Lussuria, Leone d’Oro senza passione

sabato, Gennaio 5, 2008 0 No tags Permalink 0

Guardando << Lussuria >> di Ang Lee con Tony Leung, Wei Tang e Joan Chen ho pensato che il presidente della giuria alla Mostra di Venezia Zhang Yimou – grande regista e tra le mie personali affezioni << autorali >>- stesse male al momento del verdetto. Perché assegnare il Leone d’Oro a un film del genere è un insulto a chi il cinema lo frequenta e lo apprezza. E’una storia di una passione. Come tutte le passioni dovrebbe essere travolgente, coinvolgente, fatta di picchi, di cadute, di quel morboso senza il quale al cinema come in narrativa la passione non può attrarre, non attira, semmai annoia. << Lussuria >> ha fatto capolino nelle sale italiane in questo fine settimana post natalizio. Un mucchio di gente è accorsa a vederlo più per il titolo, che in originale è diverso, che per il Leone d’Oro, del quale in genere la massa se ne frega e in questo caso farebbe bene. Cosa c’è che non funziona nel film? Dire tutto è forse esagerato. Ang Lee è maestro dell’apparenza. Cura ogni dettaglio scenografico, è un autore raffinato, un’esteta che ci introduce tra Shangai e Hong Kong nel corso della seconda guerra mondiale, quando i giapponesi prendono il possesso della Cina grazie alla collaborazione degli apparati di polizia, scatenando la resistenza locale sotterranea, dalla quale poi nascerà più tardi il maoismo. In questo contesto viviamo l’avventura di Wong – la perfetta, non bella ma seducente Wei Tang- , studentessa con il padre rifugiato a Londra, che prende parte alla resistenza i per gioco amoroso, poco per convinzione, accettando di sedurre il crudele, spietato capo dei collaborazionisti cinesi Tony Leung, l’attore prediletto di Yimou e di Wong Kar Wai. Il senso del film appare chiaro fin dall’inizio: tra i due nascerà la passione. La seduttrice resterà sedotta, il sedotto alla fine si trasformerà, non senza qualche pentimento, nel carnefice. Il tutto non viene raccontato da Ang Lee come se fosse un melodramma. Magari! Di melodrammatico in sala resta la voglia di guardare chi ti ha inviato messaggi sul telefonino, l’accrescere della fame per cui si sognano pasti caldi o una onesta pizza, la mente che se na va sui problemi di ogni giorno o sul gatto lasciato a casa che sta distruggengendo il salotto. Se si ha una donna a fianco non vale nemmeno la pena di allungare una mano per sfiorarle il menisco. Perché Ang Lee invece di esaltare la forza << passionale >> si limita a mostrare stancamente avvenimento dopo avvenimento con una bellezza formale fin troppo stucchevole. Come se nemmeno lui credesse realmente alla forza distruttiva della passione quando entra nell’esistenza di due sconosciuti. E’un film algido, gelido ed è inutile affidarsi al luogo comune che gli orientali sono così. Col cappero c’è da rispondere e credo che Lee, essendo grande regista, lo sappia bene. Quando un autore si affida solo all’estetica dell’immagine, alla ricostruzione perfetta e stucchevole degli ambienti alto-borghesi, significa in genere che non sta attraversando un periodo creativo felice. E’l’impressione che questo film mi ha causato. Persino le scene di sesso- esaltate dalla promozione per invogliare ad accorrere in sala- sono semplici quadri da kamasutra che ci portano a rimpiangere l’erotismo di gran classe ma coinvolgente dei vari << Ultimo tango a Parigi>>, << Lolita >>- versione Kubrick- << La prima notte di quiete >>,<< A Venezia un dicembre rosso schocking >>, lo stesso << Impero dei sensi >> di Nagisa Hoshima, o il sesso morboso di Salvatore Samperi che, al di là di quanto scrive la critica, resta un grande potenziale, ancora quello di David Lynch – << Muholland Drive >> per esempio – o infine nel maestro del morboso Luchino Visconti, capace di unire estetica con la zona d’ombra di chi osserva. C’è molta più morbosità per esempio in Truffaut, in Bergman e compagnia che in queste tre ore di stucchevole rappresentazione. Se, come si dice in semiologia, lo spettatore è << voyeur scopico >>, è necessario che l’autore dia il tocco folle. Faccia ansimare. Il rischio, stando in sala a guardare << Lussuria >> è quello di ansimare perché si ha voglia di fuggire e non si può. Bisogna giungere alla parola fine. Non sta in piedi nemmeno il fatto che Lee sia orientale. Provate a rivedere i film di Wong Kar Wai o quelli di Kim ki Duck, << L’isola>> in primis. Verrete travolti dalla passione. << Lussuria >> ha vinto il Leone d’Oro a Venezia 2007. E’stato giudicato il miglior film. Immaginiamoci come saranno stati gli altri……..ma, come si vedrà con << Cous Cous>>, c’era di molto meglio.

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