e il privato si mescolano, si uniscono, McCarthy firma un’opera molto gradevole e mai banale. Lontanissima dagli stereotipi e allo stesso tempo furba. Ciò in cui gli americani sono maestri. Forse McCarthy, attore tra gli altri di Eastwood e Clooney, dai due ha imparato anche questo e si avvia felicemente a ripercorrerne il cammino.

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